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Viaggi enogastronomici

Viaggio in Portogallo

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

José Saramago mi aveva conquistato con il suo "Viagem a Portugal" e quando l'ONAOO ha organizzato questo viaggio tra i frantoi e gli oliveti del Portogallo del centro e del Nord non ho avuto esitazioni. Le pagine che seguono descrivono questo viaggio, suddiviso nei sette giorni della sua durata, del gruppo ONAOO italiano dal 19 al 25 settembre 2005. Le tappe principali del viaggio, partito da Lisbona, sono Evora, Guarda, Mirandéla e Porto. Nel sito si trovano anche alcune schede sui vini degustati durante la permanenza in Portogallo, ritenuti interessanti.


Lunedì 19 settembre 2005. Da Genova a Lisbona

Il viaggiatore parte da Genova alle 6. La mattina è fresca e serena. Ormai il sonno del risveglio precoce è passato. Il pullman aspetta vicino ai giardini di Brignole. Si parte in orario. Le strade sono vuote, non c'è ancora traffico. La luna piena accompagna la comitiva come un faro e indica il cammino. Si fanno un paio di soste lungo il percorso mentre il chiarore dell'aurora e le luci dell'alba fanno da sfondo al viaggio nelle campagne del basso Piemonte. I campi si succedono l'uno dopo l'altro.
Dopo Alessandria si cominciano a intravedere i colori della campagna. L'autista è particolarmente in vena di chiacchiere e il viaggiatore e la sua compagna lo assecondano. La sensazione di lentezza e rilassamento con cui è iniziata la giornata si protrae per tutta la mattina. All'aeroporto della Malpensa si arriva in anticipo rispetto all'ora della partenza. C'è tempo per un cappuccino, per l'acquisto di un giornale, per la toilette, per il check-in e siamo ancora in anticipo. Si va alla porta d'imbarco ma non c'è ancora il numero del gate.

È come se una forza sconosciuta non volesse farci partire. Poi arriva la notizia di un posticipo di due ore del volo, a causa del mancato arrivo dell'aereo da Lisbona. Sembra che ci sia stato un guasto all'aereo durante il volo e che sia dovuto tornare indietro … ma finalmente ci si imbarca e si parte (incrociando le dita!). Le nuvole coprono tutta la Francia. Dopo i Pirenei cominciano a diradarsi e si vede la terra, Spagna, Spagna, Spagna, l'aereo comincia la discesa … Portogallo … ecco il Tago, il suo estuario largo che sembra una rientranza dell'oceano, l'aereo scende ancora ed ecco le piccole case, a migliaia, della periferia di Lisbona e poi i palazzoni, i monumenti, gli stadi, rosso del Benfica, verde dello Sporting, e finalmente si atterra. Il viaggiatore e la sua compagna sono più sereni (le dita ritornano normali!).

Il resto della compagnia sta aspettando già sul pullman. Si parte per la visita turistica della città: le grandi periferie dove vive un quarto dei dieci milioni di persone che abitano il Portogallo nei 18 comuni che circondano la capitale, le ricche ville di Belem (si dice beleim) e il monastero di San Girolamo, la torre sul mare, le nuove costruzioni in onore dell'Europa unita, il modello in scala uno a uno dell'idrovolante che ha fatto la prima traversata atlantica da Lisbona a Rio de Janeiro, e poi i Docks, il Bairo alto, la Baixa e gli altri piccoli quartieri del centro storico, la periferia moderna, infine l'albergo. Il viaggiatore è frastornato. Tutto è stato interessante, ma pochissime cose lo hanno emozionato.

Una sistemata ai bagagli, una rinfrescata veloce e di nuovo l'appuntamento con un gruppo ristretto della compagnia per la visita dei quartieri del centro con il Metro e poi a piedi. La prima tappa è alla casa della Ginjinha, un liquore di grappa e amarene che i portoghesi usano consumare come aperitivo o come bevanda dissetante se allungato con acqua nelle giornate più calde, conversando sulla piazza con il bicchiere in mano … finalmente il viaggiatore si sente arrivato a destinazione, avverte che l'ambiente ora è diverso e che il suo spirito si sta mescolando con lo spirito lusitano, con i vecchi tram, con il selciato di azulejos, con la calçada portugheisa.

Il gruppo prosegue alla ricerca del ristorante per la cena, verso la Casa do Alentejo. Il posto è incantevole, all'interno di un palazzo del 1600, uno dei pochi sopravvissuto al terremoto del 1755 e alle "premure" moderniste dell'uomo moderno e della sua "in-civiltà". Si salgono due piani di scale, dopo un ampia scalinata in marmo e attraverso un cortile da favola si passa davanti a una specie di palco di piccolo teatro settecentesco, dove gli spettatori assistevano in piedi agli spettacoli dei guitti di strada e finalmente si arriva in ampie sale con il pavimento e le porte rivestiti di legno, i soffitti decorati e le pareti ricche di azulejos che rappresentano scene di lavori e amori agresti. Il gruppo si siede attorno a un tavolo ottagonale, inizia a piluccare olive, salame al peperoncino, fettine di formaggio stagionato, fette di pane campagnolo, ordina baccalà alla portoghese, maialino arrosto, cernia al forno, con verdure e patate di contorno, vino bianco e vino rosso, e acqua.

Le porzioni sono abbondanti, il servizio è lento e lascia spazio alla conversazione, il cibo è buono e ben cucinato. Il viaggiatore e la sua compagnia sono soddisfatti ed escono nell'aria fresca della sera alla ricerca di qualche altra "particolarità". Attraversano la piazza a nord del ristorante e prendono la vecchia funicolare che da 120 anni trasporta i viaggiatori pigri dalla Baixa verso il Bairo alto, seduti sui vecchi sedili di legno con le gambe intarsiate e le lampadine protette da una piccola gabbia di filo di ferro. Sembra la funicolare di Sant'Anna che a Genova porta da Portello a Circonvallazione a Monte, ma è molto più romantica perché passa proprio in mezzo alle case, e sale a fianco della scalinata. Da lassù si vede tutta "Lisboa antigua", i palazzi del settecento illuminati, le colline più avanti e in alto la luna che illumina la città.

Il viaggiatore finisce la serata a sorseggiare Porto d'annata nella saletta interna dell'Instituto dos Vinhos do Douro e do Porto che sta di fronte al banco della mescita. I muri, il pavimento, le travi di legno sul soffitto trasudano la magia della storia di quell'Istituto pubblico che dal 1933 è responsabile della certificazione della Denominazione di Origine "Porto", del controllo della sua qualità, della regolamentazione del suo processo produttivo, della sua diffusione e promozione. Le varietà offerte superano il centinaio, di grande qualità e ottime annate. Alla fine si fanno aprire due bottiglie di eccellente qualità, una Ferreira del 1982 e poi una Taylor's del 1987, entrambe scaraffate e servite nella brocca di vetro, rigorosamente con tappo di vetro, alla giusta temperatura. Una passeggiata rinfrescante e una breve sosta nel "caffé brasileiro" concludono la giornata nel migliore dei modi e domani sarà un susseguirsi di nuove e, si spera, altrettanto gratificanti sensazioni.


