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Un panettone e un tramonto a casa Clerico, di Enzo Zappalà

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Un panettone e un tramonto a casa Clerico

di Enzo Zappalà

Ogni volta che mia moglie ed io andiamo a trovare la famiglia Clerico la realtà è sempre un passo avanti rispetto all’attesa e alla fantasia. Ieri, antivigilia di Natale, una semplice, sentita, naturale fetta di panettone ha superato il limite e abbiamo fatto fatica a trattenere l’emozione, anzi non l’abbiamo trattenuta per niente.

Lasciatemi prima commentare una frase che ogni tanto sento dire in giro: “La nuova cantina è troppo sfarzosa e gigantesca. Domenico non ha figli… che senso ha?”. Questa domanda introduce parole non dette (conoscendo il mio affetto per il grande Uomo di Monforte) che so, però, leggere perfettamente: “Voglia di stupire. Esibizionismo. Megalomania”.

Mi spiace dirlo, ma chi pensa quei vocaboli non ha capito niente di Giuliana, Domenico e dei suoi “ragazzi”. Dirò di più: “Non ha capito niente del vino!”. Basterebbe la semplice risposta che il sommo vignaiolo di Langa ha dato a chi ha avuto il coraggio di esporre apertamente i suoi dubbi: “Lascerò questa cantina al mio paese, alla mia terra, alle vigne e al vino. Un ricordo appassionato per tutti coloro che mi hanno compreso”. Cari amici, è proprio così. Quell’opera meravigliosa, modernissima, eppure calda e intima, riesce proprio a rendere tattile l’armonia tra opera dell’uomo e Natura.

Arriviamo al tramonto. Un tramonto struggente, dove il rosso e l’arancione si divertono a sfumare nel blu sempre più scuro. Le montagne lontane, le colline ormai nere, creano una scenografia fantastica. Gli scheletri dormienti delle vigne sembravano abitanti silenziosi del pianeta inverno.

Ho vicino l’architetto di quella splendida creatura di cemento e metallo e mi commuovo. Le vetrate si aprono su un paesaggio di sogno, su una Natura che sembra divertirsi a stupirci. Mi viene spontaneo chiedergli e commentare: “Ma è una parete dipinta ad arte o è la realtà? Sembra che ogni riflesso, ogni sfumatura, ogni scorcio sia stata previsto, cercato, costruito. Sai, in questo luogo mi accorgo che è veramente possibile riuscire a sognare e a volare come un aeroplan servaj (aeroplano selvaggio). E questa meraviglia  cui hai dato tanta passione umana ne è il migliore, anzi l’unico possibile aeroporto!”.

Mi sorride e in quel sorriso capisco che la sua non è stata solo un'opera di tecnica e di professionalità. E’ stata opera di affetto e di comprensione. Affetto e comprensione: i migliori aggettivi per definire il mondo contadino e trascendente di Giuliana e Domenico. Chi lavora per loro non può non volergli bene, non può lavorare solo per denaro o interesse, è costretto a essere coinvolto dal loro carisma che è fatto di modestia, ingenuità e sincerità. Ciò che cerco di esprimere (accidenti… che peccato non poter essere capace di scrivere meglio, molto meglio) lo vedete limpido e trasparente negli occhi dei loro collaboratori, sia i più vicini che quelli apparentemente più lontani dal cuore pulsante della trasformazione dell’uva in vino.

Per Giuliana e Domenico sono tutti uguali. Non vengono misurati col metro artefatto e variabile della celebrità, delle parole, delle finzioni, delle lusinghe, ma con quello assoluto e intoccabile della sincerità e dell’umiltà. Entrate con questo spirito nella nuova “creatura” di Domenico, parlate con chi lo ha aiutato a realizzarla, andateci magari al tramonto, e capirete perfettamente cosa voglio dire. Certe domande e certe considerazioni vi rimarranno bloccate in gola e vi vergognerete di averle anche soltanto pensate.

