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Viaggi enogastronomici

Canevel e i luoghi del Prosecco

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Alla vigilia dei referendum con Claudia, Rosy, Francesco e Paolo, io e Gabriella decidiamo di concederci una vacanza di relax a degustare Prosecco in Valdobbiadene e dintorni.
La partenza è mattiniera, da Voltri alle 7.40, con una leggera pioggerella, per la Voltri Alessandria. Già a Masone non piove più (fenomeno più unico che raro per questa cittadina a cavallo del Turchino), ma il cielo è sempre coperto. Dalla bretella di Novi, poi sulla Genova Milano fino a Tortona e sulla Piacenza Brescia per proseguire sulla Milano Venezia fino alla strada della Valdastico per uscire a Vicenza Nord, non prendiamo altra acqua, anzi in molti tratti spunta anche il sole. Ricomincia la pioggia, sempre più fitta, da dopo Vicenza per i successivi 40 chilometri circa.
Un paio di soste per sgranchirsi le gambe e vuotare i serbatoi e all’una e un quarto siamo a Covolo, da Roberto e Ivana, che ci guideranno nella visita al loro territorio.
La prima tappa è per un pranzetto tipico in una trattoria che si chiama “alla Cima” e che sta su una collina, una cima, sopra San Pietro di Barbozza, da cui si vede gran parte della vallata. Il cielo sta scaricando proprio in questo momento tutto il suo carico grigio e ci fa inzuppare per entrare nel locale della trattoria dove si pranza.
Ci hanno preparato un tavolo nella veranda ampia con vista sulla valle, in un ambiente con legno, acciaio e vetro ben proporzionati, pulito e confortevole.
Ci attirano gli antipasti di lumache e di porcini saltati, ma vogliamo stare leggeri e scegliamo subito i primi. Da consigliare le tagliatelle con finferli e casatella (funghi e formaggio fresco), ottime anche le gocce di pasta con Morlacco (formaggio) e gli gnocchi di ricotta. Mi attiravano anche la pasta e fagioli e pure il risotto con funghi.
Per secondo la proposta principe è la carne alla griglia. Per chi lo ama è ottimo anche il formaggio in tegame. Per la carne avete l’imbarazzo della scelta tra braciole, fegato, rognone, filetto, costata e tagliata, a scelta tra manzo, puledro, coniglio, agnello. Assaggiamo un po’ di tutto e non può mancare una visita al braciere che sta al centro della prima sala interna, a forma quadrata, con un bel camino sopra e tutti i quattro lati liberi per poter lavorare anche intensivamente.
Un dessert di torta di mele con crema calda per i più golosi e un buon caffè completano il pranzo, accompagnato da due ottime bottiglie di Valdobbiadene Extra Dry DOCG 2009, di 11 gradi dal lotto L54T e fascetta di controllo …67104, prodotto da Canevel Spumanti S.p.A. in Valdobbiadene (TV). La bottiglia è stata prodotta in 402.000 esemplari. Un vino dal fruttato pieno, con note di mandorla fresca e sentori di gelsomino. In bocca ha un’armonia e un equilibrio unici, con una buona pienezza e una lunga persistenza sul retrogusto finale di mandorla verde.
La Canevel ha 28 ettari vitati per una produzione complessiva di 800.000 bottiglie circa. Al 95% Prosecco e per un 5% uno Spumante Rosato a base Marzemino, che sembra avere un buon successo
Mentre pranziamo il cielo si calma e compare nitido sullo sfondo dietro l’ampia vetrata tutto il Montello e oltre quello il Piave, di cui si respira l’aria in ogni metro quadrato di spazio. Anche il cielo lentamente si apre e prima che usciamo dal locale spunta qualche sprazzo di azzurro.
Roberto ci racconta che il prossimo 26 giugno ci sarà “canevando”, che significa girare per cantine. Sia Canevando, sia Canevel derivano dalla stessa radice Caneva, cantina. Anche da noi in Liguria, in Val Graveglia, se andate a trovare Sergio Circella alla Brinca, scoprirete che il suo antico nome era appunto “Caneva con fundego da vin”.
Canevando ormai qui è diventato un classico della piacevolezza enogastronomica, perché il programma si sviluppa su cinque itinerari possibili e si visita un produttore di vino con la possibilità di assaggiare un particolare piatto preparato da un ristorante della zona e così via da un produttore al successivo, per concludere in compagnia questo pranzo itinerante, piuttosto curioso ma piacevole per fare nuove amicizie e degustare con moderazione sia i vini sia i cibi.