Martedì 20 Settembre. Verso Evora

La mattina è serena e si preannuncia un'altra bella giornata. Il viaggiatore fa colazione al nono e ultimo piano dell'albergo, da cui si vede una bella fetta della città. I camerieri sono gentili e molto seri; chi li dirige deve essere particolarmente severo. Un bel caffé ristretto, con latte, cereali, un panino fresco, prosciutto, formaggio, yogurt, succo d'arancia e acqua sono un buon viatico per affrontare la visita alla facoltà di agraria dove ci aspettano per le dieci e trenta e per il successivo viaggio attraverso l'Alentejo. Il viaggiatore ancora non lo sa, ma il suo inconscio è preparato a qualsiasi sorpresa ed ha predisposto le cose in modo da reggere agli inconvenienti che si presenteranno.

Il professor Josè Goveia che dirige il dipartimento di olivicoltura presso l'Istituto de Agronomia (la Facoltà di Agraria) ci accoglie molto gentilmente e ci fa accomodare in una sala al piano terreno del bel palazzo circondato da vigneti e olivi. È già tutto predisposto con bicchierini con i campioni di olio per gli assaggi e con il proiettore per la lezione sulle sei DOP olivicole portoghesi. Si fa una sosta tra i primi quattro assaggi e i successivi cinque, un po' di commenti, qualche domanda in "europeese" (un po' di portoghese, un po' di francese, un po' d'italiano, un po' di latino per qualche nome scientifico) e poi verso l'una si riprende il pullman per visitare una tenuta a Santarém, che dovrebbe distare un'ora di macchina o poco più. Dopo 45 minuti di periferia di Lisbona tra dolci colline, palazzi a otto - nove piani, cartelloni pubblicitari con i volti dei candidati alle prossime elezioni amministrative, ci si ferma per uno spuntino in una squallida area di sosta dell'autostrada.

Il viaggiatore non è ancora stato avvertito dal suo inconscio dell'imprevisto, ma qualcosa comincia a trapelare dalla coscienza, come la punta di una fogliolina che il seme in putrefazione immerso nel terreno sta per generare e, anche se non ne sentiva il bisogno, decide di prendere una coppa di frutta fresca e una bevanda. Si risale sul pullman e si parte … passano campi, case, palazzi, ancora campi e casette e paesini, e poi colline e uliveti e vigneti e sugheraie … passano i minuti, i quarti d'ora, le mezz'ore … Santarem è già passata da un bel po' e il pullman non si ferma; il viaggiatore osserva dallo specchietto retrovisore che sta sopra la testa dell'autista e nota che si sta sfregando gli occhi con insistenza, che si appoggia al finestrino alla sua sinistra, che mastica probabilmente un chewing-gum o una caramella e pensa che probabilmente l'autista sente il bisogno di fermarsi e fare un pisolino, ma prosegue coraggiosamente e con stoicismo, perché lui sa che la meta non è più Santarem, ma un posto più lontano e sa che non ci si può fermare se si vuole arrivare a sera anche ad Evora.

Finalmente, dopo aver lasciato l'autostrada 40 chilometri prima di Castelo Branco e aver proseguito in direzione di Portalegre, si arriva a destinazione, la Vale de Barqueiros (il motto della famiglia è Oleum est Vita) del cortesissimo ospite Senor Vasco Cerqueira de Faria. Il gruppo aveva tentato una specie di ammutinamento, a causa della stanchezza e della mancanza di informazione, ma ora si è acquietato e diligentemente si prepara a visitare la vastissima azienda che produce, oltre all'oleum, anche tanto buon vino, bianco di Arinto ma soprattutto rosso (Aragones, Trincadeira, Alicante e Cabernet Sauvignon) di buona struttura, anche se molto barricato in legno americano, con sentori di vaniglia ed eucaliptus.

La visita all'azienda ci permette di passare nei campi tra le migliaia di ulivi di Galega e Cobrançosa e tra le viti ancora in maturazione, di vedere la modernità di questi impianti completamente irrigati pianta per pianta, che danno più di 40 chili di olive per albero in media. Prima di lasciarci ci aspetta una sontuosa merenda con "queso" e vino e salame nella sala del biliardo e nella sala adiacente, intrattenuti con la massima signorilità e cortesia dall'ospite, che ha mobilitato i suoi collaboratori e alcuni familiari, la moglie e il giovane nipote Miguel che studia Economia a Porto e parla un perfetto inglese di scuola brightoniana.

Alle sette il viaggiatore riprende il cammino verso Sud, il sole sta per tramontare, le luci si fanno più soffuse, l'aria si rinfresca e poi si fa notte. Dopo le otto e mezzo il gruppo arriva a Evora. L'hotel da Cartuxa è confortevole e caratteristico, in un bel palazzo a due piani all'interno delle mura della città. Una veloce rinfrescata e il gruppo si incammina verso il ristorante "meditato" durante il tragitto. Stasera i favori del pronostico sono toccati al Fialho, che porta il nome del monaco di Evora che chiamò Tempio di Diana, che di Diana non è mai stato, il tempietto di origine romana che sta nella parte alta della città, di fronte alla cattedrale ed è ancora così ben conservato perché fino al 18° secolo era stato inglobato dentro muri di protezione che lo hanno protetto sia dalla vista sia dalla corrosione del tempo. Sulla strada deserta che porta il viaggiatore e i suoi amici verso il ristorante per fortuna non c'è più il Giraldo, quel cavaliere brigante che tagliò le teste del moro di guardia alla città e di sua figlia, ma è rimasta solo la piazza che porta il suo nome, in cui un compassato poliziotto ci indica il percorso più breve da seguire.

Il gruppo entra nel ristorante, di ottima qualità, pulito, con personale attento e preparato, e si accomoda al tavolo gia pronto per la prenotazione telefonica del pomeriggio. Gli antipasti sono già in tavola. Si ordina una bottiglia di Arinto de Cartuxa (prende nome dal monastero omonimo che la famiglia De Almeida ha acquisito e in cui produce questi vini dell'Alentejo, puliti e strutturati, il bianco e i rossi che seguiranno) e si comincia a piluccare dai piattini sul tavolo: prosciutto, salame, funghetti, polpo, fave, carciofini, baccalà con fagioli e uova, orzo bollito, formaggio fresco. Il piatto forte del viaggiatore stasera è una Sopa de Peixe all'Alentejana, ricco e sontuoso, con un gradevolissimo sentore di menta fresca che come per magia sale dalla zuppa rossa che sta nel piatto, insieme a fette di pane, cipolla, e una enorme cernia dalla carne bianchissima e particolarmente tenera e gustosa di mare. Gli altri amici si sono accontentati di un agnello, di un piatto con maiale e vongole (abbinamento per noi strano, ma indovinatissimo) e di altre specialità tutte ben fatte e meritevoli della fama del locale. La serata termina con una porzione di créme brulèe, di torrone di Evora e un'ultima bottiglia di vino aromatizzato (probabilmente amarene e prugne, anche se non dichiarato sull'etichetta) di 19 gradi e una camminata rinfrescante fino all'albergo tra i muri delle case che trasudano storia dai tempi del Senza Paura.


