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Mani d'acciaio verso il cielo, di Enzo Zappalà

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Mani d'acciaio verso il cielo

di Enzo Zappalà

Ieri ho avuto il privilegio e il piacere enorme di visitare la nuova cantina in costruzione di Domenico Clerico, accompagnato proprio dal sommo barolista di Langa. E ho capito molte cose. Innanzitutto, che è una vera opera d’arte moderna che si allaccia perfettamente alla cultura italiana dei secoli passati. Ma anche che si inserisce perfettamente nell’ambiente circostante, nonostante sia un’impresa gigantesca e complessa. Infine, che è un sogno profondamente umano che si sta realizzando e questo è ciò che più importa. Ma andiamo con calma.

Prima ancora di stendere il progetto, Domenico mi parlava di questa sua realizzazione con occhi di fuoco e di commozione. Aveva già le idee ben chiare: voleva qualcosa che fosse perfettamente funzionale e al servizio totale di sua maestà il vino, quello vero, quello che nasce in vigna e che in cantina puoi solo rovinare (vero Domenico?). Ma anche qualcosa che legasse la cultura della sacra bevanda con quella dell’uomo attraverso i secoli. Il vino, infatti, ha accompagnato la nascita e l’evoluzione razionale, artistica, emozionale dell’essere umano e ha potuto assistere, testimone silenzioso e benigno, alle sue conquiste e alle sue disfatte. Allora, mi accorgevo che in quella mente pura e limpida di contadino vi era una conoscenza profonda e matura, una chiara consapevolezza di tutta la storia umana. E intanto pensavo a tanti laureati permeati di banale nozionismo, ma completamente “ignoranti” dei valori più alti e profondi del pensiero. Domenico mi parlava con sapienza e semplicità delle ville romane, del loro impluvio, del cuore palpitante di quegli edifici. Lui voleva qualcosa del genere anche nella sua nuova opera. Una realizzazione architettonica moderna, innovativa, perfettamente efficiente che contenesse al suo interno quello stesso cuore profondamente umano, vera fonte di energia di tutta l’enorme costruzione.

Ieri ho potuto vedere la sua idea messa su cemento e pietra, ancora incompleta, ma già chiarissima come un non-finito michelangiolesco. Abbiamo girato per le enormi stanze, i depositi, le sale di rappresentanza e quelle puramente dedicate al vero padrone, il vino. Ho sentito un brivido quando mi ha mostrato la stanza che ospiterà solo e soltanto il suo “Percristina”, molto più che un semplice e fantastico barolo. Ma, alla fine, mi ha portato lì, in quel quadrato semi-nascosto in cui la luce irrompe dall’alto. E ha sorriso di quel sorriso che solo lui sa fare uscire allo scoperto. Un sorriso arguto, ironico, ma anche infantile e ingenuo che ti entra nell’animo e non puoi più fartelo scappare. Se stavamo in silenzio, ci sembrava di sentire un ritmico battito palpitante. D’altra parte, un corpo, per quanto complesso e articolato, non può sopravvivere senza un cuore che ne regoli i gesti e le azioni. La sua cantina l’aveva, eccome! E assomigliava moltissimo a quello immenso e leale di Domenico. Mille pensieri in un attimo, antiche confidenze e confessioni che scorrevano alla velocità della luce. E “fu il calore di un momento…” come diceva il grande Fabrizio De Andrè e poi di nuovo all’aperto, ad ammirare l’esplosione finale di quell’opera d’arte.

Esternamente essa simula perfettamente la cima di una collina di Langa. A monte l’erba coprirà i tetti e la nasconderà tra le vigne e i noccioleti. Verso valle, invece, darà luogo a un esplosione di forza e di volontà contadina. Quelle enormi strutture metalliche lanciate verso il cielo mi sono sembrate mani, mani di acciaio come quelle dei tanti uomini di Langa, come quelle di Domenico. Dalla terra al cielo, in gesto di rispetto e di offerta, di ringraziamento e di sfida. Tutta la razionalità, la perfezione tecnica basata su anni e anni di battaglie con l’uva e i suoi figli, si scarica verso l’esterno con ardore e gioia. Solo piante sempreverdi e tanti fiori ingentiliranno quell’urlo selvaggio di amore e di forza.

