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Il Sannio beneventano, l'area del Solopaca

di La Madia TravelFood

MappaArticolo georeferenziato

Un'area vitivinicola con dodici comuni dove la coltivazione della vite e la tecnica della vinificazione hanno raggiunto livelli eccellenti. Il centro di gravità è la ridente cittadina di Solopaca che si snoda lungo il pendio settentrionle del Taburno. I pregiati vini prodotti sono, per qualità e tipicità, tanti nettari di Bacco.

Il Solopaca, uno dei vini piú prestigiosi della Campania, prende il nome dal ridente centro del Sannio Beneventano, Solopaca per l'appunto, che si snoda per circa due chilometri lungo il pendìo settentrionale del Taburno, tra colline ubertose particolarmente vocate alla viticoltura. L'etimologia stessa del nome - Solis pagus, “Paese del sole” - è come un segno premonitore del suo destino agricolo.
Del resto non dicevano gli antichi: Nomen omen ovvero “Il nome è un presagio”?

Alle proprie spalle, sulla destra, sorge il paese di Vitulano, mentre sulla sinistra stanno Melizzano e Frasso Telesino. I festosi vigneti insediati ad una quota media di 250 metri sul livello del mare, scendono gradatamente fin quasi a valle, dove scorrono le acque del Calore prossimo a confluire nel Volturno: il Calore Irpino, beninteso, che va distinto dal Calore Lucano. Di là dal fiume, sulle propaggini estreme del Matese, nel cuore della fertile Valle Telesina, si distendono le soleggiate colline di Castelvenere con quelle di Telese e San Salvatore Telesino, di Guardia Sanframondi e San Lorenzo Maggiore, di Cerreto Sannita e San Lorenzello, fino a quelle piú lontane di Faicchio. Un panorama che colpisce per l'insolita bellezza, uno scenario naturale che abbraccia monti e valli, poggi e piani, agglomerati urbani ed isolate fattorie, dove la mano dell'uomo è presente quasi dappertutto, uno spettacolo straordinariamente ricco di colori diversi e di molteplici elementi bene armonizzati tra loro. È questa l'”Area del Solopaca”, la maggiore delle otto aree vitivinicole nelle quali è ripartita la provincia di Benevento, un'area che comprende, in tutto o in parte, i territori dei dodici comuni menzionati, tutti di spiccata vocazione vitivinicola, dove la coltivazione della vite e la tecnica della vinificazione hanno raggiunto livelli eccellenti. Così come prescrive il disciplinare di produzione, tutti i vigneti, tanto quelli della riva sinistra quanto quelli della riva destra del Calore, sono “ben esposti, ubicati in terreni di natura argilloso- calcarea e ben drenati”. L'ecosistema clima- terreno- vite- uomo, cioè i quattro fattori che i francesi chiamano sinteticamente “terroir”, è qui perfetto, e questo induce a ritenere che la qualità e la tipicità del vino sono assicurate. Ma di quale vino?

La domanda, in sé legittima, consente di affrontare la vicenda storica del Solopaca, che ha radici profonde e remote, anche se purtroppo mancano testimonianze precise. Tuttavia è certo che, ancor prima dei Greci e dei Romani, la vite fu coltivata su queste colline dagli Etruschi (lo proverebbe, se non altro, la presenza di due vitigni: Il Trebbiano Toscano e La Malvasia Toscana) oltre che, naturalmente, dai Sanniti stessi che utilizzarono vitigni autoctoni poi gradualmente sostituiti da altri di qualità selezionate. Le prime testimonianze letterarie sui pregi della Solopaca si trovano in Virgilio e in Orazio e, pertanto, risalgono alla fine del I° secolo a.C. La commercializzazione poi, già in età romana, del vino prodotto nella zona di Solopaca è attestata dalla scoperta di “un grosso scarico di vasi vinari, presumibilmente della prima età imperiale”, fatta pochi anni fa dall'archeologo Werner Johannowsky nella campagna tra Solopaca e Melizzano. Nel corso dei secoli il Solopaca attraversò le gravi crisi dell'agricoltura in genere e della vitivinicoltura in particolare (le disastrose invasioni barbariche nel Medioevo, l'assedio devastante dei parassiti – oidio, fillossera e peronospora- nell'Ottocento), ma potè ogni volta riprendersi e rifiorire ora per l'intervento delle istituzioni ecclesiastiche ora per l'intervento delle istituzioni politiche.

Ma sempre, diciamo “sempre”, si trattò di Solopaca bianco e di Solopaca rosso. Nient'altro. E questo, dobbiamo sottolinearlo, fino alla concessione della Doc ottenuta nel 1973. Infatti, quel primo disciplinare di produzione prevedeva, unicamente, due tipologie: il vino Solopaca bianco ed il vino Solopaca rosso. Bisognerà attendere il secondo disciplinare, quello del 1992, che non solo apportò modificazioni di varia natura alla precedente normativa del '73, ma accrebbe pure il numero dei vini “Solopaca Doc” di ben cinque nuovi prodotti: Rosato, Rosso superiore, Aglianico, Falanghina e Spumante brut. Di questi vini prodotti secondo le norme in vigore dal '92 delineiamo ora le principali caratteristiche.