Mercoledì 21 settembre 2005. Evora e poi a Guarda

A Evora il viaggiatore sa che non avrà tempo di ammirare le bellezze storiche e architettoniche della città ma sa anche che sarà ben ripagato dalla visita alla Fondazione Eugenio de Almeida e alla ineguagliabile cortesia ospitale dei suoi rappresentanti, dall'Amministratore Delegato Luis Faria Rosada, al Responsabile Commerciale José Mateus Gino, al Direttore della Bodega Pedro Baptista e a tutti i loro collaboratori, tutti giovani ma motivati e competenti.

I nostri ospiti sono ad attenderci al termine della colazione, come al solito abbondante e ricca di varietà: oltre alle solite diverse qualità di cereali, bevande e salumi c'é persino la possibilità di versarsi una flute di spumante e su ogni tavolo è posato un piccolo mazzo di bastoncini di cannella a disposizione degli ospiti. Una parte del gruppo sceglie di fermarsi a Evora per visitare la cattedrale, il tempio di Diana e le altre meraviglie. Quasi tutti però sono curiosi di vedere i possedimenti della fondazione per cui si parte alle nove verso il nuovissimo frantoio, che è operativo da oltre un anno e si trova a circa venti chilometri dal centro.

Durante il tragitto si costeggia un possedimento di 1.600 ettari, che costituisce solo una parte dei 6.500 ettari che costituiscono il patrimonio agricolo della fondazione, il cui scopo è quello di promuovere il benessere sociale della popolazione di Evora e paesi limitrofi. I numeri che caratterizzano questo possedimento sono a dir poco entusiasmanti: 300 ettari di vigneti, di età massima 24 anni, che danno uve rosse e bianche, 220 di oliveti, relativamente giovani (il più vecchio non supera i 60 anni), con oltre 60.000 piante e in continua espansione,. Tutti gli impianti sono irrigati punto a punto e forniscono materia prima di qualità che viene lavorata con macchinari tecnologicamente all'avanguardia per fornire ottimi prodotti, distribuiti sia sul mercato nazionale, sia su quello internazionale.

La Fondazione ha un centinaio di dipendenti a tempo pieno più fino a duecento stagionali nei momenti di punta della raccolta dell'uva e delle olive. Il frantoio che visitiamo è di nuova concezione,ben attrezzato, ha già smaltito 2000 tonnellate di olive nell'ultimo anno e ha un potenziale per raddoppiare questa capacità. La produzione di olio sta crescendo in maniera esponenziale e gli esperti del marketing stanno sperimentando, con successo, nuove confezioni di bag in box da tre litri venduti a 15 Euro sul mercato portoghese. L'olio viene essenzialmente da tre cultivar: Galega, Cordovil e Verdeal. Il nome della confezione è São Bruno, in onore del Santo che nel secolo XI fondò la Certosa (da cui il nome di Cartuxa) di monaci contemplativi in cui ha ancora oggi sede la cantina della fondazione.

Dopo la visita al frantoio il gruppo si sposta verso la cantina, che si trova nella Cartuxa subito fuori le mura della città. La cantina gestisce una produzione di due milioni di chili di uva all'anno da cui si ricavano vini per il 25% bianchi e per il 75% rossi, tutti da uve autoctone quali Rompeiro, Antão Vez, Arinto e Perrum per i bianchi e poi Aragones, Trincadora, Alicante, Castelão e in piccola parte da uve straniere, in prevalenza Cabernet Sauvignon, per i rossi. Il vino è quindi conservato, durante la fermentazione, in oltre cento cisterne di acciaio inox a temperatura controllate, disposte subito al di fuori della Certosa, poi passa all'invecchiamento in botti di rovere (28 da 3000 e da 5000 litri) oppure in barriques francesi (circa 850 da 225 litri) e americane, in piccola percentuale, secondo il tipo di vino e le caratteristiche del vitigno o dell'assemblaggio di cui è previsto debba andare a far parte. Infine è imbottigliato e spedito per la commercializzazione.

I vini di punta della Fondazione sono E.A. (Eugenio de Almeida), Foral, Cerca Nova, Porta Nova, Pera Manca e Cartuxa. Tutti sono prodotti sia nella varietà bianca, sia nella varietà rossa (o Tinto). Alcune annate più fortunate sono conservate in confezionamenti speciali e venduti con caratteristiche particolari di pregio.
Oltre il 75% del fatturato attuale deriva dalla produzione di vino, il resto da quella di olio e di sughero, una coltivazione ancora ben radicata in Portogallo (sembra che richieda pochissima manutenzione e manodopera).

Terminata la visita alla cantina il gruppo è stato ospite, a pranzo, dei rappresentanti la Fondazione, in un ambiente raffinato ed elegante dove ha potuto degustare sia gli oli, sia i vini con le prelibate pietanze della cucina Alentejana ed apprezzare la buona qualità degli oli e la sorprendente eccellenza dei vini.
Al termine del pranzo e dopo gli immancabili ringraziamenti e saluti il gruppo ha ripreso la strada verso il Nord, mèta Guarda, la città più elevata del Portogallo (circa 1055 metri), dove è arrivato poco prima delle otto di sera.

Tutte le volte il viaggiatore e il suo gruppo si ripromettono di limitare gli apporti calorici all'organismo, visto i pochi consumi e le abbondanti libagioni, ma tutte le volte scopre che la carne è debole e ricade, come stasera, nelle tentazioni del buon cibo e del buon vino. A Guarda la sorte ha scelto la Casa do Bragal per completare la serata a base di cucina tipica portoghese (antipasti saporiti e invitanti, baccalà e carne arrosto con contorni di verdure, dolci fantastici), bagnata da vini di Porto di ottima struttura ed eccellente livello qualitativo.
La Casa è gestita da una simpatica famiglia in cui il padre ha una grande passione per la bella musica (da Maria Callas a Luciano Pavarotti, dal Jazz cubano al Fado, da Angelo Branduardi ad Amalia Rodriguez) ed è un eccellente anfitrione. A mezzanotte il viaggiatore e il suo gruppo hanno lasciato la casa alla luce della luna in fase calante, inseguiti nel taxi dai due cani che, la notte, a Guarda, fanno la guardia al giardino della Casa do Bragal.


Giovedì 22 settembre 2005. CARM e Mirandéla

La solita bella giornata, la solita colazione in albergo, il saluto a Guarda (il viaggiatore pensa che così potrà ritornare in qualunque luogo visitato, se lo vorrà, senza che i luoghi se ne abbiano a male) e si riparte verso il Nord del Portogallo, verso Tras os Montes. Il paesaggio è deturpato in alcuni punti dagli incendi che hanno devastato varie regioni portoghesi nel corso dell'estate. Si vedono comunque anche molte rocce coperte di licheni, a testimoniare la purezza dell'aria di questi luoghi, non toccati dall'inquinamento. Le campagne sono ricche di colombaie bianche, di forma rotonda, con il tetto di mattoni rossi, che i contadini usavano un tempo come punti di accumulo dello sterco dei piccioni per la concimazione dei terreni circostanti. Ad Almendra ci aspetta Felipe per farci visitare la sua grande Casa Agricola Roboredo Madeira (CARM), oltre 200 ettari di uliveto, 200 coltivati a mandorli e quasi un centinaio a vigneto, in una proprietà di 1600 ettari.

