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L'eleganza dei Barolo 2007 di La Morra, di Enzo Zappalà

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L'eleganza dei Barolo 2007 di La Morra

di Enzo Zappalà

Ho avuto solo un attimo di esitazione, poi mi sono deciso e adesso sono realmente contento di averlo fatto. Io non sono un giornalista, né un “critico” del vino, e nemmeno riesco a descrivere con parole precise e puntuali il residuo finale del più antico processo metabolico delle creature viventi nate quasi miracolosamente sul nostro pianeta più di tre miliardi di anni fa. No, sono “soltanto” un appassionato del vino, della sua cultura, delle sue magiche reazioni chimiche, del contributo che esso ha dato alla lunga, travagliata, disperata storia dell’essere umano e della sua arroganza.

Non ho fatto corsi di degustazione, non riesco a farmi condizionare da ciò che dicono gli altri, non ho bisogno di condire il variegato e spesso vilipeso mondo del vino con polemiche, “gossip”, gelosie e tanti, troppi, “vorrei, ma non posso”.

No, sono “solo” un astrofisico che, come un bambino, dopo quarant’anni di ricerca professionale, riesce ancora a meravigliarsi e a commuoversi di fronte alla grandezza e all’armonia dell’Universo. Sarà proprio per questo, forse, che intuisco - a modo mio - che non vi è differenza tra il sapere e l’emozione. Un’esplosione stellare, la formazione di un buco nero, i getti di una galassia, restano per me fenomeni meravigliosi che una fredda e lucida descrizione matematica e fisica non potranno mai spiegare completamente. Vi assicuro che saprei farlo benissimo, ma preferisco godermi il loro spettacolo con le sensazioni infantili e sbigottite di un bimbo davanti a una favola raccontata mille volte, ma sempre nuova ed esaltante.

Così mi capita con il vino. No, non posso certo considerarmi un esperto. Quantomeno, un esperto nel senso che oggi si dà a troppi personaggi che invadono e suggestionano la comunicazione di massa. Per gustare un vino, non ho bisogno di sedermi in una stanza semibuia, nel completo silenzio, assumendo l’aria di chi sta valutando i destini del mondo nella ossessionata ricerca di profumi e aromi cercati disperatamente nella realtà quotidiana meno conosciuta.

Non ho bisogno di violette del Tibet, di frutti di bosco che poche foreste hanno mai conosciuto e nemmeno di sudori di animali o di frutta tropicale mai assaggiata nemmeno dagli stessi indigeni. Mi basta mettere il bicchiere vicino al naso, inspirare, aspettare che l’evaporazione mi trasmetta sensazioni vive e stimolanti, come quelle di un grande nebbiolo che si insinua con amore e vigoria su per le narici, assaporare quel magico e semplice momento di gioia e allegria sensuale. Poi poche gocce nel palato, libere di muoversi, di nascondersi, di correre e rotolarsi. Pochi secondi, niente di più fino alla lenta deglutizione che lascia gli ultimi sapori come un ricordo della fatica della Natura e dell’uomo

Gli occhi, intanto, guardano l’artefice di quella meraviglia, grande o modesta che sia, e mi sento meglio, più libero, più completo. Sento che qualcosa di impalpabile, ma concreto e reale come un fascio di protoni scagliati alla velocità della luce, viene trasmesso e ci lega per un attimo, un minuto o una vita intera. Gli amici del vino: che meravigliosa e spesso incompresa possibilità ci ha dato la fermentazione alcolica!

Rumore e mormorio attorno, luci non abbassate, una pacca sulla spalla, un abbraccio, una risata, una presa in giro, eppure quel sorso che ho assaggiato ha lasciato un segno netto, chiaro, assoluto. Mi sento perfettamente in grado di esprimere un giudizio, anche se in fondo non è così necessario. Quel vino mi è piaciuto, mi ha dato quella sensazione sempre uguale e sempre diversa, un piacere ingenuo, un attimo di libertà, mia, tutta mia.

Non sono un giornalista, un esperto con la “E” maiuscola, un professionista, ma sento che è mio diritto, e forse dovere, potere esprimere e scrivere di vino e di vignaioli. Nessuno è obbligato a leggermi, non ho nessun interesse recondito e ho voglia solo di condividere la mia passione e le mie impressioni. Tutto lì. E sono anche convinto che i discorsi legati alla degustazione del vino dovrebbero fermarsi lì. Le polemiche, le lotte, le rabbie le riservo ai veri problemi, alle ingiustizie del codice della strada, al proibizionismo becero di cui tutti parlano, ma che nessuno vuole affrontare e combattere.

Bene, mi sono presentato esaurientemente nella mia limitatezza professionale e nel mio ingenuo legame con il vino. Sicuramente, sono stato prolisso e molti hanno già cambiato pagina. Poco importa, a me bastano i lettori che capiscono e condividono le mie idee poco convenzionali.

