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Testimonianze dal passato: la civiltà contadina dell'appennino tosco-emiliano, di Pier Luigi Nanni

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Testimonianze dal passato: la civiltà contadina dell'appennino tosco-emiliano

di Pier Luigi Nanni

A causa delle scarse infrastrutture e della tipologia stessa del territorio, l’appennino Tosco-Emiliano ha conservato più a lungo rispetto di altre zone, alcune caratteristiche tipiche della cosiddetta civiltà contadina, una situazione sociale, economica e culturale che riporta alla mente condizioni di vita che già nel 1950 in tanti luoghi avevano dimenticato ed abbonda nato a favore di usi e costumi più moderni, favoriti soprattutto da tecnologia e consumismo. Gli abitanti di queste aspre ed a volte inospitali montagne, isolati e con scarsi mezzi di comunicazione, hanno preservato stili di vita più poveri e con valori decisamente diversi rispetto alle zone più industrializzate.

Nella zona di Pian del Voglio, prime propaggini dell’appennino, su cui verte la presente stesura, molte terre appartenevano alla famiglia nobiliare dei Conti Ranuzzi De’ Bianchi, possedimenti che erano gestiti da fattori e coltivati da intere famiglie di contadini e mezzadri, in base a contratti agrari tipicamente feudale e speculativi. Altri terreni appartenevano a famiglie, i primi imprenditori, che erano riusciti faticosamente ad acquistarli dai Conti.

L’economia del periodo, secondo dopoguerra fino alla fine degli ’50, quando i lavori di costruzione dell’autostrada A1 hanno portato sostanziali cambiamenti nell’economia e nella vita di tutti i giorni nell’ambito locale, era prevalentemente agricolo. Il commercio era decisamente scarso, il denaro contante non era abbondante e ne comune mentre il poco che c’era serviva per pagare le tasse: le famiglie e le comunità cercavano di essere autosufficienti utilizzando maggiormente le modalità dei baratti che avvenivano con i prodotti della terra, in quanto beni di sopravvivenza.

L’economia della famiglia, o meglio, la sua sopravvivenza, era basata su ciò che si riusciva a produrre. La principale fonte di sostentamento era il bestiame, in quanto forniva carne e latte: la quantità di capi bovini presenti nella stalla, rifletteva il “benestare” dei proprietari. Le terre dovevano essere coltivate in funzione degli animali, poiché solo una minima parte del raccolto era destinata al consumo umano. Gli animali potevano lavorare nei campi alleviando così le fatiche di un’agricoltura esclusivamente manuale. I buoi erano simbolo di grande ricchezza, poiché lavoravano, ma non rendevano in termini di alimentazione, mentre gli asini, che erano alla portata di pochi privilegiati, risparmiavano le fatiche del trasporto dei cereali e della farina da casa al mulino e viceversa, compito prettamente femminile; i rari cavalli, simbolo del potere e nobiltà, erano utilizzati esclusivamente dal fattore quando passava a controllare le terre e l’operato dei mezzadri.

Le uova, conservate scrupolosamente durante l’inverno quando le galline smettevano di produrle, erano un preziosa risorta, come le galline stesse che venivano uccise solo in occasioni speciali, ad esempio, dopo un parto, per rimettere in forza la puerpera.

Il rispetto dell’ambiente era prioritario ed assoluto: la terra era l’unica fonte di sostentamento, in quanto forniva tutto il necessario come cibo, calore, casa, vestiti, e pertanto andava tenuta in grande considerazione, rispetto e trattata con tutte le cure possibili.

Si è portati a pensare che tale tipo di economia alquanto “chiusa” e la relativa vita frugale e travagliata che ne derivava, abbia immancabilmente indirizzato le persone ad una situazione di chiusura, di reciproca diffidenza e di invidia: in effetti non è stato assolutamente così, anzi! Proprio in questi periodi di scarsa ricchezza, di immani fatiche, alcuni valori fondamentali della vita quali la famiglia, l’amicizia, la solidarietà ed il reciproco rispetto, hanno trovato la massima espressione nell’aiutarsi e condividere quel poco che si aveva.

Le famiglie e le comunità lavoravano insieme e si aiutavano vicendevolmente, sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni. I momenti del raccolto erano attimi di aggregazione sociale, in quanto si lavorava volentieri e si stava in compagnia. Quando si “spannocchiava” il granturco era una festa collettiva con musica, canti, balli e racconti. Se una donna era a lavorare nei campi ed il neonato a casa doveva essere allattato ed accudito, poteva rivolgersi ad una vicina. Se c’era necessità di mano d’opera per una qualunque riparazione, tutti gli uomini erano disponibili: poiché non vi erano grandi possibilità e vie di comunicazione, ma proprio perché la strada era una sola, tutto ciò che avveniva era sotto gli occhi di tutti che quando passava il dottore, si sapeva che qualcuno stava male e, peggio ancora, se passava il prete, qualcuno stava morendo! Vi era una grande vicinanza delle persone ed una partecipazione comune e tanta, tanta compassione.

Valori, questi, che nella società attuale dopo appena cinquantenni, non sono più all’ordine del giorno, in una cultura che privilegia l’individuo e non facilità l’aggregazione, ma favorisce la forma rispetto alla sostanza, dove la ricchezza viene idolatrata ed il consumismo regna sovrano.

Personalmente, trovo difficile immedesimarmi in questo stile di vita passato, che è lontano dal vivere mio e dei miei coetanei, eppure si parla solo di qualche decennio fa, uno spaccato di vita vissuto dalle precedenti generazioni. Mi pare incredibile il guardare indietro nei tempi e vedere come sia cambiato il mondo in pochi anni, quante situazioni siano state dimenticate o vadano irrimediabilmente perdute. Da tutto ciò posso comprendere l’importanza delle testimonianze, la storia “viva”, “reale”, un pezzo di vita che ci ha condotti fino qui.

Ho cercato di raccogliere quante più testimonianze locali per conservare un pezzetto di storia che, personalmente, sento particolarmente vicino: testimonianze dirette di persone che hanno vissuto la storia di questi luoghi e che l’hanno tramandata.

Sono irrilevanti alcuni aneddoti, a volte divertenti ed a volte malinconici, che fanno ridere o piangere, ma stupiscono sempre in quanto sono momenti vissuti.
Mi rincresce accorgermi che le ultime generazioni non prestino alcuna attenzione al passato, alle testimonianze ed all’esperienza che immancabilmente si riceve dai nostri predecessori, soprattutto quando il loro vissuto è ancora così vicino a noi: ebbene, questi valori non possono essere tramandati come semplici notizie, vanno vissuti … ed un giorno diventeranno storia.

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