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Nebbiolo Grapes. Secondo atto: le “mie” degustazioni, di Enzo Zappalà

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Nebbiolo Grapes. Secondo atto: le “mie” degustazioni

di Enzo Zappalà

I due grandi hotel di Stresa (Des Iles Borromées e Regina Palace) hanno rappresentato sicuramente una degna scenografia per quello che io considero il più emozionante e sensibile vitigno del mondo. Bastano pochi metri e il suolo, l’esposizione, l’umidità regalano nuove sensazioni, nuove sfumature, nuove gradazioni di profumi e di aromi. Non parliamo poi di quando cambiano colline e terreno geologico. Tuttavia, come già detto nella prima parte, sembra quasi che la vicinanza del versante italiano delle Alpi sia fondamentale, indipendentemente dal suolo sottostante, sia esso formato da sabbie indurite del vecchio mare, da ghiaie e pietre delle morene glaciali o dal più compatto granito. La manifestazione di Stresa è servita soprattutto a confermare questo assoluto privilegio dei nostri confini. E speriamo che non cambi mai, a costo di sembrare troppo “campanilista”.

Devo dire subito che le Langhe e il Roero non hanno fatto registrare un afflusso massiccio ed esaustivo. Mancavano troppi nomi di piccole e grandi realtà. La motivazione c’è e come: la seguitissima festa del tartufo di Alba. Orde brulicanti di turisti stranieri e non solo si riversano nelle colline del barolo, del barbaresco e del roero durante il mese di ottobre e novembre, dove, prendendo spunto dal celebre fungo ipogeo, visitano le cantine e sorseggiano i loro capolavori. A mio parere si dovrebbe cambiare data, in modo da non far mancare troppi “re tra i re”. Tuttavia, malgrado le assenze giustificate, vi era abbastanza “materiale” per fare paragoni e confronti. L’atmosfera era quella giusta, l’organizzazione perfetta e le sale veramente all’altezza del nobile ospite.

Ricchissima la rappresentanza dei padroni di casa, i produttori dell’Alto Piemonte. Sempre grande e severo il gattinara, seguito a meno di un’incollatura dal ghemme. Ho trovato, come sempre, meraviglioso il gattinara di Travaglini e il ghemme degli Antichi Vigneti di Cantalupo, ma nel mio girovagare senza alcuna volontà di essere completo e esauriente, mi hanno impressionato il fresco ed elegante bramaterra di Antoniotti e l’irresistibile gattinara “Pietro” di Paride Iaretti. Mi sono anche piaciuti il Boca di Barbaglia e il ghemme di Ca’ Nova. Ma è inutile e ripetitivo fare nomi, almeno per la mia capacità degustativa.

La cosa che più mi ha colpito è stato il netto miglioramento dei nebbioli dell’Alto Piemonte: non più durezza, spigolosità e severità dei tannini, ma un articolazione più complessa, sfumature più eleganti e sfaccettature delicate che non avevo provato qualche anno fa. Sicuramente hanno giocato le temperature più miti degli ultimi anni e la completa maturazione delle uve, ma sicuramente hanno avuto un ruolo decisivo la maggiore capacità interpretativa e la gestione di vigna più attenta e accurata di un vitigno che non bada a mezze misure.

Passando ai cari amici di Langa, di cui non dirò assolutamente niente perché troppo coinvolto in prima persona, ho notato, infatti, che il salto qualitativo si è molto ristretto e penso che degustazioni alla cieca tra i nebbioli del Nord e del Sud Piemonte darebbero non poche sorprese.

Un secondo giorno passato allegramente, di grandi sensazioni ed emozioni personali, con tante chiacchierate e sicuramente un certo numero di amici in più. Cosa potrei pretendere ancora dal mio “amato” nebbiolo?

Il giorno dopo è stato più riposante a causa del numero non gigantesco di vini ospitati all’Hotel des iles Borromées, in rappresentanza della Valle d’Aosta, della Valtellina e del “resto del Mondo”. Ho cercato di non essere influenzato dalle etichette che mostravano chiaramente l’origine oltre oceanica, ma… niente da fare! Il nebbiolo ha la sua casa a ridosso delle Alpi o, quanto meno, solo da noi mostra le sue caratteristiche più grandi e peculiari. Vini a volte anche buoni, ma “diversi”, in cui la frutta domina senza entrare nei dettagli di una vera poesia sensoriale. Due possibili eccezioni: i prodotti australiani. Solo un accenno per adesso, ma bisogna stare attenti a Fletcher e a Pizzini.

Ben altro discorso per la Valtellina, anche se devo dire che certe forzature, ricordo degli anni novanta, sono rimaste. Spesso mi sono parsi migliori i vini base che quelli più importanti, a volte un po’ legnosi e troppo “densi”. Non tutti, ovviamente. Eccezionali come sempre le sfumature sognanti dei prodotti di Ar.Pe.Pe e ottimo lo sforzato “Corte di Cama” di Mamete Prevostini (il migliore sforzato per il mio naso e il mio palato). Bellissimo l’incontro con il Valtellina Superiore Ortensio Lando di Luca Faccinelli, non solo per la bontà del vino, ma anche per la solarità e simpatia di Giovanna e Luca. Faranno sicuramente strada!

Per concludere, un rilievo particolare per la nuova strada intrapresa dalla Cooperativa La Kiuva di Arnad in Valle d’Aosta. Il buon livello di alcuni anni fa si è trasformato in una sicura eccellenza. Vini autentici che non vogliono nascondere gli alti dirupi che li dominano e la durezza della temperatura. Sinceri, freschi e fieri il Picotendro e l’Arnad Monjovet base, più raffinato, sensuale e profondo il superiore. Un vero fuoriclasse che potrà soltanto migliorare. Non vedo l’ora di andare direttamente in cantina per degustare i loro bianchi e un nuovo passito che ha fatto brillare gli occhi al simpatico e coinvolgente Alberto Capietto, motore dell’Azienda.

Che dire? Tre giorni passati benissimo, allegramente, tra curiosità, incontri ed emozioni. Una, in particolare, la descriverò a parte e capirete facilmente perché. Grande evento, grande organizzazione e -ovviamente- grande nebbiolo!

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Astrofisico per 40 anni, ho da sempre coltivato la passione per il vino e per il mondo che lo circonda. Vedo di traverso la seriosità che...

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