Il padre di Felipe ha iniziato questa attività in maniera intensiva solo cinque anni fa ma in così poco tempo la CARM è diventata un nome a livello internazionale per l'eccellenza dei suoi oli e per la bontà dei suoi vini.
Felipe ci fa visitare il frantoio, dove le olive sono radunate il giorno stesso della raccolta e macinate prima di sera, in un processo che mira alla perfezione e alla grande qualità. È un suo giusto vanto la bassissima acidità degli oli prodotti (inferiore a 0,20), come testimoniano anche i numerosi premi raccolti sui mercati europei e americani. Nonostante l'impianto sia relativamente giovane, la CARM ha deciso di riconvertire la struttura del frantoio, sia per affrontare nuovi volumi, sia per migliorare ancora la qualità della produzione olearia. Gli uliveti comprendono circa 37000 piante che danno circa 30 chili di olive ciascuna, da cui lo scorso anno ha ricavato oltre 80.000 litri d'olio di eccellente qualità, esportato in tutto il mondo. La raccolta avviene sia per scuotimento, sia manualmente, da parte di una ottantina di lavoratori stagionali assoldati per la durata del raccolto.

Dopo la visita al frantoio ci trasferiamo di qualche chilometro per visitare la cantina, anche questa di nuovissima concezione, con cisterne di acciaio inossidabile conservate al chiuso, in ambienti con grandi finestre di vetro per gli uffici, che possono però essere chiuse elettronicamente con un telecomando quando gli uffici sono vuoti, in modo che il locale resti al riparo dalla luce e soprattutto dal calore intenso delle giornate assolate.

Sul piazzale esterno casse di uva matura, sana e profumata di vendemmia, aspettano di essere versate nella cisterna della pressa pneumatica che estrae dagli acini quella meravigliosa sostanza liquida, appiccicosa e zuccherina che diventerà vino. Il ciclo del vino è all'opera, i macchinari nuovi svolgono il loro compito e sono già pronte anche le barriques che ne accoglieranno una parte per l'invecchiamento.
Una chicca personale a cui Felipe tiene in modo particolare e che ci mostra con grande entusiasmo è la sua acetaia, un locale fresco dove una ventina di barriques americane che hanno già contenuto i suoi vini per tre anni, custodiscono qualche migliaio di litri di purissimo aceto di vino, che lascia nel locale un gradevolissimo profumo.

È già arrivata l'ora di pranzo e si risale in pullman per andare verso il ristorante, ma prima Felipe vuole farci visitare le rovine di Castelo Rodrigo, un maestoso maniero del XIII secolo, recintato da re Dionigi con mura di quasi tre metri di spessore. Il castello sorge su un picco da cui si vede tutt'intorno a 360 gradi, dalla Spagna fino alla valle del Douro, che divide le rocce granitiche di questa riva da quelle argillose che stanno sull'altra riva. Il castello è in fase di ristrutturazione e il viaggiatore ha constatato che non avverte più quella sensazione di desolazione e sconforto che lo aveva colpito durante la sua visita precedente.

La produzione di olio in queste terre ha quasi del miracoloso se si pensa alla fatica che fanno le radici delle piante di olivo a farsi strada tra la terra e le grosse rocce che caratterizzano questo territorio portoghese. Nei punti in cui la strada è stata ricavata scavandone la roccia ai lati, si può chiaramente vedere come dalle rocce aperte e sezionate spuntino le radici degli olivi circostanti. Un'altra curiosa testimonianza dell'aridità di queste terre il viaggiatore l'ha avuta proprio visitando Castelo Rodrigo, dove da una spaccatura in un enorme masso, a ridosso del muro del castello, sta crescendo un ciliegio, già di due metri.

Nel primo pomeriggio si arriva al ristorante, "O Lagar" - il frantoio -, dove ci aspetta un tipico pranzo portoghese con deliziosi piatti di baccalà condito con i tre oli di Felipe - CARM, Quinta do Bispado, Quinta das Marvalhas - e innaffiati con i vini adatti, sempre di Felipe - Douro Carm Rosè 2004, Castello d'Alba Douro Reserva 2004, Douro Carm rosso 2003, Quinta do Côa - tutti serviti nei loro giusti bicchieri da personale attento e cortese. Durante la visita al frantoio e poi al ristorante si sono uniti alla comitiva altri due ospiti di Felipe, il Señor Norberto e Señora, gestori del ristorante Casa Benigna (Comidas y Vinos) in Madrid (Benigno Soto N.9), che erano passati per portare un saluto ai loro amici.

Alle cinque saluti e ringraziamenti e strette di mano hanno preceduto la risalita sul pullman e la partenza per l'ultima meta di questa giornata, Mirandéla. Il sole ancora alto e caldo, il viaggio tra strade di montagna strette e tortuose, l'abbondante pranzo hanno convinto il viaggiatore e buona parte del gruppo che era meglio abbassare lo schienale del sedile fino al limite massimo consentito e chiudere gli occhi per un sonnellino di un'ora abbondante. Al risveglio gli ultimi chilometri verso Mirandéla si snodavano tra verdi boschi e ridenti colline e si concludevano proprio sulle rive del Tua, attraversato nel punto di arrivo da un largo ponte romano, oggi passerella per chi, residente o turista, vuole rilassarsi passeggiando in un luogo incantevole, tra rive verdi, belle sculture e baretti di sapore quasi parigino. Il viaggiatore ha concluso la giornata passando e ripassando da una riva all'altra sul ponte romano, al chiaro di luna calante, mentre due bambini si rincorrevano vociando seguiti da un cane randagio, che, assetato, ha appoggiato le zampe anteriori sul bordo di una fontanella a zampillo e si è concesso una lunga bevuta.


Venerdì 23 settembre 2005. Verso Porto

La settimana sta finendo. Siamo già alla sexta feira. Oggi dopo la colazione si resta a Mirandéla per visitare l'Associazione degli Olivicoltori di Tras-os-Montes e Alto Douro. (AOTAD). L'associazione rappresenta 8000 aziende consociate, di cui alcune sono grosse cooperative, e i consociati sono circa il 30% di tutti gli olivicoltori portoghesi. L'olio DOP prodotto dai consociati è rappresentativo di due terzi del territorio coperto da ulivi (50000 ettari su 75000) e di 25000 singoli produttori. Gli impianti hanno un'età media tra 5 e 25 anni.
Nella sala di presentazione c'è l'opportunità di degustare due oli.

Il primo è ROMEU (www.quintedoromeu.com), prodotto da Clemente Menéres di Mirandéla, con frantoio a Jerusalem no Romeu. L'olio presenta aromi intensi e ricchi e ha caratteristiche di tipicità marcata. L'olio lascia la bocca molto pulita, con lievi note di astringenza e prevalenza della caratteristica amaro, su piccante e dolce. Le cultivar principali sono Verdeal, Madural e Cobrançosa, più alcune autoctone minori in bassissima percentuale. l'olio è ottenuto da un frantoio tradizionale e si decide di aggiungere al programma la visita all'azienda, per verificarne l'organizzazione, tanto è stato sorprendente per la sua eccellenza e gradito questo assaggio.
Il secondo olio è il Val d'Ondel, prodotto da VIAZ - Moncorvo, con un'acidità dichiarata in etichetta di 0,4% e perossidi inferiori a 15. L'olio è buono, mostra una prevalenza della caratteristica piccante su amaro e dolce, e questo denota una ricchezza di fenoli, dovuti sia alle caratteristiche delle cultivar utilizzate, sia soprattutto alla scarsità d'acqua del territorio olivicolo portoghese.