Il Solopaca Doc bianco nasce da un uvaggio composto di Trebbiano toscano, dal 40 al 60 per cento; di Falanghina, Coda di Volpe, Malvasia toscana e Malvasia di Candia, da soli o congiuntamente, per la restante parte; vi possono concorrere altri vitigni a bacca bianca fino ad un massimo del 20%. I suoi requisiti organolettici debbono essere: colore paglierino piú o meno intenso; odore vinoso, gradevole; sapore asciutto, vellutato; gradazione alcolica minima 11°.
Tipico vino da piatti di pesce, va servito ad una temperatura di 10°.

Il Solopaca Doc rosso deve ottenersi da uve di Sangiovese dal 50 al 60% e di Aglianico dal 20 al 40%, ma possono concorrere all'uvaggio anche altri vitigni a bacca rossa (Piedirosso, Sciascinoso, ecc.) fino ad un massimo del 30%. Requisiti organolettici: colore rubino piú o meno intenso, che si attenua con l'invecchiamento; odore intenso, caratteristico; sapore asciutto, armonico, vellutato; gradatazione alcolica minima 11,5°. Tipico vino da piatti di carne, specialmente arrosti, va servito ad una temperatura di 16-18°.

Con gli stessi vitigni viene prodotto il Solopaca Doc rosato, che ha color rosa piú o meno intenso; odore delicato, caratteristico; sapore fragrante, asciutto, talvolta vivace; gradazione minima 11,5°.
Ottimo il “mariage” con pesci in guazzetto e carni bianche alla griglia o bollite. Temperatura di servizio 8-10°.
Anche il Solopaca Doc rosso superiore nasce dalla mescolanza delle uve che producono il tipo rosso, ma, esendo un vino “superiore”, richiede uve ben selezionate, insomma le migliori; inoltre, deve invecchiare almeno un anno in botti di legno ed avere un tenore alcolico minimo di 12°. Tipico vino da piatti di carne, come il rosso, ma particolarmente adatto a quelli di piú intensa struttura. Servire a 16-18°.

Un buon bianco secco è il Solopaca Doc Falanghina che felicemente si sposa con i piatti a base di pesce.
Deriva dalla celebre uva Falanghina, madre dell'antico e moderno Falerno bianco, per un minimo dell'85%, con l'eventuale partecipazione di altri vitigni a bacca bianca fino ad un massimo del 15%. Requisiti organolettici: colore paglierino scarico; odore vinoso, gradevole, fresco; sapore asciutto, armonico, lievemente acidulo; tenore alcolico minimo 11°. La nota acidula permette al vino di abbinarsi anche ai piatti di pesce piú grassi. Servire a 6-8°.

A sua volta il Solopaca Doc Aglianico è un rosso asciutto vinificato con le uve del vitigno omonimo per un minimo dell'85%, con l'eventuale aggiunta di altre uve a bacca rossa fino ad un massimo del 15%. Suoi requisiti organolettici sono: colore rubino piú o meno intenso; odore vinoso, gradevole; sapore tipico, morbido, vellutato; titolo alcolometrico minimo 11,5%. È obbligatorio l'invecchiamento di un anno prima di essere immesso al consumo. Abbinamenti ideali: carni rosse, selvaggina, formaggi stagionati. Da servire a 16-18 gradi.

Terminiamo la presentazione di questi gioielli dell'enologia campana, se ci é consentito chiamarli così, con il Solopaca Doc Spumante brut che utilizza uve di Falanghina per un minimo del 60% ed eventualmente altre uve a bacca bianca fino ad un massimo del 40%. Un colore paglierino chiaro; sapore tipico, sapido; spuma fine e persistente. Tenore alcolico minimo 11,5°. Temperatura di servizio 6-8°.

L'area del Solopaca fa parte della zona piú intensivamente vitata della Campania. Vi operano due importanti Cantine Sociali (quelle di Solopaca e di Guardia Sanframondi) alle quali circa 500 vinicoltori conferiscono le loro uve sapientemente selezionate.
Ma vi operano pure autonomamente numerose aziende di media e piccola dimensione, le cui tecniche di coltivazione e di vinificazione hanno raggiunto livelli eccellenti. Tali cultori delle vite e del vino, lavorando con avvedutezza e capacità in questo piccolo regno di Bacco, rendono il massimo onore al dio che, come sentenziò il poeta latino Marziale, “Haec iuga quam Nisae colles plus Baccus amavit”, vale a dire, “Bacco amò queste colline (della Campania) piú delle colline di Nisa”, la città della Tracia dove, secondo la leggenda, il dio nacque. Concludiamo ricordando che il protettore di Solopaca è San Martino, venerato come patrono dei vendemmiatori, e che tutti gli anni, a Solopaca, nel mese di settembre, si svolge una spettacolare Festa dell'Uva, con manifestazioni folcloristiche varie, ma soprattutto con carri allegorici che sono vere e proprie composizioni artistiche realizzate con migliaia e migliaia di acini d'uva.


Su gentile concessione de La Madia TravelFood

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