Nella nuova cantina c’è tutto lo spirito e la volontà di Domenico. Come l’aveva pensata e costruita in tanti giorni e in tante notti, così l’architetto ha saputo appoggiarla dolce e potente sulla ruvida terra di Langa. Mi hanno assalito sentimenti di meraviglia e di commozione, sorrisi misti a groppi in gola. Questo, però, capita sovente quando stai con Domenico, fuori dalla luce dei riflettori delle feste, delle degustazioni, delle presentazioni. No, cari amici del barolo e non solo del barolo, l’opera di Domenico non è sfarzo, voglia di dimostrare, inutile gigantismo. No, sbagliate se pensate a questo. La nuova cantina è il sogno di un bambino diventato adulto con sofferenza e tenacia, ma che è restato tale verso la terra che lo ha cullato per tanti anni. E’ giusto che abbia creato questo grido profondamente umano, questo segno di amore totale verso il vino che lo ha reso importante e famoso. Ma è soprattutto giusto che alle sue colline lui abbia risposto con questo dono immenso, vivo e vitale, e non con un anonimo gesto di fastosità e opulenza privo di anima.

Io amo l’architettura, soprattutto quella rigorosa, perfetta, semplice e profonda del Rinascimento. E la nuova cantina di Domenico mi sembra molto simile a quegli ideali nobili e coraggiosi. Ogni cosa è utile allo scopo, pur mantenendo armonia e seduzione. Gli accorgimenti più costosi sono celati alla vista e servono per l’areazione, l’isolamento, la conservazione dei tesori che la struttura dovrà contenere. Non vi sono richiami al lusso e all’inutilità sfarzosa senza ragione. Tutto è funzionale e mai superfluo. Poi, però, quella forza compressa all’interno e la sua benevola violenza esplode con gioia e sicurezza verso la vigne sottostanti. Una vera liberazione, un gesto di passione incontenibile. Non picchiatemi, ma ieri Domenico mi appariva come un Lorenzo De Medici mentre ammirava le opere da lui fortemente volute e che offriva al futuro dell’umanità. Non accusatemi di retorica: ormai mi conoscete e sapete che è la parola e lo stile che odio più di ogni altra cosa al mondo.

Un amico scrittore, presente alla visita, ha detto che la nuova cantina assomiglia a un aeroporto, come se quelle mani metalliche cercassero di afferrare qualcosa proveniente dal cielo. Forse ha ragione lui, anzi ne sono sicuro. Il nuovo barolo di Serralunga di Domenico (in uscita nel 2011) si chiamerà proprio “aeroplan servaj” (aeroplano selvaggio). Non è difficile immaginare chi sia e cosa rappresenti quel piccolo velivolo libero, schietto e irrequieto. Vi sarà, comunque, tempo per conoscerlo meglio. Io ho assaggiato il vino e sono enormemente grato a Domenico di questo “strappo” alle sue regole. Credetemi ne vale la pena e vale anche la pena che il nuovo aeroporto lo accolga nelle sue calde e confortevoli braccia. Quelle braccia d’acciaio, così simili a quelle del grande Domenico!

Ancora pochi mesi e poi Domenico Clerico e i suoi associati saranno pronti ad accoglievi nella nuova cantina, monumento al vino e alla passione contadina più vera. Sarà un'emozione che non si potrà più cancellare.

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2 Commenti

Inserito da Luciano Pavesio

il 25 ottobre 2010 alle 12:32
#1
Grande Enzo!

Un giusto riconoscimento a chi al mondo del vino ha dato e continua a dare molto...un augurio di cuore al successo dell'intero progetto:uomo, territorio, vino.

Luciano

Inserito da Enzo Zappalà

il 25 ottobre 2010 alle 15:05
#2
grazie Luciano, ma il merito è tutto del grande Domenico!!! E' sempre il migliore, come vignaiolo e soprattutto come UOMO!

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Astrofisico per 40 anni, ho da sempre coltivato la passione per il vino e per il mondo che lo circonda. Vedo di traverso la seriosità che...

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