Villa Masér

Risaliamo nelle macchine e alle tre e venti circa siamo a Masér per visitare con la guida di Gigliola (una vera guida turistica professionale e preparata) la Villa di Masér, una palladiana costruita nel 1550 – 1560 dai nobili veneziani Daniele e Marcantonio Barbaro. Sia all’esterno, sia all’interno, la villa mantiene la struttura pressoché originaria. La proprietà attuale è Volpi di Misurata ed è ancora abitata, a parte la zona museale, dai discendenti naturali.
Il bello della villa è di sicuro la struttura Palladiana sulla leggera collina che la sostiene, ma anche e soprattutto la serie di affreschi e disegni di Paolo Veronese che ha lasciato numerose sue opere sui muri interni della zona comune e di quella privata. Insieme a Gigliola visitiamo le stanze del piano terreno, ricche di musicanti e motivi floreali e paesaggi con giochi prospettici interessanti e con qualche non rara interpretazione artistica non proprio canonica. Molte figure sono inserite in finte nicchie, utilizzate per dare profondità alla sala.
Nella Stanza di Bacco si aprono sul soffitto pergolati con grappoli d’uva nera e lo sfondo del cielo azzurro, con figure di putti, uomini e donne e due scritte latine rispettivamente sulla porta di accesso “et genio, et laribus” come onore al padrone di casa e agli antenati, e sul camino “Ignem in sinu, ni abscondas” che pare un invito alla spontaneità.
Dalla parte opposta la Stanza del Tribunale d’Amore “Ignem gladio ne ferias”, un invito ad amare o, si direbbe oggi, fate l’amore, non fate la guerra. Qui l’uva che pende dai pergolati del soffitto è bianca, e musica e danza riempiono l’aria.
Sulla parte posteriore della villa la Sala dell’Olimpo, ispirata all’Armonia, attorno a cui sembrano danzare gli dei dell’Olimpo, parte nudi, parte vestiti. A fianco la stanza del Cane da una parte, con un simpatico cagnolino dipinto sulla parete di sinistra in basso e un leone dipinto sul soffitto insieme agli dei, e la stanza della Lucerna dall’altra, lucerna che pare sostenuta da un putto.
Oltre queste stanze si aprono gli appartamenti privati dei proprietari, non meno deliziosi artisticamente e intravvedibili dalla vetrata che sta sulla porta lasciata volutamente aperta.
Uscendo all’esterno si ammira il tempietto, le scuderie e le vigne oltre la strada del paese che taglia in due la propietà. Sulle pareti esterne della villa le meridiane con i segni zodiacali.
Resta da visitare ancora il museo delle carrozze, che si raggiunge dall’esterno risalendo per una stradina ripida e sterrata i circa 300 metri che mancano al locale del museo. All’interno una cinquantina di reperti di carrozze da tutto il mondo, ancora perfettamente lucidate e apparentemente in piena efficienza. Qualche slitta e un carrettino siciliano completano l’esposizione. Non poteva mancare la carrozza postale di metà ottocento, tipo la diligenza che si vede nei vecchi film western. Un museo unico e così poco conosciuto.

