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Viaggi enogastronomici

Sangiovese e Merlot – Facciamo a metà!

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Sono ormai vent’anni da quando, forse per gioco, Capannelle e Avignonesi hanno deciso di fare un vino mettendo ciascuna metà delle uve. Capannelle ci mette il Sangiovese e Avignonesi ci mette il Merlot. Nasce così questo 50&50, un riferimento ormai prezioso per la vinificazione nella terra di Toscana. Oggi è l’ultimo giorno di Maggio e come è tradizione, si apre la prossima annata che sarà messa in commercio a partire da settembre 2011. L’annata è il 2007. Dopo l’apertura della Mathusalem (la bottigliona da 6 litri) che viene versata nei calici direttamente nella “cassaforte” dove è stato conservato, segue il pranzo all’aperto, sotto il grande gazebo con telone bianco, attorno a sette tavoli rotondi, accompagnando i cibi con annate diverse del 50 & 50.

Martedì 31 Maggio 2011

Un’ottima annata

Mi piace parafrasare nel titolo quel bel film sul vino di qualche anno fa. Lasciamo Chiavari alle sette e mezza della mattina, dopo una buona colazione sulla terrazza di casa, ancora fresca e godibile. Tutta autostrada attraverso La Spezia e poi Lunigiana, fino alle porte di Firenze e ancora verso sud sulla A1 verso Roma. Usciamo a Valdarno e proseguiamo lungo la statale verso Montevarchi e la provincia di Siena e alle undici in punto siamo a Gaiole in Chianti. Prendiamo il primo ponticello quasi invisibile sulla sinistra, all’entrata del paese, e risaliamo i ripidissimi trecento metri che ti portano al parcheggio . Fino al 2000 la gestiva Raffaele Rossetti. Poi l’ha acquistata Mr Sherwood, che però ha continuato a chiedere lumi al vecchio proprietario fino allo scorso anno, quando Raffaele se n’è andato.
Il posto è incantevole, per la vista sul paese e sulle colline intorno, una gioia per gli occhi e per il cuore.
Sotto un cielo leggermente velato di questo ultimo giorno di Maggio ci sediamo all’ombra dei tendoni nel cortile sopra la piscina per godere di un panorama unico su Gaiole e le sue terre minerali.
Intanto degustiamo l’aperitivo, con lo Chardonnay di Capannelle e quello di Avignonesi.
La giornata è fresca e dalla casa, sulla punta della ripida collina, si sentono i rumori della campagna, i fringuelli che cinguettano e si chiamano, qualche cane che abbaia in lontananza.
È una gioia anche per gli occhi il colore vivo dei fiori intorno e per il naso il profumo intenso dei glicini e delle viole.
Lo Chardonnay di Capannelle è un Toscana IGT 2008, di 13,5 gradi dal lotto L10120, imbottigliato il 30 aprile 2010. Il colore è un bel giallo ambrato, intenso, quasi luminoso. Al naso sviluppa immediatamente una nota eccessiva di idrocarburi, che poi col tempo si ingentilisce e vira su sentori prima minerali e poi balsamici, a dimostrazione di una certa pienezza e complessità. In bocca è abbastanza pieno e mostra una intensa sapidità per chiudere con una piacevole nota di mandorla verde in retrogusto.
Intanto che si degusta il vino passano alcuni camerieri con vassoi di stuzzichini, originali e saporiti.
Ricordo il vasetto con pezzetti di aringa in crema di formaggio e pomodorino, poi i bocconcini di tartare con tartufo su crema di parmigiano, eccellente il baccalà con crema di ceci e squisito olio di oliva extravergine di Capannelle. Buono il cannolino al salmone con carciofo e saporita la caramella calda di pasta fillo con interno di mortadella, così come molto gustosa l’arrotolata calda di squacquerone e prosciutto cotto di Osvaldo.
Il secondo assaggio riguarda lo Chardonnay di Avignonesi Il Marzocco, un Cortona DOC 2009 di 14,5 gradi e fascetta di controllo AAA00200272. Il colore è un bel giallo oro luminoso. Al naso presenta note torbate con lievi sentori di fungo che pian piano lasciano il posto alle note minerali e lievemente balsamiche. In bocca è armonico, pieno, elegante e di lunga persistenza.
Tutti gli stuzzichini sono stati preparati dal cuoco di Capannelle, Duccio Prussi, giovane e davvero bravo, e dalle sue collaboratrici, Giuliana e Rosanna. Anche il pranzo successivo sarà opera loro.