Terminate le degustazioni si va a visitare l'azienda Menéres. Ci accoglie il titolare João Pedro nel suo frantoio. Da fuori è una cascina come ce ne sono ancora nella campagna lombarda, a due piani, con qualche portone a semicerchio, scalini di pietra, qualche vite che si arrampica lungo i muri. Un arco a volta ombreggiato introduce nel cortile interno, dove João Pedro ci mostra orgoglioso una straordinaria pianta di vite che si innalza dal centro di un'aiola rialzata, con un tronco di quaranta centimetri di diametro e dopo due giri a serpentina all'altezza di tre metri, si spande tutto intorno a fare ombra al cortile; ma la cosa straordinaria non sono tanto le dimensioni quanto il fatto che questa pianta è ancora una vite precedente all'introduzione della vite americana, dovuta alla fillossera che a fine '800 praticamente distrusse la vite in Europa. Ci mostra orgoglioso anche la fotografia del suo collaboratore che dal 1937 lavora in azienda come maestro frantoiano e lo descrive come una persona di grande laboriosità e iniziativa.

Visitiamo poi il frantoio, pulitissimo e perfettamente efficiente e dal cortile possiamo anche vedere le cataste delle corteccie delle piante da sughero che costituiscono un altro dei proventi dell'azienda insieme al vino e al vino di Porto. Ci propone anche, se di nostro interesse, di visitare, lì vicino, sulla strada per Vila Verdinho, la cantina dove stanno lavorando le nuove uve della vendemmia per ottenere vino e Porto. Anche questo casolare possiede un fascino magico e dà una sensazione di grande serenità. È situato sopra una piccola collina, è circondato da una strada in terra battuta e tutta la facciata ha il colore dell'oro, che contrasta con il rosso del tetto, il verde degli alberi e delle vigne che lo circondano. l'esterno è circondato da una copertura di vite che sale lungo il muro e si estende, a tre metri d'altezza, per due metri sulla strada sterrata che gira attorno alla casa.

L'edificio è lì dal 1874 ed è il fiore all'occhiello della produzione vinicola dei Menéres. All'interno del recinto, nel cortile, alcuni pesci rossi nuotano in una grande vasca quadrata di granito, mentre gli operai stanno scaricando le ceste ricolme di uva matura che diventerà prima mosto, poi, dopo la fermentazione, vino e, per la quantità concessa dal disciplinare, vino di Porto, con l'arresto della fermentazione mediante alcool. I principali vitigni (castas in portoghese) da cui si ottengono questi vini sono Touriga National, Tinta Roriz e Touriga Franca, più altri in quantità molto minori.

Poi visitiamo il grande salone con pavimento di legno del secolo scorso e copertura anche di legno, ancora efficiente e utilizzato, dove vi sono ancora credenze, mobili e attrezzi come non se ne vedono più se non in qualche museo contadino. Sotto al salone vi sono le cisterne per la fermentazione e lo stoccaggio del vino e un locale a grotta in cui sono conservate in bella vista le bottiglie in invecchiamento. Prima di congedarci ci fa assaggiare un Porto bianco del 2000, spillato da una piccola cisterna in acciaio, che ha una ricchezza aromatica e un corpo degni di un grande vino. Prima di abbandonare questa magnifica realtà il viaggiatore nota la scritta (in rosso) sul muro esterno della casa gialla: CASA MENÉRES - ADEGA de MONTES MEÕES.

Lasciamo Mirandéla dopo il pranzo (insalata mista e una fiorentina di un chilo tenerissima e cotta alla perfezione, patate fritte e macedonia) e ci dirigiamo verso Valpaços, dove ci aspettano i rappresentanti della Cooperativa, una delle più grandi realtà olivicole portoghesi.
La cooperativa è nata nel 1951, per iniziativa di un gruppo limitato di olivicoltori. Oggi conta oltre 2000 soci e produce 1,3 milioni di chili di olio di oliva di buona qualità (il loro prodotto di punta è il Rosmaninho) venduto in diversi confezionamenti (0,5 - 1 - 2 - 5 litri). La produzione di punta assorbe fino a 4000 quintali nelle 24 ore, con potenzialità di 8000, e si avvale di macchinari e impianti italiani (Pieralisi di Jesi). La produzione dell'olio è concentrata tra metà novembre e fine febbraio. La capacità di stoccaggio dell'impianto è di 1,6 milioni di litri. Prevedono di superare i 2 milioni di chili entro tre anni.

La struttura della cooperativa è nuovissima e impiega 13 persone a tempo pieno. Il gruppo visita velocemente il cortile esterno dove arrivano le olive, le macchine a due fasi, la zona di stoccaggio, il laboratorio di analisi, la sala convegni che può ospitare oltre 300 persone comodamente sedute, la parte amministrativa, il bar. Alla fine della visita si procede alla degustazione di sei campioni di olio predisposti dai nostri ospiti sopra un tavolo nella sala stoccaggio e imbottigliamento. Gli oli sono ancora validi, nonostante abbiano iniziato la loro evoluzione verso la ossidazione, con aumento dell'acidità e dei perossidi.

Il gruppo lascia Valpaços e prende la strada di Murça, la città famosa per l'enorme scrofa di granito simbolo di fertilità e augurio di prosperità a chi la tocca, per il miele, la salsiccia, il formaggio di capra e per la Cooperativa agricola dos Olivicultores de Murça, dove arriva alle cinque del pomeriggio. La struttura della cooperativa assomiglia molto a quella di Valpaços, però questa si differenzia per volumi più bassi (circa un quarto) ma per una maggiore cura del design delle confezioni e del marketing dei prodotti. La sala di accoglimento dei clienti ha un catalogo dei prodotti in bella mostra, con caratteristiche chimiche degli oli (acidità tra 0,2% e 0,4%) e prezzi di ogni confezione, dai 4,75 Euro al litro della confezione da 5 litri, agli 11 Euro al litro del prodotto migliore, il Galheteiro.

Le confezioni proposte sono due da mezzo litro, una da tre quarti, una da litro e un garrafão da cinque litri. La Cooperativa ha vinto numerosi premi come produttore di olio nel 1996, 1997 e una medaglia d'argento al concorso di Los Angeles (OliveOils of the World 2004". La cooperativa esporta circa il 15% della propria produzione, principalmente verso la Francia e Macao, sfruttando la struttura di marketing dei produttori del vino Porto. Mentre si procede alla degustazione di tre campioni di olio, ci tengono a informarci che la nuova bottiglia da 0,5 litri è di design italiano e ricorda un piccolo fiasco con manico di vetro, è chiusa con la ceralacca e porta un bugiardino al colletto con le caratteristiche chimiche e organolettiche dell'olio contenuto. Un piccolo campione dell'olio della cooperativa, con i depliant dei loro prodotti, è donato come ricordo ad ogni componente del gruppo.

