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Viaggi enogastronomici

Moscato d'Asti a Santo Stefano Belbo, Neive, Loazzolo (Seconda Parte)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Bella Linda

Scendiamo dai 500 metri di Mango in un quarto d’ora verso la valle del Belbo, fino a Santo Stefano, davanti a Valle Belbo. Sulla porta ci aspetta Linda, col suo look nordico di bellezza vichinga, svedese o finlandese, dall’alto del suo metro e ottanta. Linda si occupa di rapporti con la stampa e con i clienti nazionali. Insieme a lei il Presidente Romano Scagliola e il Responsabile Commerciale Massimo Grimaldi, che ci raccontano l’Azienda, dalla sua nascita del 1956 fino ai suoi due stabilimenti attuali. I quattro comuni più vitati a Moscato d’Asti sono Santo Stefano Belbo, Canelli, Castiglione Tinella e Calosso. L’Azienda conferisce 22000 ettolitri alla Martini & Rossi che fatturano 4 milioni di Euro e produce un milione e mezzo di bottiglie per un ulteriore fatturato di 4,5 milioni di Euro.
Riconosci Valle Belbo dalla figura a schizzo di Cesare Pavese che fuma la sua pipa, realizzata da Giorgio Petraglia nel 2005, che dal 2008, in occasione del centenario della nascita, appare sull’etichetta della loro linea superiore. Sono ben 39 le etichette prodotte, comprese cinque etichette dedicate alle grappe.
Linda apre le bottiglie fresche e passiamo all’assaggio del primo vino, il Brut Intruso, Vino Spumante di 11,5 gradi dal lotto L0126, ottenuto da Pinot nero 100%.
A seguire il San Maurizio Rosé Extra Dry, Vino Spumante di 11 gradi da uve dolcetto. Interessante per il bel colore rosa antico carico ma ancor di più per il naso fine e piacevolissimo in bocca per la lieve abboccatura.
Per ultimo l’Asti Spumante DOCG Cesare Pavese, dolce, di 7,5 gradi dal lotto L01476 e fascetta di controllo ABJ08464446. Il perlage è fine e continuo, il colore è paglierino chiaro, il naso è pulito, fine e persistente con una bella freschezza e sapidità in bocca che gli conferisce una piacevole gradevolezza.

Vedi anche Moscato d’Asti ad Alba, Neive, Pavese e dintorni (Prima parte)

Ristorante La Stazione

Linda ci accompagna per il pranzo al ristorante la Stazione di Santo Stefano Belbo, in Piazza Manzo 6, di fronte alla Locanda Gancia. Il locale è carino, ha la struttura di un appartamento, con stanze separate, arredate in modo elegante e gestito da più di 30 anni dalla famiglia Amerio, papà Bruno, mamma Agnese e il figlio Fabrizio con la moglie Cristina. Le signore stanno in sala, Fabrizio in cucina e Bruno coordina il tutto, dopo avere passato lo scettro di cuoco al figlio.
Siamo in dieci a un tavolo rotondo e iniziamo con una bottiglia di Intruso Valle Belbo dopo che Agnese e Cristina ci hanno servito un delizioso Carpaccio all’Albese (con le fettine intere di carne e non battuto a coltello) con grana e ottimo olio extra vergine di oliva della Riviera Ligure di Ponente.
Segue uno squisito Flan di spinaci con fonduta e scaglie di tartufo nero, lievemente salato forse per il parmigiano reggiano troppo stagionato.
Da urlo il successivo stracotto di guanciale accompagnato da fiori di zucchina ripieni e fritti, perfettamente croccanti e saporiti. Ci beviamo insieme il Cesare Pavese Dolcetto d’Alba DOC 2009 di 13 gradi dal lotto L0035 e fascetta AAA07265206. Eccellente sia nel colore rubino pieno, sia nel naso fruttato e persistente e per l’armonia e lunghezza che lo contraddistinguono in bocca.
Il dolce è una bavarese ai frutti di bosco, accompagnata dal Moscato d’Asti Cesare Pavese 2009 di 5,5 gradi dal lotto L0002 e fascetta AAD07613314.
Davvero una bella scoperta questo locale così legato alla tradizione e con una ventata in più di originalità nelle sue proposte in tavola. Bravi e professionali e un plauso sia per la carta dei vini con quasi 200 etichette ben legate al territorio e l’eccellente rapporto qualità prezzo.