Asolo e Vigneto Vecio

Alla fine ci spostiamo verso Asolo, ennesimo esempio italiano di patrimonio universale dell’Unesco che rappresenta una sintesi inarrivabile di città romana e veneziana, con case e ville uniche, con il castello, il teatro in legno, la casa di Eleonora Duse, le varie testimonianza della presenza di Caterina Cornaro, Principessa di Cipro, qui relegata negli ultimi anni della propria esistenza, come in una prigione dorata, poi il Palazzo del Capitano e quello del Podestà, e i portici storici e le piccole botteghe e le colonne una diversa dall’altra e le facciate a bifore e trifore bizantineggianti, tanto che Francesco alla fine ricorda un proverbio che spesso citava sua nonna “Ci vuole il vento in chiesa, ma basta che non spenga le candele”, come dire che il troppo stroppia.
Alle sette della sera lasciamo la nostra guida Gigliola e partiamo verso l’agriturismo, sempre accompagnati dai gentilissimi Roberto e Ivana, fino a Santo Stefano di Valdobbiadene, costeggiando una catena infinita di vigneti di prosecco con i cartelli dei produttori più famosi. Il tempo per tutto il pomeriggio ci è stato favorevole e alla sera restavano poche nubi bianche a coprire la tavola azzurra del cielo. Verso ponente la sagoma bianco grigiastra, piena e riccioluta, del cane a sei zampe si stagliava alta nell’azzurro contornata da una luce dorata e aranciata.
All’agriturismo ci aspetta Silvio, che in onore nostro stappa subito una delle loro bottiglie di Extra Dry e tutti insieme alziamo al cielo i nove calici in onore del Prosecco e della bella giornata.
Si chiama Vigneto Vecio, questo agriturismo, che già nel 1947 produceva vino degno di premio.
Siamo nel cuore della Strada del Prosecco e dei vini dei colli Conegliano Valdobbiadene, punto di partenza ideale per passeggiate tra i vigneti, per visite a ville del Palladio e alle numerose città con le mura, per itinerari da percorrere in bicicletta.
L’agriturismo ha anche sei stanze appena ristrutturate e al mattino potete far colazione nella veranda comune a piano terra con i prodotti naturali della loro campagna, comprese le uova alla coque.
Ultima caratteristica è la sala ristorante, dove ceniamo alle nove, insieme a Roberto e Ivana che tornano a farci compagnia.
La teoria degli antipasti misti è senza fine, dagli insaccati di tre o quattro tipi diversi al pollo in saor, poi i funghi, le verdure di stagione coloratissime come i peperoni, le cipolle, le carote, le melanzane, a seguire i crostini di formaggio caldo e verdure e quelli con il lardo e la pancetta sottilissima che si scioglie in bocca e gli squisiti spaghettini di verdure ottenuti da zucchine tagliate a julienne, verdi e bianche.
Tra i primi scegliamo gli gnocchi al pomodoro, di una morbidezza rara e la zuppa di fagioli, consita con cubetti di crostini di pane, formaggio grattugiato ad libitum e infine una bella striscia di puro olio extravergine di oliva freschissimo e profumato e con una giusta dose di piccante che valorizza pienamente il piatto.
Ai secondi di carne, con manzo, maiale, coniglio e salsicce, siamo già a tappo.
Però ai dolci non rinunciamo, sia per golosità, sia perché sono davvero eccellenti e di ampio assortimento e tutti fatti in casa, dalle crostate di fichi e prugne alla torta di ricotta e gelatina al lampone, alla torta di cioccolato a lla torta di mele, per finirre con i biscotti secchi cotti alla perfezione.
Il vino è il loro Vigneto Vecio Prosecco Superiore, un Valdobbiadene DOCG Extra Dry 2010, di 11 gradi dal lotto L09010. Un fruttato leggero con nota di frutti esotici che ricordano la banana e il mango, un petillant e una freschezza ben dosati e un corpo non eccessivo che rendono piacevole la beva a tutto pasto.
Caffè e nocino della casa, con un sorso di anice stellato, completano questa piacevole serata in compagnia e ci attardiamo a chiacchierare fin quasi a mezzanotte.

Domenica 12 Giugno 2011

La colazione al Vigneto Vecio

Al Vigneto Vecio si dorme proprio bene e la colazione nella veranda a piano terra prevede caffè, per me d’orzo, in tazza grande, con latte caldo a parte. Uno yoghurt alla frutta, pane integrale con lonza e soppressata, pane bianco con una fettina di formaggio semi stagionato, una fetta di torta di mele, un piccolo croissant al cioccolato, pane bianco con marmellata di ciliegie e un bicchiere di spremuta d’arancio.
Alla fine siamo pronti a partire ma facciamo poca strada, meno di tre chilometri perché ci fermiamo subito dopo l’uscita da Saccol, a visitare la nuova cantina di Canevel, ricavata da una vecchia casa ristrutturata, di cui ha mantenuto la struttura e le bellezze.
Roberto e Ivana sono appena arrivati e ci aspettano per mostrarci come si lavora il vino in un’azienda moderna.