Infine si riparte da Murça senza che il viaggiatore abbia potuto constatare l'efficacia della carezza alla scrofa, né abbia potuto assaggiare il miele, la salsiccia, il formaggio di capra. D'altra parte il tempo è crudele e non consente di fare tutto quello che si vorrebbe e quindi il viaggiatore e il suo gruppo devono scegliere se visitare i paesi più interessanti oppure arrivare a destinazione e la scelta in questi casi è forzatamente obbligata. Si riparte dunque verso Porto, la seconda città del Portogallo, terra di lavoratori, mentre quelli di Lisbona giocano, quelli di Coimbra cantano, quelli di Braga pregano.

Dopo le otto di sera siamo a Porto. Il viaggiatore e il suo gruppo hanno deciso di cenare sulla riva destra del Douro, nel cais di Ribeira, al primo piano del ristorante Filha da Mãe Preta, in una sala con blocchi di granito alle pareti e azulejos, con vista sul Douro dai bassi finestrini ad arco. Il locale è molto elegante. Si cena con gli antipasti già predisposti sulla tavola e vino bianco, a seguire una fumante pentola di trippe alla maniera di Porto, con fagioli e riso bianco di contorno e vino tinto della regione del Douro. Una breve salita in ascensore e una passeggiata tra i marciapiedi della città alta portano la piccola comitiva al Caffè Majestic dove si chiude la giornata davanti a una bottiglia di Vintage 1985, religiosamente versata da un sommelier in camicia bianca e abito nero, dopo un accurato e attento travaso, alla luce di una candela a contrasto, nella caraffa con tappo di vetro, sorbendolo a piccoli sorsi, seduti sugli antichi banchi di legno e pelle decorata, che profumano di storia e di antico, allineati lungo le pareti del locale.

Gli specchi sopra le panche sentono il peso del tempo come le macchie sulla pelle dei vecchi, i vetri molati delle pareti divisorie interne creano giochi di luce e di riflessi, il vociare allegro di quattro ragazze che devono birra qualche tavolo più in là creano un'aura come di magia che viene interrotta dal cameriere che ci ricorda, a mezzanotte e venti, che il locale doveva chiudere a mezzanotte. Usciamo nella notte fresca con ancora in bocca il sapore di quel Vintage 1985.


Sabato 24 settembre 2005. Il vino di Porto e Coimbra

Al risveglio mattutino il viaggiatore sta alcuni minuti ad ammirare il velo di nebbia che copre i tetti di Porto, affacciandosi al parapetto del terrazzo della sua camera d'albergo. Il viaggiatore ha la sensazione di essere calato nella Porto del 1678, quando una coppia di commercianti inglesi venne qui a fondare la Croft, uno dei primi marchi di vino di Porto e tuttora uno dei marchi più importanti.
La nebbia pian piano si dirada e i tetti sono più nitidi e si vedono i palazzi nuovi e le auto sulla strada in basso. Il gruppo parte. Si va a visitare la Croft, accompagnati da Marta, la guida che parla un perfetto italiano e sembra la sosia di Francesca Garaventa. La prima presentazione avviene sotto un portico di legno e tegole rosse, di fianco a un carro di legno di oltre cento anni che si usava per il trasporto dei fusti di vino e davanti al simbolo della Croft, due uccelli sopra una barca, che simboleggiano l'amicizia tra Porto e l'Inghilterra. Oggi Croft rappresenta un gruppo con molti marchi, tra cui Taylor's e Morgan e Delaforce e altri.

Ci trasferiamo poi nella cantina, dove decine di grossi tini da quasi 100.000 litri e centinaia di barili di oltre 600 litri contengono il vino destinato all'invecchiamento. La Croft ha in invecchiamento in tutte le sue sedi oltre 13 milioni di litri di vino. tutto il vino viene dalla valle del Douro, che ha un clima secco, un suolo scistoso e produce un tipo di uva forte e robusta per dare uno dei migliori vini di Porto, secondo il disciplinare impostato dal Marchese di Pombal nel 18° secolo. L'uva è raccolta in gran parte a mano perché molti vigneti sono coltivati a terrazza e non è possibile usare macchinari più moderni.

La pigiatura dell'uva è fatta nelle vasche di granito (lagares) sia con strumenti moderni per il porto più economico, sia ancora a piedi nudi per il vintage delle migliori annate. La fermentazione del vino è di sei giorni, ma al terzo giorno si blocca con l'aggiunta di acquavite di vino (brandy) a 77° di alcolicità in rapporto brandy / vino di 1 a 5. L'invecchiamento avviene nei tini anziché nelle botti perché consentono una migliore ossidazione del vino di Porto. Il legno dei tini è sia la quercia, sia il mogano. I barili in cui invecchia una parte del vino sono di legno già usato perché devono consentire l'ossidazione del vino senza aggiungere le sostanze del legno nuovo. I vini delle annate migliori sono imbottigliati dopo solo due anni di invecchiamento in legno e costituiscono i Vintage, il prodotto di punta. Altri sono imbottigliati dopo 4 - 6 anni e diventano i Late Bottled Vintage (LBV) e sono di un'annata specifica. Infine i Tawny sono prodotti assemblando vini di diverse annate, in proporzioni diverse, e sono venduti con un'anzianità minima di tre anni, che può arrivare a 40 e anche oltre.

Dopo la visita alle cantine Marta ci introduce nel Sancta Santorum della Croft di Porto, i corridoi dove stazionano ad invecchiare circa mezzo milione di bottiglie, tutte rigorosamente di Vintage, di tutte le dimensioni, dal mezzo litro alle Imperiali di 5 litri. Le bottiglie più vecchie sono del 1834 e del 1847, ma la maggior parte delle bottiglie ha attorno ai 20 - 30 anni, che è il periodo ottimale per il consumo del vintage nella sua massima espressione.

Terminata la visita scendiamo lungo la stradina interna agli stabilimenti coperta da tralci di vite che salgono dai muri, fino alla sala delle degustazioni. La sala è attrezzata con piccole botti a mo' di tavolini, barilotti come seggiolini e tini di varie annate addossati alle pareti laterali; su uno di questi, che ha contenuto la raccolta 1965, spicca una targa ricordo della visita di Margareth Thatcher del 19 Aprile 1984. Sulle botti che fanno da tavolino all'interno della sala sono già predisposti gli assaggi: un olio prodotto e venduto con il marchio Taylor's, un vino di Porto blanco e un vino Tawny rosso colore del bronzo, che Marta ci illustra. L'olio è della Quinta de Vargellas, con un'acidità dichiarata di 0,2%, colore verde giallo, dall'aroma di erba verde, in cui prevale la sensazione di piccante.

Il Porto bianco è gradevole e fresco, sia come temperatura, sia in bocca, è ottimale come aperitivo e con formaggi freschi e salumi. Infine il Porto Tawny va consumato come digestivo e con formaggi di media stagionatura o dolci tradizionali di uova e mandorle. Lasciamo un ricordo dell'ONAOO sul libro delle visite, facciamo alcuni acquisti al banco e salutiamo la cortesissima Marta e le sue colleghe. Usciamo da Croft con i nostri pacchetti e ci sono già un gruppo di portoghesi dell'alto Douro e di Tras os Montes che stanno entrando a visitare gli stabilimenti, preceduti da un gruppo di "bikers" stile americano "on the road" con magliette che recitano: 7 Continents, 2 wheels, 1 home.