Cesare Pavese è sempre qui

Prima di finire il pomeriggio facciamo un bagno di cultura insieme a Valentina e Serena, la bruna e la rossa, che ci fanno da guida nella visita alla casa natale di Cesare Pavese, con la salita nella camera da letto al primo piano dove è nato il 9 settembre del 1908 (proprio oggi avrebbe 103 anni), poi alla casa di Nuto, l’amico falegname discreto e semplice che lo seguì per tutta la vita con i suoi consigli forse troppo semplici e banali, ma concreti, poi alla case della Mora, al cimitero per una preghiera sulla tomba dove riposa dai primi anni 2000 e infine alla Fondazione, al centro del paese, ad ammirare i molti reperti storici e le tante opere d’arte.
Sono tante le emozioni che provi a rivedere certe foto, a leggere le sue poesie, i suoi spunti, le sue considerazioni. Ogni angolo ti entra dentro e ci vorrebbe una giornata intera tutta per lui, se uno volesse veramente entrare in sintonia con quel mondo dove lui è vissuto e in cui tornava quando poteva per ritrovare la sua pace interiore. Mi fanno riflettere quei tetti vecchi e quel tanto fango di cui parla e che sono il cuore dei suoi ricordi, perché lo stradone era polveroso e fangoso nelle stagioni di pioggia. Può essere che quando l’asfalto è venuto a cancellare quella polvere e quel fango e le case nuove hanno preso il posto dei tetti vecchi il suo mondo interiore non abbia più avuto riscontri nel paesaggio e sia allora sopraggiunto lo sconforto dell’Hotel Roma e di quel triste fine agosto 1950 a Torino.

Ancora a Neive da Massimo Rivetti

Sulla collina alle spalle di Neive la strada statale scorre in mezzo a vigneti che sembrano le siepi appena tagliate di un giardino all’italiana, di un ordine e una bellezza sconvolgenti. Sono le vigne di Massimo Rivetti, la prima parte dei 20 ettari vitati in cui Massimo produce Moscato d’Asti e poi Barbaresco, Barbera, Dolcetto, Arneis e via andare.
Massimo e la sua famiglia ci aspettano sull’aia davanti alla bella casa padronale a due piani da cui si ammira tutta la parte della campagna verso Neive. L’altro Rivetti che abbiamo visto ieri è un lontano cugino di Massimo. Il Rivetti capostipite è Pinin, Giuseppe detto Valletta. Stasera c’è anche il padre di Massimo, un signore dalla linea perfetta, che ha avviato l’azienda agricola ma oggi fa l’albergatore al Park Hotel di Varazze con grande soddisfazione sua e della moglie, che sta in cucina.
Il vigneto di Massimo ha un’età media superiore ai 50 anni, con ceppi bel robusti e vigorosi. Sui tralci l’uva ha già superato le dimensioni del chicco di riso e sta maturando abbastanza velocemente in queste giornate calde e relativamente assolate. La prima vendemmia è prevista per la fine di Agosto, ma certe uve, come quelle per il miglior Barbaresco, si raccolgono a fine ottobre, inizio novembre. Il lavoro è continuo e già da un paio di settimane sono una quindicina, tra familiari e personale, che lavorano dalla mattina alla sera per sfoltire il vigneto dalle foglie strabordanti e poi dai grappoli in eccesso.
Stasera c’è una festa con un centinaio di invitati, ospiti, amici, altri produttori, cugini e parenti, tutti radunati qui per la grigliata di inizio estate. Massimo e la moglie sono gentilissimi e ospitali.