Poi tutti nella sala degustazione, modernissima ma calda e intima (un altro capolavoro), a mangiare un po’ di ottimo prosciutto che a casa Clerico non manca mai, in attesa del panettone. La commozione intanto risale incontrollabile. Non vedo intorno a noi personaggi mediatici (chissà quanti avrebbero voluto esserci…), ma solo familiari e collaboratori. Mia moglie ed io ci sentiamo onorati di essere lì, dove regna solo l’affetto senza interessi, dove non esiste differenza tra chi ha disegnato il primo progetto, chi lo ha plasmato dal nulla, chi ha usato la zappa, il trattore o solo le mani nude. Chi è presente non è stato invitato per quello che potrebbe dire né perché “è importante che ci sia”. No, solo e soltanto per l’affetto e la comprensione, ancora quelle due semplici ma fantastiche parole.

Che meravigliosa serata, cari amici! Sembra di essere un’unica grande famiglia, di quelle di una volta. Nessuno cerca di dimostrare, di mettersi in mostra, di rubare la scena. Scomparirebbe nel nulla in questa notte magica. E quegli occhi felici, arguti, brillanti che solo Domenico possiede non cercano conferme (non ne hanno bisogno) ma solo allegria e gioia di stare insieme.

Arrivano i giganteschi panettoni (sì, anche loro sono grandi, come i sentimenti che si rincorrono nella sala) con le due parole che sono ormai impresse nel mio cuore in modo indelebile: “Areoplan Servaj”. Sono il simbolo stesso dell’affetto e dello spirito della semplice e impagabile riunione. Non rappresentano il nuovo stupendo barolo di Serralunga, né la splendida cassetta in legno che mi commuove ogni volta che vedo stampate le mie parole, e nemmeno le argute, divertenti, inaspettate etichette. No. Sono un grido verso il mondo. Un mondo semplice, contadino, ma anche un mondo vero, fatto di sogni, di dolore, di tristezze, di gioia, di fratellanza, di amore.

A casa di Giuliana e Domenico anche la parola amicizia fatica a entrare. E’ obbligata a trasformarsi in affetto, quello vero che ti fa friggere dentro il petto e ti blocca la gola. Ti guardi in alto, vedi l’Universo e capisci che, quando vuole, l’uomo è ancora capace di farne parte. E ne sei felice.

Che bella serata amici. Lo ripeto con parole che non riesco a pesare o a frenare. Intanto mi sto accorgendo che il vino, anzi il Vino, con la “V” maiuscola”, gioca un ruolo apparentemente secondario. Nessuno ne parla, nessuno guarda nemmeno le etichette che vestono le bottiglie che ha di fronte. Eppure siamo a casa di Domenico Clerico, uno dei più grandi maestri del barolo.

Capisco, allora, che il vino ha raggiunto il suo vero scopo: unire, abbattere stupide frontiere e diversità, portare calore nell’animo, farti sentire ingenuo e libero. E gli occhi brillanti di Domenico gioiscono come quelli di un bimbo di fronte a un regalo di Natale.

Grazie Giuliana e Domenico e grazie a tutti gli altri che hanno vissuto con noi quelle ore così semplici e profonde. Grazie al vino, quello vero, autentico, che ti ricorda millenni di storia e cultura. Grazie a chi è riuscito a capirne l’essenza e lo coccola come un neonato. Grazie a chi ha permesso alla fantasia di Domenico di diventare realtà, ha trasformato la materia inanimata (cemento, sabbia, mattoni,…) in emozioni intense e ha permesso al figlio dell’uva, dei lieviti, dei polifenoli, di avere una calda, intima e rilassante casa dove riposare.

Grazie e Buon Natale!

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Astrofisico per 40 anni, ho da sempre coltivato la passione per il vino e per il mondo che lo circonda. Vedo di traverso la seriosità che...

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