Canevel

Il territorio Conegliano Valdobbiadene che ha ottenuto la DOCG nel 2009 si estende per seimila ettari, mentre tutta l’area del Prosecco DOC che arriva fino a Trieste ne copre ben di più. La DOCG rappresenta una zona particolarmente vocata e caratterizzata da una maggior qualità, tant’è vero  che comprende anche tutto il Cartizze, la parte più scoscesa, rocciosa e difficile da lavorare.
La Fondazione Valdobbiadene Spumante identifica e controlla questo territorio e nel 2010 ha distribuito quattro milioni di bottiglie contrassegnate dalla grande V che ne costituisce il marchio.
La Canevel nasce nel 1979 e un poco alla volta acquisisce territorio ed espande la sua produzione all’insegna di una sempre maggiore qualità. Nel 2000 nasce la nuova cantina e oggi raccoglie 8000 quintali di uva per produrre circa 800.000 bottiglie.
L’uva è raccolta a mano in casse da 15 – 18 chili e subito portata in cantina dove viene scaricata in automatico nella pressa a polmone a poco più di un’atmosfera, per non rompere la buccia dell’uva.
Il mosto viene convogliato nei recipienti di acciaio a volumi multipli da 1,5 a 24 tonnellate e a temperatura controllata, tra i 17 e i 20 gradi, dove fermenta per una ventina di giorni. Si fanno poi due travasi e un filtraggio tangenziale con fili ceramici di qualche micron. In primavera si fa la spumantizzazione dei vini nuovi, col metodo Martinotti. Si prosegue con  la seconda fermentazione con travasi isobarici in azoto e filtraggio finale a 0,65 micron prima dell’imbottigliamento, dove avviene una miscelazione tra vecchi e nuovi mosti fermentati per avere un prodotto che non si discosti troppo dallo standard aziendale da un anno all’altro.
Il locale imbottigliamento ha macchinari progettati su misura che tengono conto delle caratteristiche fisiche della cantina e della qualità del prodotto. Tutto il locale, fino alla tappatura e l’etichettatura è termicamente isolato per evitare la condensa. Tranne che nel periodo della vendemmia si fa imbottigliamento in tutti i mesi, con circa 20.000 bottiglie la settimana.
Infine si va nella sala degustazione a piano terra per gli assaggi di quattro vini.

Primo vino: Valdobbiadene Prosecco DOCG Vino Frizzante 2010, di 11 gradi e fascetta AAG05042276. Il Frizzante San Biagio (2,5 atmosfere), con rifermentazione in bottiglia, alla maniera antica, ha una decisa nota fruttata con sentori di frutta esotica, banana e ananas. In bocca è piuttosto corto ma fresco e gradevole.

Secondo vino: Valdobbiadene Prosecco DOCG Brut 2010, di 11 gradi dal lotto L38 e fascetta AAA05385061, prodotto in 107.000 bottiglie. Il brut prevede 10 grammi / litro di zuccheri e ha una nota fruttata di fiori bianchi e frutti appena maturi. In bocca ha una bella persistente e risulta armonico ed elegante con un retrogusto leggero di mandorla amara.

Terzo vino: Valdobbiadene Prosecco DOCG Extra Dry 2010, di 11 gradi dal lotto L41 e fascetta non rilevata, prodotto in 407.000 bottiglie. La versione Extra Dry prevede fino a 17 grammi / litro di zuccheri. Alla nota fruttata di fiori e frutti bianchi si affianca una leggera nota balsamica che gli dà freschezza. In bocca è armonico, elegante e persistente.

Quarto vino: Valdobbiadene Superiore di Cartizze DOCG Dry 2010, di 11 gradi dal lotto L17 e fascetta AAA01454434. Il Dry prevede fino a 30 grammi / litro di zuccheri. Al naso si associano alle note fruttate una balsamica più marcata delle precedenti e una certa mineralità grazie ai terreno sassosi da cui proviene. In bocca è pieno, armonico, intenso e persistente.

Castelfranco, il Giorgione e La Speranza.

