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A Barolo nasce il museo del vino

di Redazione di TigullioVino.it

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Ritrovarsi a Barolo, nel cuore delle Langhe, nella capitale del più celebre vino italiano - in Toscana preciserebbero “del Nord Italia” per via del Chianti -, per un goloso è un po’ come compiere un rito che sublima il piacere della convivialità e della tavola. Giri per queste colline, in questi giorni illuminate da un sole che fa risaltare ogni colore, ogni dettaglio, e rimani impressionato dal numero di enoturisti, ben superiore agli abitanti. Barolo ne conta 800 e tra venerdì e domenica sono andati in processione nel “loro” castello, che era della famiglia Falletti e che arrivò fino all’ultima marchesa, Juliette Colbert, donna dal cuore buono e d’oro. Alla morte, nel 1864, lascerà tutto a un’opera pia.

Così grande il Barolo che è difficile pensare che sarebbe rimasto confinato in eterno tra questi bricchi, però è anche vero che fu grazie alle botti, oltre trecento, che la vandeana inviò alla corte dei Savoia a Torino se divenne un nettare nobile e apprezzato nel mondo. La storia è fatta anche di momenti, quello fu uno e, in questo maniero, eccone un altro, l’inaugurazione del WiMu, che sta per Wine Museum, il museo del vino, sito wimubarolo.it. Non solo è una esposizione che ridà vita alla struttura, ma la proietta sul mondo perché chi l’ha pensata, l’architetto svizzero François Confino, non ha certo messo in fila delle bottiglie come avviene in qualsiasi enoteca o scaffale di supermercato.

Confino ha curato il Museo del cinema di Torino, sta rimodernando quello dell’auto e qui gli è parso di lavorare a qualcosa che cammina idealmente a fianco al secondo “perché l’auto non è solo un oggetto, ma un’invenzione che ha cambiato il modo di spostarsi dell’uomo. Nel nuovo museo ci sarà un secolo di storia e un auto simbolo sarà una Trabant, certo non una vettura incredibile, ma sarà una Trabant nel giorno che attraversò il Muro di Berlino appena crollato. Così il vino, un viaggio ancora più lungo, 11mila anni di storia”. Non si parla affatto di vendemmie, millesimi, tannini, gusti e retrogusti. Si celebra il vino e questo rende unico il percorso dal terzo piano giù giù fino alle fondamenta, dove da decenni ha sede l’enoteca Regionale, con il Barolo che può essere gustato, discusso e acquistato, uno spazio che assume ancora più valore.

Certo, qui tutti sanno che il vino è un dono antico, che le religioni hanno fatto loro (non l’Islam, tant’è vero che l’immagine di Maometto non appare tra Gesù, Buddha dietro al bancone del Bar delle divinità, visti i tempi poi...), ma un museo come questo è anche un volere ricordare più lontano che è sbagliato criminalizzarlo come fosse una pasticca sintetica da sballo nel week-end. Ci sono 25 sale, alcune poco più che stanzette, altre saloni per le feste, minuscole ma piene di pensiero. Una - siamo all’inizio - celebra il tempo e le stagioni e magari ecco un globo che raffigura il sole, scivolare come la grande sfera di Indiana Jones; un’altra i mesi e il meteo con una finestra che dà su uno spicchio di collina, fotografato mese dopo mese e ogni scatto è appeso alla parete. Lo scenografo Paolo Baroni invece ha creato una decina di teatrini meccanici (con meccanismi a vista, bravo) per rimarcare i maggiori passaggi storici.

C’è poi la sala della musica, il cinema, la letteratura tutte in scambio intenso con Bacco, l’aula di scuola e la sala da pranzo con un banchetto virtuale come la cucina è doppia e una cuoca della tradizione si confronta con uno chef innovativo. C’è anche un imbarazzante spicchio di Eden con Adamo ed Eva e un grappolo d’uva al posto della mela, il trionfo, voluto, del kitsch ma da quattro soldi. Nella sua bruttezza, probabilmente ci vuole avvisare che l’eccesso del vino può uccidere la mente.


Fonte news: Paolo Marchi

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