Dove nasce 50&50

Poco prima dell’una è prevista la visita alle cantine, accompagnati da Simone Monciatti, l’enologo di casa. Una camminata veloce tra vasi vinosi in acciaio e legno, dove il vino fermenta e si affina, poi nel locale di stoccaggio, capace di tenere fino a 270.000 bottiglie e infine la barricaia, con quasi 300 barrique di rovere di Slavonia e qualche decina di tini troncoconici, recipienti che rimangono naturalmente freschi e umidi al punto giusto grazie alla parete di roccia che costituisce uno dei muri naturali del locale, perfettamente rinfrescato dal terreno che sta sopra la roccia e che con le piogge fa filtrare quanto necessario. La cantina mi fa tornare in mente quella di Edi Kante, a Trieste, che negli anni ’90 ha giocato con la roccia per ricavare un gioiello di tecnologia e struttura naturale, da libro di fantascienza.
Alla fine della passeggiata ci fermiamo davanti alla “cassaforte” che contiene il 50&50 del 2007 per l’assaggio. Su un ripiano nel corridoio davanti al “Sancta Sanctorum” sono già pronti una sessantina di bicchieri puliti per l’assaggio. In fila indiana passiamo davanti a Simone che svuota lentamente e faticosamente la Mathusalem nei singoli calici e si va a degustare questo nettare. Il colore è un rosso rubino molto carico, quasi nero. Al naso si avvertono note complesse di spezie e frutta matura di mirtillo e mora e ciliegia. In bocca è fresco, ampio, sapido, pieno e persistente e lascia una piacevolissima nota di amarena come retrogusto finale. Davvero … “Un’ottima annata”, che sarà messa in commercio nel prossimo settembre 2011, per la gioia di tutti gli intenditori e gli amanti del buon vino.

Il pranzo all’aperto

Al termine dell’assaggio si torna in superficie per sedere ai tavoli rotondi sotto il tendone bianco del gazebo predisposto sul prato a est della casa. Ogni posto è già stato assegnato da Emanuele e dai suoi collaboratori. Così diventa un gioco la ricerca del proprio nome attorno ai tavoli, tutti da otto posti.
Siamo una cinquantina, tra operatori e ospiti. Un velo di cumuli alti sta iniziando a raccogliersi qua e là in cielo, ma ancora con ampi spazi di sereno.
Emanuele dà il via al pranzo, che ormai da quasi vent’anni, è diventata una tradizione in coda all’assaggio dell’ultima annata.
Il mercato negli ultimi anni è difficile e impegnativo per l’elevata competitività. Tuttavia 50&50 vuole essere il simbolo di un’amicizia ormai antica, amicizia tra Sangiovese di Capannelle e Merlot di Avignonesi, amicizia tra Mr Sherwood di Capannelle e Mr Max De Zanobi di Avignonesi e infine amicizia tra chi oggi è seduto a questo desco assaporandone le diverse annate.
È al 1988 che risale il connubio tra il Signor Sangiovese Capannelle e la Signorina Merlot Avignonesi e sono centinaia di migliaia i piccoli che ne sono nati. La sola annata 2007 ha dato alla luce ben 30.000 esemplari.
Con il pranzo di quest’anno si dà il via a un gioco nuovo.
Saranno serviti cinque vini di diverse annate. Chi indovinerà il maggior numero di annate vincerà una magnum di 50&50.
Si parte dunque con il primo dei cinque piatti preparato da Duccio e dalle sue donne, un originalissimo Risotto alle erbette aromatiche con fiori di lavanda, lardo di cinta e Castelmagno, accompagnato dal 50&50 “black dot”.
Seguono gli ottimi Ravioli di grano saraceno al maialino, con ragù di porchetta al finocchietto e 50&50 “red arrow”, davvero esaltante.
Il piatto forte è la Guancia di vitello stufata alle Fave di Cacao su morbido di patate rosse. Un piatto semplicemente eccellente, abbinato al 50&50 “yellow dot”.
Una deliziosa Degustazione di formaggi con confetture biologiche ci permette di apprezzare gli ultimi due 50&50, il “green dot” e il “blu dot”. Un pecorino lievemente stagionato a buccia rossa con confettura di pesche e albicocche, un caprino di media stagionatura con mostarda al vino e infine un erborinato con confettura di fichi sono la giusta conclusione di questo incontro.
Intanto il cielo si sta ingrigendo e si avverte qualche brontolio lontano, come di massi rotolanti, ma per adesso non ci si fa caso.
Per ultimo un eccellente Gelato alle mandorle di Noto su emulsione di olio di oliva extravergine e agrumi è la prova del nove che Duccio Prussi ci sa davvero fare in cucina e la sua fantasia è attenta sia ai prodotti del territorio, sia alle possibilità di utilizzare sapientemente le erbe aromatiche, sia infine a non esagerare con le innovazioni, tenendosi fedele alla tradizione e ai gusti dei commensali.
Infine Manuele raccoglie i responsi sulle annate dei vini e il miglior risultato lo fornisce Andrea con cinque vini indovinati su cinque, anche se solo tre nella giusta posizione.
Nella tabella che segue le annate dei vini serviti e l’abbinamento con i cibi (che purtroppo non è stato l’ideale per godere al massimo dell’espressività del vino con il piatto):

Vino                      Anno                            Piatto
Black dot              2001              Risotto erbette aromatiche
Red arrow            1999              Ravioli di grano saraceno
Yellow dot             2004              Guancia di vitello stufata
Green dot             2006              Formaggi morbidi
Blu dot                  1997              Formaggi erborinati