A mezzogiorno lasciamo Roberto e Ivana che ci hanno dato una mano a conoscere meglio le bellezze naturali ed enogastronomiche di Valdobbiadene e dintorni e riprendiamo la via di casa.
Visto che ci passiamo quasi dentro ci fermiamo, dopo una mezz’ora nella città murata del grandissimo Zorzon per un’occhiata alla casa natale e alla sua Pala della Madonna con bambino e Santi in fondo alla navata destra del Duomo. Castelfranco è tutto lì e in qualche torre attorno alle mura, ma vale sempre una sosta di contemplazione.
Il Duomo chiude a mezzogiorno e noi arriviamo quasi all’una, così nell’attesa che riapra (alle 15.30) cerchiamo un locale per il pranzo. Il fiuto mi porta ad uscire dalla porta sud ovest per dare un’occhiata al fossato e poco oltre mi attira l’insegna “Alla Speranza”, Hotel e Ristorante.
Il posto va bene a tutti e ci sediamo a un tavolo da sei nel cortile interno, all’ombra di due ampi tendoni bianchi, al fresco, vicino a un vecchio carro da trasporto in legno coperto di gerani rossi e vasi di piante ornamentali a foglie verdi e bianche.
Iniziamo con sei spritz dal colore aranciato, lunghi e rinfrescanti, che precedono il Disnar del Contadino, o Panaretto, un antipasto misto che prevede crostini di pomodoro, crostini di formaggio, coppa, soppressa, prosciutto crudo e melone, cipolline, insalata trevigiana.
Per primo piatto i bigoli con sugo di anatra e le deliziose tagliatelle con fegatini, dello stesso sapore, vado a memoria, di quelle che mi faceva mamma Giovannina a Verucchio da piccolo.
Per secondo pollo alla cacciatora con fette di polenta, bresaola con insalata e trevigiana, piatto di formaggi con fette di polenta. Insalate miste e verdure cotte dal carrello a volontà.
Eccellenti i dolci, fatti da loro, la meringa bianca con panna, quella nera con cioccolato, il semifreddo giallo vivo all’amaretto, il tiramisu in coppa, la deliziosa torta al cioccolato.
Si chiude col caffè e con il loro nocino
Due i vini. Un Prosecco spumante extra dry Grande Cuvée  di 11 gradi dal lotto L3280 della Bellussi Spumanti srl di Valdobbiadene.
Interessante il rosso Alto Adige DOC Sudtiroler Lagrein 2008 di 13 gradi dal lotto L02041 prodotto da Peter Zemmer sas a Cortina sulla Strada del Vino (Bolzano) dal bel naso vinoso, pulito e piacevolissimo.
Mentre rifletto sull’armonia che si è creata tra di noi in questo bel pranzo che definirei proprio conviviale per ciò che mi ha lasciato dentro, e lo stesso penso anche per gli amici con cui mi trovo, trovo davvero ottimo anche il rapporto qualità prezzo del ristorante, con una spesa finale di 30 euro a testa compresi i vini.

Si sono fatte le tre e mezza e, quasi a malincuore per l’armonia che si è creata oggi tra di noi, ritorniamo al Duomo (duecento metri a piedi) che è già aperto e, vinta l’iniziale penombra dell’altare di destra nel transetto a ovest, si resta estasiati dalla figura di Maria che porta il bimbo in braccio, seduta su un trono che si erge nel cielo sullo sfondo. Nella parte bassa del quadro i due santi, a destra San Francesco, certamente identificato, a sinistra il santo guerriero con l’armatura, di incerta assegnazione. Mirabili le geometrie e gli sfondi di paesaggio, con le immancabili torri.
Non possiamo fare a meno di visitare, già che ci siamo, anche la sacrestia con le belle scale a chiocciola in pietra massiccia e i quadri di Paolo Veronese, e prima di uscire le reliquie di San Giustino, Martire cristiano del periodo neroniano, provenienti dalle Catacombe romane e qui conservate da quasi 400 anni.
Ripartiamo, stavolta definitivamente, per il ritorno, verso le cinque, mentre un gruppo di giovani ragazze e ragazzi, vestiti di bianco e di rosso, si stanno preparando di fronte alla chiesa con i loro strumenti musicali per lo spettacolo serale. Peccato dover rientrare!

Foto Credit: Francesco Morreale.

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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