Mentre si attende l’arrivo di tutti gli amici, si chiacchiera lungo il vigneto di vini, bianchi e rossi, di  Moscato e di strategie di Marketing e di rapporti con i ristoratori che fanno un ricarico esagerato sul prezzo sorgente (anche fino a cinque volte!), per poi lamentarsi che i clienti non comprano più i vini. È ovvio che an che i clienti conoscono il prezzo sorgente e quindi capiscono subito se l’oste ha esagerato nel prezzo e allora vanno sull’acqua (che non fa rischiare incidenti per il grado alcolico) oppure sulla birretta.
La visita in cantina tra le cisterne cilindriche termo controllate e le barrique e le botti medie e medio grandi e le cisterne in cemento che fanno respirare meglio il vino nella fase di affinamento ancora una volta ti fa capire l’impegno e la dedizione di questi vignaioli di Langa che fanno egregiamente il loro lavoro e la passione che mettono nella loro attività.
Torniamo verso i tavoli per una sangria a base di brachetto, rinfrescante e piacevole, e sbocconcelliamo dai piatti di portata sparsi sul tavolo alcune fette di lardo tagliato sottile su fettine di focaccia ancora calda, olive ripiene fritte, pezzi di pollo impanato e fritto, una vera delizia.
Dalla cantina alcune bottiglie di Spumante di Massimo metodo classico Martinotti, nella versione bianco e nella versione rosato, da uve Nebbiolo e Pinot nero, a sgrassare la bocca dal fritto di pollo e olive.
Infine ci sediamo a tavola dove sono già state aperte le bottiglie di Arneis Langhe DOC Aurelia 2010 di 13 gradi dal lotto L01/10, di Dolcetto d’Alba DOC 2010 Carlin Burel di 13 gradi, di Barbera d’Alba DOC 2009 Froi di 14 gradi, da accompagnare al primo piatto, una bresaola con pomodorini e rucola.
Poi arrivano i peperoni con salsa tonnata e una cotoletta “in saor” con fettine di zucchine, insieme ad altra focaccia calda direttamente dalla cucina.
Dopo una breve sosta inizia il corteo delle carni alla brace, con il capocollo morbidissimo, la salsiccia, le melanzane tagliate a fette sottili. Arrivano altri vini, tra cui un ottimo Barbera d’Alba Serra Boella 2005, da un vigneto di 75 anni, affinato 20 mesi in barrique e poi almeno altrettanti e oltre, in bottiglia.
Il giro successivo contempla le costine alla brace, preparate alla perfezione da Giovanni, deliziose, con patatine al forno e in accompagnamento il primo dei Barbaresco della serata il Froi DOCG 2004 di 13,5 gradi, quello che è stato raccolto l’1 e il 2 novembre 2004, un vino che è ancora giovane, fresco e di lungo mantenimento.
Non poteva mancare un ricco piatto di formaggi da una selezione di sei tipologie, dalla toma fresca a quella stagionata, dai caprini ai vaccini a media stagionatura, fino agli erborinati.
Qui esplode la qualità del vino, con il Barbaresco DOCG Serra Boella 2003 Riserva, di 13,5 gradi e poi con il top di stasera, il Barbaresco DOCG Serra Boella 2001 Riserva, di 14 gradi, di grande eleganza.
L’ultimo vino è il Moscato d’Asti Maggiorina, prima di buttarci a capo fitto sul tris di dolci, i bunet bianco, giallo e nero.
La mezzanotte è passata e si torna al Motel Alba che è già il 3 luglio e il cortesissimo addetto alla Hall ci prepara tre bei caffè e due camomille per le signore. Alla fine non poteva mancare un sorso di grappa di Arneis o di Nebbiolo.
Si tocca il letto verso le due, ma il riposo al Motel di Alba è assicurato. Nella memoria a occhi chiusi nel letto ripassano le portate della piccola Panarda piemontese appena vissuta.

