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Conegliano-Valdobbiadene, la storia

di Marco Merotto

MappaArticolo georeferenziato

Sulle colline del ConeglianoValdobbiadene si ha la certezza che in epoca Romana si coltivasse la vite, ma si conosce assai poco sulle varietà di vitigno utilizzate. Fra i numerosi studi sulla viti-enologia Veneto-Friulana di 2000 anni fa quella eseguita da Giovanni Dalmasso attorno al 1950 è sicuramente il più autorevole.

Dalmasso è stato per molti anni stimato docente della scuola enologica di Conegliano poi direttore della stazione sperimentale di Viticoltura ed Enologia, quindi Preside della facoltà di Agraria presso l'università di Torino e fondatore e primo Presidente dell'Accademia Italiana della Vite e del Vino. Egli nel suo lavoro di ricerca ha all'ungo indagato sulla storia dei vitigni italiani sfociata poi nell'opera "Storia della Vite e del Vino in Italia".

In una lettera del 20 febbraio 1945 rivolta a Chino Ermacora, Dalmasso cita il Prosecco:

"In omaggio al Friuli e alle terre che con esso confinano, voglio ricordare qui un grandissimo vino romano: il Pucino, di minima entità quantitativa, ma, in compenso, di eccelse vitù. È quindi ben giustificato il tentativo ripetutamente fatto di scoprire di quale tra i vini contemporanei possa trattarsi. Le tesi, come tu ben sai, caro Chino, sono essenzialmente due: che si tratti del bianco Prosecco, che si produce sulle ripide balze, che, poco oltre le foci del Tigmavo, dal Castello di Duino giungono sino alle porte di Trieste. Oppure che esso debba identificarsi con il rosso o nero Terrano del Carso triestino, quello che tu più generosamente chiami "Refosco". Bianco o Nero dunque? I pareri da secoli sono divisi.

Per ricordare qui solo i più autorevoli tra gli antagonisti citerò Volfango Lazio, che per primo nel 1551 asseriva l'dentità del Prosecco col Pucino; il Mattioli, il dotto commentatore cinquecentesco di Discoride, il quale dopo aver affermato che il vino Pucino gli aveva ridonato la salute e il vigore perduti, così lo definisce: "est autem vinum hoc tenue, clarum, lucidum, colore aureum, odoratum gustique gratissimum" (questo vino è sottile, luminoso, brillante, di colore giallo dorato, profumato e graditissimo al gusto); definizione che tre secoli dopo, ripeteva tale quale il nostro Marzi, scrivendo:"credesi che questo luogo sia Prosecco, o Castel Duino in cui anche oggi si fa un vino chiaro, sottile, d'un bel colore d'oro". E non solo: il Filiasi nelle sue Memorie storiche dei Veneti scriveva: "nell'odierno sanissimo eccellente Prosèco, che colà raccogliesi… abbiamo una traccia dell'antico Preciano o Pucino". Così pure l'insegne agronomo di Conegliano, conte Pietro Caronelli, in una notevole prolusione enologica del 1793 citava appunto, tra i più famosi vini dell'antichità, il 'Pucino' o sia il Prosecco.

Anche Plinio, storico romano, afferma che l'imperatrice Livia moglie dell'imperatore romano Augusto era debitrice dei suoi 82 anni proprio al Pucino-Prosecco ed afferma che "NED ALIUD OPTIUS MEDICAMENTIS INDICATUR" (" nessun altro vino è più indicato per uso medicinale").
Dalmasso aggiunge poi nella parte finale della sua lettera a Chino dichiarando il suo pieno convicimento:"Per conto mio desidero ripeterti ciò che già affermavo in proposito, amo meglio credere che il Pucino consolatore di Livia imperatrice romana fosse il chiaretto spumante Prosecco che ancora oggi matura sulle pietrose terrazze tra il castello di Duino e quello di Miramare".

È quindi certo che 2000 anni fa esisteva sul Carso Triestino un vitigno considerato dagli studiosi il vero antenato del Prosecco; le cui caratteristiche dettate dal Manzi e dal Mattioli coincidono con quelle del Prosecco coltivato da almeno 3 secoli nelle colline Trevigiane. Ci sono quindi sufficienti prove per affermare con certezza che la vite già allora era coltivata sulle colline di ConeglianoValdobbiadene, ma per avere certezze riguardo al vitigno impiegato dobbiamo attendere il 1700.

Un'altra importante testimonianza ci viene da San Venanzio Fortunato originario di Valdobbiadene, vescovo di Poitiers, che di Valdobbiadene afferma con nostalgia:"QUO VINETA VERNANTUR, SUB MONTE JUGO CALVO, QUO VIROR UMBROSUS TEGIT SICCA METALLA" ("luogo dove germoglia la vite sotto l'alta montagna, nella quale il verde lussureggiante protegge le zone più disadorne"). Ciò testimonia che nel 500 sulle colline di ConeglianoValdobbiadene c'era una fiorente viticoltura, ancora prima che arrivassero i Longobardi.

Un fatto importante che testimonia l'importanza del vino di ConeglianoValdobbiadene, dal punto di vista economico, si ha nel 1318 quando alcuni mercanti Tedeschi comprano a Conegliano 21 carichi di vino con la condizione che il dazio fosse pagato dai venditori Coneglianesi. Ma quando i Tedeschi partirono con il carico di vino e si diressero verso Seravalle un emissario del Podestà di Treviso li fermò e dirottò la colonna con le botti verso la città. Conegliano si lamentò subito con il podestà di Treviso pregandolo di far restituire agli acquirenti il vino e i cavalli sequestrati. La questione fu vagliata al Consiglio dei Trecento che aveva la facoltà deliberativa e con 196 voti a favore e 27 contro il vino e i cavalli furono restituiti ai tedeschi a patto che Conegliano pagasse il dazio.

