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Uno "spirito" immeritato, di Enzo Zappalà

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Uno "spirito" immeritato

di Enzo Zappalà

Cari amici, questa che vi racconto non è una favola ma una profezia. O almeno così mi è stata prospettata da una creatura aliena che vuole restare - giustamente - nell’anonimato. Il mondo del vino è veramente così lacerato e svilito? Lo sapremo tra non molto. I pessimi segnali che si vedono sia tra chi ne parla spesso a vanvera, stimolato da motivazioni personali, sia tra chi ha imposto le leggi punitive che si abbattono sul vino senza reazione alcuna da parte delle squallide controfigure di quelli che un tempo erano stati i suoi numi protettori, non mi danno molte speranze. Comunque, abbiamo ancora un po’ di tempo… Questo profezia è dedicata a tanti, a pochi, sicuramente a due creature opposte nel pensiero e nella sensibilità. Loro capiranno.

Stavano guardandoci. Erano millenni che ci guardavano. Avevano visto evolvere quella scimmia, riuscita ad approfittare della scomparsa inaspettata dei dinosauri rapidi, veloci, intelligenti, che avevano subito quell’impatto disastroso. Ne avevano avuto anche un po’ di invidia. Il loro mondo meraviglioso, pieno di acqua, di foreste, di vulcani, stava spegnendosi lentamente, mentre, in quello più vicino alla stella, una razza di animali ebeti, primitivi, si trovavano a disposizione tutto ciò che gli poteva servire. Perfino un asteroide vagante era giunto a regalargli un privilegio che mai avrebbero potuto sperare.

Lì, su Marte, una popolazione antica, saggia, illuminata, lottava ormai da troppo tempo contro il vento solare che strappava l’atmosfera, contro la siccità che prosciugava i fiumi e gli oceani, trasformandoli in nubi di gas che la debole gravità non riusciva a trattenere. I suoi esseri pensanti e razionali nulla potevano contro le forze immani della Natura e vedevano l’acqua, la loro essenza stessa, abbandonare un mondo di sogno per un viaggio senza fine verso l’infinito. L’invidia era anche diventata rabbia, odio e avevano perfino pensato di invadere quel pianeta fortunato e di distruggere una razza baciata dalla sorte. Ma erano troppo onesti e saggi per compiere un tale misfatto. Si erano pentiti dei propri pensieri e, rassegnati, avevano lasciato alle scimmie, sempre più erette e svelte, solo un pallido ricordo della loro esistenza.

Avevano così deciso di guardarci e nient’altro. Nel frattempo, dovevano anche pensare a loro stessi. Sveltirono, mediante la tecnologia raggiunta in millenni di civiltà, le trasformazioni genetiche necessarie a sopportare un mondo senza acqua liquida e senza aria. Impararono a sfruttare i ghiacci e i minerali del suolo profondo. I loro organi interni si adattarono a cibi non biologici, capirono come trasformare in energia quella terra arida e spoglia. Videro cadere e disintegrarsi le loro città di fiaba e si adattarono a vivere nelle enormi cavità sotterranee lasciate tragicamente vuote dall’acqua e dal magma vulcanico che li avevano abbandonati. Restarono in attesa, senza sapere di cosa.

L’osservarci divenne la loro unica occupazione, l’unica ragione per sopravvivere. Intanto noi stavamo crescendo, ci stavamo moltiplicando, avevamo compreso le leggi della fisica più semplice, ci credevamo i primi e i migliori. Su Marte, però, non c’era più invidia né rancore. Anche la loro mente aveva subito trasformazioni probabilmente irreversibili e ormai vivevano di curiosità senza speranza e partecipazione. La nostra civiltà seguiva delle regole precise, ben conosciute, e nessun guizzo di fantasia poteva illuminare la loro mente rassegnata e spenta. Arrivammo alla tecnologia essenziale, la usammo con grandi errori e con frenesia spesso inutile e maligna. Ci videro lottare, ucciderci in nome di alibi e feticci assurdi. Ci guardarono mentre, con spirito egoistico, cercavamo di uscire dai confini della Terra e cercare nello Spazio risposte a domande che non riuscivamo a comprendere.

Tutto ciò non poteva donare emozioni, brividi, stimoli a un popolo che li aveva già vissuti in tempi antichissimi e che sapeva le soluzioni a tutte le domande. Con gran ritardo, la loro apatia stanca e fossilizzata si accorse, però, di una sconosciuta meraviglia che permeava la nostra razza banale e ripetitiva. Erano ormai secoli che quell’invenzione spontanea, semplice e straordinaria veniva sfruttata senza vera comprensione dai nipoti dei nipoti dei nipoti dei nostri antenati. Loro, lassù, avevano scoperto tutto, creato tutto, trasformato tutto, avevano assaporato tutte le più raffinate sensazioni, ma quella emozione era qualcosa di nuovo e inatteso. Le loro menti apparentemente atrofizzate si risvegliarono e ripresero a scambiarsi impressioni e pensieri. Si accorsero che noi avevamo a disposizione un bene incredibile, che loro mai avevano provato, e lo stavamo banalizzando, riducendolo a brandelli.