Lasciamo Porto dopo un po' di foto sul lungo Douro in attesa del pullman, risaliamo e partiamo per Coimbra. Il cielo mostra già un po' di celeste tra le nubi, l'aria è fresca e pulita e si va veloci e sicuri tra prati verdi e saliscendi in autostrada. Alle due siamo a Coimbra dove, vicino a una struttura che ricorda Italia in miniatura, imbarchiamo il nostro "Virgilio" di oggi, che ci accompagnerà attraverso i cieli del Paradiso di casa Reis.
Il Professor Alberto Sismondini - "Virgilio" - vive in Portogallo da circa sette anni ed è Professore Ordinario di Letteratura Italiana all'Università di Coimbra. La città sorge sulle rive del fiume Mondego, conta circa 150.000 abitanti e vive essenzialmente di servizi.

Si prende la strada per Almalagues, a circa 10 chilometri da Coimbra, tra strade affiancate da splendide fattorie (Quinta da Torre, Quinta San José) dei secoli passati, alcune ristrutturate, da ville nuove di cittadini che preferiscono questi insediamenti più tranquilli e meno costosi alle case del centro, da boschi di eucalipti, canneti, pinete, orti, ulivi, frutteti. Si vedono molte villette nuove, spesso di re-immigrati da paesi europei, tra la folta vegetazione che ricopre queste colline ridenti, anche se oggi sono ancora deturpate dagli incendi dello scorso agosto, di cui si vedono i segni e si sente nell'aria l'odore degli eucalipti offesi dalle fiamme nei terrazzamenti lungo i pendii. Il pullman corre veloce su queste strade del Portogallo profondo, strade di granito su granito, qua e là ricoperte di asfalto.

Il viaggiatore e la sua comitiva ascoltano con interesse la descrizione di questo mondo rurale subeuropeo che il nostro "Virgilio" ci fa: di come i mercati di paese siano ricchi di diverse varietà di cavoli, di grandi quantità di baccalà, pescato un tempo direttamente dai pescatori del luogo, su larghe barche a chiglia piatta trainate, e salato al momento della pesca, di come i portoghesi preferiscano la noce moscata e la cannella alle erbe e alle spezie tradizionali italiane, di come esista ancora la produzione di tappeti e coperte con i vecchi telai e addirittura vi siano forme di autoproduzione di energia.

Finalmente arriviamo nella casa del nostro ospite, il Signor Américo Reis, un amico del Professore che ci ospiterà nel pomeriggio per un "Copo de Agua", un bicchier d'acqua. Américo vive lì con la famiglia allargata dei parenti suoi e della moglie, la Signora Maria Odéte che oggi purtroppo non è presente perché impegnata nella gestione del ristorante Toscana, in Avenida Urbano Duarte N.6 a Coimbra, dove i clienti possono gustare sia piatti portoghesi sia piatti italiani cucinai con amore, con materie prime di prima qualità e in un ambiente cordiale e familiare.

Nelle zone rurali di Tras os Montes ed Alentejo usa ancora preparare questi banchetti sontuosi con ogni ben di Dio in modo che gli invitati "no passan fame" non patiscano la fame. La casa in cui Américo ci accoglie era una vecchia stalla che lui ha ristrutturato internamente e che conta di sistemare definitivamente in esterno per offrire ospitalità a quanti vorranno vivere dall'interno la vita della campagna portoghese. È sua intenzione sistemare i 5 ettari che circondano la casa con ulivi per utilizzare le numerose fonti che esistono nella proprietà, dove crescono ancora tre ulivi vecchi di 2000 anni e dove si trovano anche resti di rovine romane. La vegetazione intorno alla casa è stata attaccata dalle fiamme lo scorso agosto e se ne vedono ancora i segni.

Entriamo in casa accolti con il sorriso da tutta la famiglia e siamo introdotti nella stanza da pranzo dove su una lunga tavola sono predisposte mille leccornie e squisitezze: baccalà al lagareiço (alla maniera dei frantoiani, con molto olio d'oliva e patate), Pala tramontana, una sorta di pan bagnà con la carne, Presunto (prosciutto crudo ottenuto dalla coscia del maiale), Orejinas do Porco con omento (Orecchie di maiale con coriandolo), Pè do porco, e poi ancora maiale, agnello, capretto, pollo, altri piatti di baccalà, una squisita trippa calda alla moda di Porto, con i fagioli (la fanno dai tempi delle crociate quando dovevano consegnare la carne per i soldati e a loro restavano solo le interiora degli animali e poi l'hanno arricchita con i fagioli importati dopo la scoperta delle Americhe), Coxinas de franco (Coscie di pollo), un eccezionale cardo verde, che è il simbolo della cucina portoghese ed è preparato con cardo galero e choriço (salame), e poi ancora formaggi di cabra (capra) e di ovelha (pecora) di corto invecchiamento, piatti di fichi freschi deliziosi, un tavolo di dolci a cucchiaio e torte, vino tinto, bibite, caffè e una sontuosa "bagaceira" (grappa autoctona) del 1993.

Al termine del "Copo de Agua" il Professore ci ha mostrato alcune diapositive sulla Cultura materiale e antropologica del Portogallo - Mondo rurale e Mondo urbano. Le tradizioni e le superstizioni legate alla gestazione, alla nascita, l'adolescenza, la vita adulta, i giovani. Abbiamo visto la festa di Santo Stefano a Ousilhão nel Vinhais, i Mascaros e i Mordomos e le loro tradizioni, la vita universitaria e la vita rurale. Ci siamo incuriositi sulle usanze della Latada, la festa delle matricole (Caloiros), sui colori delle facoltà di Coimbra, rosso per Giurisprudenza, giallo per Medicina, arancione per Psicologia, bianco e azzurro per Scienze, blu per Lettere, ecc.

Abbiamo visto le usanze in occasione del matrimonio, il banchetto del Copo de Agua che può durare un giorno intero, l'alimentazione festiva a base di capretto, le Feste Estive con il Culto delle Acque, il Culto del Fuoco e della Luce, il Culto delle Erbe e la loro funzione profilattica, i vasi di Margherite e di Manjerico (basilico a foglia piccola) usati come ornamento. Abbiamo visto la festa di San Giovanni a Oporto e la funzione apotropaica di questi riti che devono servire a superare le avversità ed avere più fortuna. E poi ancora la matança do porco, il fumeiro (la produzione degli insaccati Salpicao, Farinheira, Porcela, Pato), il sangue cotto, i tagli del maiale, per finire con il gioco della malha (si pronuncia maglia, ma non ha niente a che fare con il tessuto) in cui due squadre di due o tre giocatori si fronteggiano lanciando dei dischi di metallo del peso di circa 600 grammi verso un grosso birillo di ferro a circa dieci metri di distanza, con l'obiettivo di colpirlo e abbatterlo, e vince chi arriva prima a 31 punti. È un gioco a metà strada tra la petanque e il tiro ai birilli o bowling primordiale.
Alla fine si sono formate due squadre e nel cortile dietro casa si sono cimentate in questo gioco, mentre i due cani di casa scorrazzavano per il prato e la piccola Caterina cercava invano di raggiungerli.
Il pomeriggio è volato, così si è fatto tardi e si è dovuti rientrare a Porto dopo le sette rinunciando alla prevista gita in battello sul Douro.