A giudicare dalla quantità di vino rimasta nei calici si è visto che il più gradito è stato il Red Arrow 1999. Niente male anche il Blu dot 1997, peccato che il campione da me assaggiato avesse una leggerissima disarmonia che suscitava pizzicore nell’epiglottide alla deglutizione.
Molto buona anche l’annata Black dot 2001. Le altre due annate sono molto giovani, ma entrambe già godibilissime, soprattutto il 2006, che ha ottenuto, come ci illustra Manuele, i 95/100 di Wine Spectator.
Considerati i piatti e le caratteristiche dei vini sarebbe stato ottimale servirli dal più giovane al più vecchio nell’ordine di servizio.
Ancora un caffè, meglio direttamente al coperto perché i brontolii dall’alto si stanno intensificando e si rischia un lavaggio prima di arrivare alle macchine.
Un saluto veloce e si va verso l’agriturismo dove passeremo la notte.

Cavarchino

Cavarchino e Capannelle si vedono l’uno dall’altro. Da bambino mi raccontavano che San Marino e San Leo erano due operai dalmati che erano arrivati fino ai piedi del Montefeltro e si erano fermati in punti in cui si vedevano l’un l’altro per potersi scambiare gli attrezzi da lavoro. Qui è la stessa cosa, anche se sono molto più vicini, un chilometro scarso, in linea d’aria.
In due minuti siamo sull’aia e riusciamo a scaricare i bagagli tra tuoni sempre più intensi senza bagnarci, ma chiudendo la macchina e spostandoci per i venti metri che mancano alla porta ci inzuppiamo, tanto sono fitti e densi i goccioloni di pioggia che scrosciano su Gaiole alle quattro del pomeriggio.
Ci apre Patrizia e ci dà la camera Barbischio al piano superiore. Montegrossi, Vertine, Spaltenna e Meleto sono già occupate mentre Castagnoli, quella sulla torretta al piano attico, ci sembra meno adatta alle nostre possibilità fisiche, per via della stretta scala a chiocciola. I nomi delle stanze richiamano i paesini attorno a Gaiole che si vedono dalle finestre di ciascuna camera.
La casa è tipica, accogliente, nuova di rifiniture ma tradizionale nella sua struttura di base, con un bel camino al centro della sala da pranzo dove domani faremo colazione.
Le finestre danno sul paese di Gaiole e la tranquillità è un must. Arredi di gusto e bei quadretti in terra di Siena e verde alle pareti. Abbondante e caldo l’uso del cotto per tetto e pavimento e del legno per travature e mobili, antichi e moderni.
Usciamo a fare due passi fino al centro di Gaiole, a provare Lo sfizio di Bianchi in Via Ricasoli. Bei dolci e panini freschi. Gelato artigianale, giusto quello che ci vuole per sgranocchiare qualcosa prima di notte, visto il pranzo abbondante di oggi.

Al mattino ci sveglia la lama di luce dalle finestre chiuse dagli scuretti di legno che filtra da est, dove il sole brilla luminoso per assenza di nubi e di foschia.
Apro i battenti e mi godo l’aria fresca della mattina e la vista del campanile della chiesa di Gaiole che svetta snello ed elegante nel grigio della sua pietra antica, proprio davanti a me. Le case di Gaiole coi loro tetti rossi si sparpagliano a destra e a sinistra della chiesa e poi in lontananza in maniera dolce e rilassante.
Facciamo colazione nella sala comune attorno al tavolo rotondo a sei posti, in compagnia di una giovane coppia dall’accento francofono che parla molto bene italiano e racconta dei cinghiali e dei cerbiatti incontrati la sera prima lungo la strada, quasi sul prato davanti a Cavarchino.
Dal buffet mi servo come primo “appetizer” un bicchierino di yoghurt con banana, poi proseguo con due fette di prosciutto cotto, quattro fettine di salame, tagliato sottile, proprio come piace a me. Sul tavolo grande sono già pronte fette di focaccia salata e pane toscano da accompagnare agli insaccati. Accontentate proteine e carboidrati, per gli zuccheri prendo due fette di torta arrotolata con crema e cioccolato, su cui aggiungo un cucchiaino di marmellata di arance di quella fatta in casa. Un caffè e latte caldo sono la parte liquida, insieme a un bicchiere di spremuta d’arancio. Per ultimo una scodellina di macedonia, preparata fresca stamattina dalla signora che ci assiste per la colazione. Il suo viso è un po’ teso oggi, per via della febbre del suo bimbo, che da tre giorni non scende sotto i 39 gradi, nonostante la Tachipirina. Auguroni al povero piccino.
Dalla finestra verso Montegrossi si intravvedono i rami pendenti del salice in giardino e le vigne pulite e ordinate di Capannelle che è proprio qui davanti, a un tiro di sasso.
Lasciamo il cuore in questo accogliente angolo di Toscana, mentre il motore della macchina entra in azione per spostarci verso Greve in Chianti, a nord una trentina di chilometri, verso Dudda, dove stasera ci aspettano Antonietta e Nedo, gli amici di Genova che ci ospitano per la nostra seconda notte toscana di fine primavera.

Foto Credit: Gabriella Repetto

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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