I loro pensieri conobbero nuovamente invidia, rabbia e risentirono le vecchie vibrazioni della vita. Notarono immediatamente che quella enorme fortuna che era nata con noi, era ormai ridicolizzata, ridotta a frammenti della sua vera essenza. Noi eravamo vissuti a contatto di uno "spirito" superiore, sintesi perfetta di mille sensazioni e tremiti del corpo e dell’anima, e stavamo ora schiacciandolo tra un turbinio di stupide parole, di frasi artefatte, di ignoranza illusa di comprendere, di boriosa alterigia. Lo spirito del vino, un’unione irripetibile di gioia, sofferenza, estasi etica ed estetica, comprensione, allegria, stimolo mentale, collante essenziale per unire colori diversi della pelle, dell’animo, delle idee, era frustato, violentato, annullato e ridotto a poltiglia di misere visioni personali.

La rabbia si trasformò in ira furibonda. No, questa incredibile fortuna non poteva essere sprecata da una razza troppo coccolata dalla Natura, che stava disperdendo il dono più grande che le era stato offerto. Questa volta dovevano ribellarsi, intervenire. Ritrovarono la forza e la volontà di un tempo. I loro sguardi persero l’apatia e le loro menti si fusero. Decisero con straordinaria precisione le azioni future. Non avevano fretta, sapevano di aver superato prove ben più dure e spietate. Attesero ancora, conoscendo finalmente lo scopo. Quello "spirito" doveva essere anche loro, doveva entrare nella loro essenza corporea e mentale. La terribile sofferenza e la straziante sopravvivenza che avevano dovuto sopportare glielo dovevano! Per la prima volta da millenni sentirono nuovamente un moto di orgoglio ed egoismo. Ne furono un poco spaventati, ma non poterono rinunciare. Non ci avrebbero strappato lo spirito del vino, l’avrebbero solo condiviso, ma erano pronti a tornare violenti e cattivi pur di possederlo.

Decisero di avvisarci, in modo delicato e comprensibile, senza traumi brutali. Scelsero un portavoce speciale, tenero e sensibile. Mentre lui iniziava la sua opera di insegnamento utilizzando le armi dell’ironia e del rimprovero discreto, noi, senza udirlo e comprenderlo, stavamo cercando di scoprire il suo mondo. Nella nostra ignoranza ceca e boriosa non riuscimmo ovviamente a vederli e nemmeno a sentirne la presenza. Eppure erano ovunque, seguivano le nostre macchine senza occhi e senza orecchie. Si divertivano anche a vedere come era facile ingannarci, senza alcun fatica. Risero delle nostre risposte scientifiche, delle nostre illazioni, delle nostre verità. Solo un piccolo diversivo, però, perché la loro battaglia stava proseguendo senza tentennamenti e ripensamenti.

Il loro portavoce continuava a spronarci e a sperare. Rimase perfino meravigliato quando si accorse che stava usando un linguaggio che ormai nessuno di noi riusciva a comprendere. L’ironia, la semplicità, l’umiltà e la ragione stavano miseramente scomparendo dal nostro mondo troppo fortunato e coccolato. Svanivano nel cielo come aveva fatto la loro atmosfera milioni di anni prima. Non volevano usare la violenza. Lo avevano promesso a loro stessi e sapevano che forse non ne sarebbero più stati capaci. Tuttavia, quello spirito doveva essere anche loro e non poteva scomparire tra le nubi interstellari.

Concordarono un’azione quasi infantile, ma che sarebbe stata, forse, la sola comprensibile alla nostra misera presunzione. Si rifecero alle nostre antiche leggende e decisero di fare apparire nel cielo turchese della Terra il simbolo stesso di quello spirito universale che loro bramavano e che noi stavamo distruggendo. L’enorme figura incorporea, solenne, mostruosa come un drago e accogliente come una madre, avrebbe fatto la sua comparsa repentina e sconvolgente. Dioniso avrebbe coperto il Sole di tutte le latitudini e longitudini. Tutti l’avremmo vista e avremmo sentito la sua voce possente, tenera, fremente e imperiosa. Forse avremmo finalmente capito.

Non lo sappiamo ancora, la data scelta è il 21 dicembre del 2012. Mancano ancora tanti mesi, forse troppi o forse troppo pochi. Mi risuona ogni giorno nella mente la massima del portavoce marziano, ormai diventatomi amico: “Ogni pianeta ha la sua orbita. Finché…". Un gelido brivido mi coglie, che nemmeno un bicchiere di un grande vino riesce a calmare.

Hyddowniut donaci saggezza e abbi pietà di noi!

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Enzo Zappalà

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Astrofisico per 40 anni, ho da sempre coltivato la passione per il vino e per il mondo che lo circonda. Vedo di traverso la seriosità che...

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