La sera il viaggiatore e Gabriella hanno oziato tra i negozietti del Cais da Ribeira per fare gli ultimi acquisti prima della partenza, si è dissetato con frutta fresca e ha goduto il tramonto del sole dalle panchine di Ribeira mentre i pochi turisti occupavano qualche tavolino qua e là tra i locali che aspettavano i clienti.
Risalendo lungo la Praça de Ribeira e la rua de São João il viaggiatore si è trovato di fronte al VinoLogia, un locale delizioso al N. 46, dove poter degustare in maniera comparata tantissimi tipi di Porto. Ha scelto la degustazione di tre vintage accompagnati con Queso de Serra de Estrelha di media stagionatura. Il locale è delizioso, sia per l'ambiente curato e familiare, sia per la varietà di prodotti esposti, sia per l'arredamento essenziale, pulito e gradevole, sia soprattutto per la cordialità e la professionalità dei gestori, in particolare Gustavo che ha spiegato al viaggiatore i tipi di vintage proposti, due di piccoli produttori della Valle del Douro (sotto i 15 ettari di vigneto) e uno di una media azienda (circa 50 ettari di vigneto). La serata è stata piacevolissima conversando con Gustavo e i suoi collaboratori e con il nostro vicino di tavolo, Mauro, di Firenze, in viaggio per lavoro.

Lasciando il locale e scendendo ancora verso Praça de Ribeira alla ricerca del taxi per tornare in albergo il viaggiatore si sentiva arricchito da quell'oretta trascorsa in buona compagnia, tra buoni vini, nella magia del calore e dei profumi di VinoLogia, con sotto il braccio una bottiglia di São Pedro das Àguias Vintage d'annata, che Gustavo gli aveva fatto assaggiare come ultima chicca e che a lui era proprio piaciuto. Questo Porto viene dalle regioni di Cima Corgo e Douro Superior.


Domenica 25 settembre 2005. Porto - Lisbona - Genova

È il giorno del rientro. La comitiva si è già salutata. Un gruppo è partito alle 5, un altro alle 8, il viaggiatore è rimasto nell'ultimo gruppo, che lascia l'albergo dopo la colazione alle 9,30. Siamo in pochi sul pullman e silenziosi, ciascuno a pensare alle giornate passate, a sperare di rientrare bene a casa, a rivedere in pochi minuti le sensazioni rimaste di queste giornate piene di colori, di sapori, di gente nuova, di odori famigliari. Il rullare delle ruote sull'asfalto è come una filigrana nelle pagine su cui sono impresse le emozioni del viaggio. L'aeroporto di Porto è come un porto di mare, è pieno di gente in fila allo sportello numero sette, quello del volo per la capitale e il viaggiatore ha come la sensazione che mezzo Portogallo stia partendo per Lisbona. È come quando lasci un amico e lui fa ancora un pezzo di strada con te per mostrarti meglio il suo affetto e starti vicino ancora un po'.

Il cielo è parzialmente coperto e crea turbolenze che fanno ballare l'aereo, ma non ci sono problemi e in 40 minuti atterriamo a Lisbona. Mancano due ore e mezza al prossimo volo. Un giornale, un caffè, un salto alla toilette e l'osservazione dell'umanità di passaggio tra una gate e l'altra, tra n transito internazionale e un volo nazionale, la ragazza del negozio dei vini che rompe una bottiglia d Porto e la donna delle pulizie con la sua divisa celeste che arriva dondolando e passa lo straccio, dopo aver raccolto i cocci, sul rosso rubino sparso tra i banchi che profuma l'aria di frutti rossi maturi. È rientrato anche il nostro "maratoneta" che ci aveva lasciato dopo il Copo de Agua di Coimbra per partecipare alla mezza maratona di Lisbona del 25 settembre 2005, cioè oggi. È soddisfatto e rilassato, anche se ha avuto qualche crampo durante la gara.

Sul volo per Milano una comitiva di veneti trasmette allegria anche agli altri. Il cielo sotto di noi sembra un grande tappeto di ovatta, con qualche macchia di verde ogni tanto, ma senza le fastidiose perturbazioni con tuoni e fulmini. Passiamo le Alpi ma non le vediamo, ce lo comunica la cartina che appare sul piccolo schermo in alto al centro di ogni corsia, che indica il percorso dell'aereo nel cielo. Finalmente comincia la discesa, la Pianura Padana è meno coperta di nuvole e si vede la diga sul Ticino prima di atterrare. Un saluto agli altri e via verso il pullman che ci riporta a Genova. Arriviamo che manca poco alle 23 e fuori dal casello di Genova Ovest le frecce per terra indicano la direzione PORTO e il viaggiatore ha come un soprassalto mentale, come se avesse viaggiato quasi tredici ore per essere riportato al punto di partenza … la stanchezza evidentemente comincia a farsi sentire.

A casa il viaggiatore ha ancora il tempo di sentire l'intervista a Valentino Rossi che ha vinto il suo settimo titolo mondiale ed è veramente un fiume di simpatia inarrestabile e un mostro di intelligenza mediatica e sportiva. Grande Valentino e viva Tavullia.


In Conclusione … gli auspici dei frantoiani
Il viaggio in Portogallo di alcuni soci dell'ONAOO ha consentito di osservare da vicino la realtà della coltivazione dell'olivo e della produzione di olio d'oliva extravergine in questo paese, che non è certamente all'avanguardia, ma sta lavorando ottimamente per migliorare e portarsi al livello dei primi, almeno in Europa. Le aziende visitate sono riuscite, grazie alla collaborazione delle regioni in cui sono inserite, ad ottenere cospicui contributi economici dalla Unione Europea. Con questi contributi hanno potuto migliorare le piantagioni e modificare i loro frantoi con macchinari nuovi e all'avanguardia. Sia le regioni, sia lo Stato centrale, collaborano per stilare una normativa che non sia di ostacolo agli operatori del settore, anzi li stimoli a fare sempre meglio, nel rispetto della qualità e dell'incentivazione delle colture biologiche. Alcuni operatori sono già in grado di ottenere oli d'oliva extravergine eccellenti, con acidità attorno allo 0,2% e altri stanno migliorando di anno in anno.

Come portavoce degli operatori italiani, il gruppo ONAOO auspica che anche in Italia si possa avere un sostegno e un aiuto da parte delle regioni (dalla Liguria alla Sardegna) per raggiungere gli obiettivi di finanziamento da parte della Unione Europea. Auspica che anche lo Stato Italiano, come già fanno Portogallo, Grecia, Spagna (realtà già visitate), scelga la strada di una pianificazione statale degli aiuti dell'Unione Europea al settore olivicolo e oleario per consentire di realizzare impianti più moderni e più remunerativi. Auspica infine una revisione in senso semplificativo della normativa di controllo e di lavorazione, che spesso ostacola o addirittura impedisce l'attività quotidiana, per lo meno per i piccoli e medi produttori. Se anche l'Italia e le sue regioni non si adegueranno in fretta a quanto avviene già in questi stati gli operatori italiani sono destinati a perdere costantemente produttività, saranno sempre meno competitivi e alla fine saranno destinati a soccombere e questo non deve succedere.

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Luigi Bellucci

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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