Veniamo al sodo. Pochi giorni fa, ad Alba, i grandi nebbioli del sud Piemonte si sono presentati all’autorevole pubblico degli esperti, quelli veri. Mentre stavano già per giudicare (sempre più in anticipo) la prossima vendemmia, i “guru” del vino si sono ritrovati in un silenzio sacrale per trasformare quelle sensazioni, da me rozzamente descritte, in punteggi precisi, in assoluzioni o condanne, senza ovviamente e giustamente pensare ai danni o ai successi che potranno arrecare alle persone che hanno trascorso un anno intero a maledire il Sole o il temporale, a dover ridare l”acqua” per la terza volta di fila a causa di quelle quattro maledette gocce di pioggia che sono arrivate giusto in tempo per vanificare il lavoro appena compiuto, a lottare contro la foresta intricata di erba che è innamorata della vite, a sterminare parassiti, funghi, ragni invisibili e mille altre diavolerie di una natura benigna, ma spesso dispettosa. “Lex, dura lex, sed lex! (legge, dura legge, ma legge!)”.

Alla fine, la colpa o il merito saranno sicuramente loro, dei vignaioli, ed è giusto che ne soffrano o ne godano le conseguenze, elargite con sapienza degli esperti rinchiusi nei loro silenzi degustativi. Io non sono andato a quelle degustazioni. Non ne avrei certo avuto le competenze e mi avrebbero cacciato con sorrisi ironici e sprezzanti. Io sono invece andato alla prima giornata del barolo di La Morra, nella Cantina Comunale, a contatto diretto con i produttori, ormai amici più o meno stretti da anni e che magari sorridono della mia sicura e implacabile presenza. E tra poco sarò nuovamente là, per il secondo “round”.

Ho assaggiato a modo mio i barolo del 2007, ho assaporato e risentito con piacere le differenze tra cru e cru, ho ancora una volta apprezzato i profumi e i tannini diversi dell’Arborina, del Gattere, del Rocche dell’Annunziata. E tanti altri ancora. Ne sono stato entusiasta. Livello medio molto alto e una comune desinenza: eleganza, eleganza e ancora eleganza. Profumi già aperti, seducenti, maliziosi e balsamici. Tannini che nascondono in una rotondità solo apparente la loro indubbia giovinezza. Un’annata che sarà giudicata, dai soloni del vino, pronta, facile, da “non intenditori”, salvo poi tra qualche anno sentire capovolgere le sentenze e sentire dire che era una vendemmia compresa da pochi e che “Io l’avevo detto che era una grande annata”.

Sicuramente, come al solito, molti attaccheranno nuovamente i vini di la Morra, li giudicheranno senza personalità, senza quella rigidità seriosa, quell’importanza, quella struttura di altre zone prestigiose. Si diranno esterrefatti di fronte alla scarsa capacità di vinificare di quei contadini che inspiegabilmente hanno coltivato le viti da molti decenni e anche molto di più.

Amici, che siete arrivati a leggere fino a questo punto, non credeteci! Assaggiate i barolo di La Morra, senza leggere le critiche, ma solo con il vostro naso e il vostro palato. Andate i prossimi sabato e domenica nella Cantina Comunale di quel celebre villaggio langarolo e gustateli pure tra un po’ di chiasso e tanta amicizia e gentilezza. Li troverete entusiasmanti, freschi, gioiosi, puri ambasciatori di ciò che dovrebbe rappresentare il vino, quello vero, non confezionato per piacere a chi si sente investito di esprimere, per qualche strana volontà superiore, un sacro giudizio e che, come al solito, accuserà La Morra di incapacità e pressapochismo.

Lungi da me pensare che certe condanne siano dovute a viticultori scomodi o ad altri poco propensi a gettare tappeti di velluto ai piedi dei grandi esperti “ufficiali”. E nemmeno mi interessa. Il vino è gioia, piacere fisico e mentale, condivisione e ingenuità.

Andate a La Morra, come faccio io ogni anno, e uscirete dicendo: che grande vino anche quest’anno! Che eleganza!

E sarete veramente felici, come bambini con un cono gelato in mano.

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2 Commenti

Inserito da Giancarlo Cipriani Noce

il 30 maggio 2011 alle 13:17
#1
Bello, molto bello.
Si sente l'amore per l'infinitamente grande che, inevitabilmente, si rispecchia anche nel piccolo (solo per dimensioni, intendo), con la stessa contagiosa e motivata intensità.
Credo proprio che, prima o poi un salto a La Morra lo farò.
Grazie.
P.S. anch'io trovo il codice della strada ingiusto: al limite dell'idiozia.

Inserito da Enzo Zappalà

il 31 maggio 2011 alle 14:45
#2
caro Giancarlo,
ti ringrazio e ti invito - a nome dei vignaioli di la Morra - di venire a gustare i suoi vini, il suo panorama e lo spirito di amicizia che si respira: sarai il benvenuto!

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Astrofisico per 40 anni, ho da sempre coltivato la passione per il vino e per il mondo che lo circonda. Vedo di traverso la seriosità che...

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