Domenica 3 Luglio

Isolabella della Croce, l’eleganza di una famiglia e del suo passito

Dopo la colazione abbondante si parte verso le dieci per l’ultima visita al Moscato di Isolabella.
Arriviamo nel territorio del Comune di Loazzolo e ci accoglie, nella sua proprietà, l’avvocato Lodovico Isolabella della Croce insieme alla moglie, signora Maria Teresa e al figlio Luigi, anch’egli avvocato del foro di Milano. Visitiamo le vigne in alto, fino alla collina detta “della vela” per la forma che assume quel pezzo di vigna vista dal crinale, da cui si ammira tutto l’anfiteatro dei 14 ettari di vigneti che producono una decina di etichette, tra vini e grappe, con elevatissima selezione, per una qualità di eccellenza nelle 60000 bottiglie vendute ogni anno. Le viti più vecchie arrivano a 50 – 60 anni di età. Si fanno dal 2002 esperimenti con il Pinot Nero, difficile da lavorare, ma di soddisfazione, se ben trattato, nei vini che ne derivano.
È uno spettacolo la passeggiata tra le vigne, in quell’anfiteatro naturale che tra poco sarà proposto all’ammirazione di quei fortunati che vorranno trascorrere qualche giornata nelle camere dell’agriturismo in allestimento. Le camminate tra i vigneti lungo i sentieri e le capezzagne (in piemontese cabiogne) che tagliano in due la vigna, come tagli naturali, e ricordano le tele recise di Lucio Fontana, sono l’ideale per farsi un’idea dei profumi che salgono dai cespugli fioriti e dai boschi lì vicino, profumi che ritrovi riassunti nei vini mentre li odori, li assaggi e li mastichi.
Scendiamo poi in cantina a farci un’idea dei loro vini con un abbinamento dei formaggi di Robiola di Roccaverano o dei Caprini dell’Arbiora, i freschi e gli stagionati da quattro a sette settimane, rispettivamente Garì, dalle nocciole, Sandrè, messo nella cenere, Pavè, che sembra un ciotolo di strada e infine Aviè, con la cera d’api.
Prima degli assaggi il saluto dell’Avvocato Lodovico Isolabella della Croce, con la Signora Maria Teresa titolare dell’azienda acquistata dal 2000 in questa alta Langa, straordinaria per le bellezze naturali e il clima adatto a fare vini di alta qualità per basse rese e territorio favorevole.
A seguire il Presidente del Consorzio dei Produttori Moscato d’Asti Associati, Giovanni Satragno ricorda i volumi del Moscato d’Asti, diecimila ettari lavorati da seimila famiglie, metà delle quali rappresentate dall’associazione, per un volume produttivo pari al 60% del totale, e la sua unicità, a livello mondiale, per la naturalezza e le caratteristiche organolettiche. Le rese sono contenute proprio per l’elevata qualità che oggi raggiunge su molti piccoli e grandi produttori che lo coltivano, accomunati da questa “uva del sorriso”, come viene chiamato il moscato. E poi non ci sono zuccheri aggiunti, non c’è aggiunta di alcol e ha la gradazione molto bassa. Tutte queste considerazioni lavorano a favore della qualità, della gradevolezza del prodotto, della sua naturalezza e genuinità, tanto che puoi anche farlo assaggiare a un bambino nel giorno del suo compleanno. Sono in previsione tre sottozone, Canelli, Strevi e Santa Vittoria.
Intanto Giandomenico Negro, affinatore, e Fabrizio Garbarino, vicepresidente del Consorzio per la tutela del formaggio Robiola Roccaverano DOP,  preparano gli assaggi dei caprini dell’Arbiora, DOP Roccaverano, sia puri, sia misti con latti vaccini o pecorini.
Una ventina di produttori e una ventina di Comuni costituiscono la Robiola di Roccaverano. Ricco di tradizione e di storia, vicino alla Liguria, il cui mare affina il formaggio. Si fa col latte crudo, senza pastorizzazioni di sorta, latte che può essere di capra, pecora o vacca, tutte del territorio con cinque razze zoologiche. È obbligatorio il pascolo, da marzo a novembre, è NO ogm, si consuma fresco o stagionato anche fino a sei mesi o oltre. Si chiama Robiola perché invecchiando la crosta diventa di colore rosso o rubio o arbio in dialetto piemontese. Sempre di capra deve essere almeno il 50% e il resto può essere di capra, vacca o pecora. Si producono ogni anno circa 320.000 forme, pari a 95 tonnellate di peso, di cui il 95% sono quelle di pura capra.
Iniziamo gli assaggi dei formaggi abbinando i vini dell’azienda Isolabella, per primo un Sauvignon Blanc DOC 2010 di 13,5 gradi, fresco e sapido, seguito da uno Chardonnay DOC 2009 di 13,5 gradi, pieno e armonico con affinatura in legno.
Mentre viene servito un caldo piatto di ravioli del plin proseguiamo con il Maria Teresa, Barbera d’Asti 2009 di 13,5 gradi, dal bel colore rubino, naso vinoso, di pronta beva, un vino “sincero” come quelli di una volta. Si ottiene con uve barbera a tarda maturazione, per un terzo di Calamandrana e due terzi di Loazzolo.
Il top della degustazione lo raggiungiamo con il Solìo, un Loazzolo DOC 2005 di 11,5 gradi dal lotto L058 e fascetta di controllo AAA00024229. Si tratta di un passito vendemmia tardiva da uve moscato, dal colore giallo paglierino chiaro (e già qui andiamo contro le aspettative di un vino vendemmia tardiva, solitamente ambrato, così come nella gradazione, assolutamente contenuta), dal naso pieno e complesso, con note agrumate, sentori di mela, di fiori di acacia e di sambuco. In bocca ti ritrovi un nettare di rara eleganza e finezza, con un residuo zuccherino appena avvertito e che si chiude con una nota in retrogusto soavemente amareggiante. Davvero una magnifica sorpresa.
La giornata non è ancora finita perché Andrea apre una bella magnum di Valdiserre, Moscato d’Asti DOCG 2010 di 5,5 gradi e fascetta AAA00047010 che si accompagna piacevolmente a una fetta di torta di nocciole morbida, che si scioglie in bocca come un soffio morbido ed evanescente di soffice pan di spagna.
Ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, abbiamo toccato con mano quanto il diradamento delle uve, l’elevata età media dei vigneti, la produzione per ceppo e per ettaro contenuta, siano paganti in termini di elevata qualità dei prodotti finali, laddove ci sia amore per la vigna, per il proprio lavoro e assoluta competenza, come nel caso di questa azienda di Loazzolo Isolabella della Croce, medio piccola nelle dimensioni, ma Grande nei suoi vini. Non ultimo per importanza qui è proprio il territorio di Loazzolo e la disposizione dei vigneti inframezzati ai boschi e boschetti che li circondano, che, qui come nella Borgogna e nelle migliori aree vinicole francesi, conferiscono quel microclima essenziale per produrre grandi vini.

Foto Credit: dal sito www.borgoisolabella.com

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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