I vini di ConeglianoValdobbiadene erano per affermazione di Bonifaccio, molto preziosi e garantivano un buon reddito ai produttori della zona.
Le sottozone più vocate erano: il Collabrigo, il Feletto e le colline che da Soligo portano a Vidor. Le prime erano presenti alle mense dei Coneglianesi e offerti agli ospiti e poi una volta venduti andavano verso Venezia, il Cadore, l'Austria, la Germania e la Polonia. Mentre le seconde andavano verso il Feltrino, il Bellunese e verso Venezia.

Si ricorda nel 1532 il passaggio di Carlo V per Conegliano, al quale venne offerto l'eccelentissimo vino di Collabrigo e del Feletto. Nel 1500 Venezia comprese che era più conveniente rifornirsi di vino nella terraferma veneta, trevigiano, padovano, friuli, rispetto alla puglia e alle isole greche. Barche cariche di botti di vino arrivavano a Venezia dal Piave, dal Brenta, dal Sile, dal Livenza quotidianamente e andavano alla mensa dei veneziani. In questi anni i mercanti della Serenissima compravano grandi quantità di vino a Conegliano cercando di frenare in ogni modo le esportazioni verso il centro europa, con interventi di natura fiscale. I produttori di Conegliano e del Felettano non volevano assolutamente perdere i mercati tedeschi, floridi da secoli, ne veder diminuito il flusso del proprio vino verso il centro europa a favore di Venezia.

Nel 1544 il Consiglio della Magnifica Comunità di Conegliano aprì addirittura una vertenza con il rettore veneziano Giacomo Gabrielli inviando ambasciatori a Venezia perché fossero rispettati gli antichi privilegi, sottolineando "di quanta importantia et momento sia vender li vini di monte di questo territorio quali per la maggior parte sono allevati e comprati da tedeschi con utile universale di questa terra".

Per gli abitanti di Conegliano e dei colli vicini il vino era diventato nel tempo il prodotto più importante quasi loro stendardo di nobiltà per mostrarlo all'intera europa. Nel 1574 al passaggio di Enrico III Re di Pollonia che si recava a Parigi per essere incoronato Re di Francia la comunità di Conegliano fece sgorgare per un giorno intero dalla fontana del Nettuno il vino bianco dei colli.

Già 150 anni prima il Doge Francesco Foscari aveva citato in una Ducale del 6 novembre 1431 il vino bianco e ottimo del Feletto. Infine nel 1606 Zaccaria Contarini in una relazione al senato veneto per indicare di quanta importanza fosse la produzione enologica di Conegliano, stimava la produzione di vino bianco in 5000 botti annue che andavano in gran parte in Germania e Polonia.

La lenta e inesorabile agonia della Repubblica di Venezia iniziata nel 1492 con la scoperta dell'America e resa sempre più palese nel 1600 con lo spostamento progressivo dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico.
Il declino coinvolse nel 1700 anche la terraferma Veneta e per lo più il comprensorio di ConeglianoValdobbiadene fu investito da un'ondata di gelo che fece morire gran parte del patrimonio viticolo della zona. Nelle città a causa della crisi economica si andava espandendo una volgarizzazione dei consumi che privilegiava i vini di bassa qualità con ripercussioni negative nelle aree di produzione.

Il 1700 è quindi un secolo cupo per la viticoltura di ConeglianoValdobbiadene seppur fervido di dibattiti e proposte nuove. Questa è la terra del ConeglianoValdobbiadene Prosecco DOC e al di là delle molte leggende che ne avvolgono le lontane origini, inizia di fatto con la nascita delle Accademie di Agricoltura volute dalla Repubblica di Venezia sul tramontare della sua millenaria vita. Tra queste quella di Conegliano nata nel 1769 come evoluzione dell'Accademia degli Aspiranti fondata nel 1603. e proprio in un intervento all'Accademia di Agricoltura di Conegliano il 26 febbraio 1772 il sacerdote Antonio Del Giudice soffermandosi sulla "impurità e quindi la poca curabilità dei vini delle colline di Conegliano afferma che questo difetto non è dovuto alla natura del terreno ma all'imperizia dei fabricarli e alla cattiva scelta che si fa delle viti, la cui moltipplicazione era la causa della mancata produzione di vino puro e durevole".
I problemi evidenziati dal sacerdote erano evidenti prima di tutto la negligenza dei padroni, cioè il loro disinteresse per i possedimenti agricoli, lasciati privi di investimenti e di cure, e la scelta delle viti da mettere in produzione. Vengono estirpate le viti poco produttive, che producevano vini di elevata qualità, a favore di quelle più produttive con grave danno per la qualità del prodotto.

Nei resoconti di un intervento per rinnovare e fissare le regole della vitienologia sempre nel 1772 in questa accademia si legge che l'accademico Francesco Maria Malvolti, pone una domanda:"Chi non sa quanto siano squisiti i nostri Marzemini, Bianchetti, Prosecchi, Moscatelli, Malvasie e Grassari che in varie di queste colline si formano?". L'importanza della domanda sta nel fatto che è la prima volta che nominato il Prosecco, che quindi è prodotto ed apprezzato da prima della seconda metà del 1700.

Un altro intervento all'Accademia di Conegliano nel 1778 è del Conte Pietro Caronelli che lamentava la diminuzione delle esportazioni in Germania dei vini prodotti nella zona e proponeva di impedire l'accrescimento del cattivo vino con il conseguente adacquamento del medesimo e invitava a selezionare le viti da impiantare tra: Marzemina Nera, Bianchetta, Pignola nera e bianca. Scartando invece le volgarmente denominate dell'Occhio e Verdise di cui la prima da un mosto aspro mentre la seconda acqueo ed insipido.

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