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Viaggi enogastronomici

Torre Fornello: a Ziano Piacentino per vini e arte (Parte Prima)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Per il decimo anniversario della sua azienda Enrico Sgorbati, il cuore e la mente di questa bella realtà italiana, ha voluto chiamare “di vino … senza se … e senza ma …” a significare che quest’anno sarà solo il vino al centro dell’attenzione. Per l’arte ci saranno le successive stagioni, come ci sono state già le precedenti. L’azienda nella seconda metà del secolo scorso produceva solo uva, di tante qualità e varietà. È stato Enrico, in un momento di crisi del mercato frutticolo, a convertire l’azienda dalla produzione di uve da tavole a quella di vino di diverse varietà e di grande qualità. Ed ecco allora nascere Diacono Gerardo 1028, Donna Luigia, Pratobianco, La Jara, Ca’ del Rio, Sinsäl, Latitudo 45, Ca’ Bernesca, Enrico Primo e tanti altri. Non si può non restare affascinati dai nomi di questi vini e assaggiandoli nelle verticali si resta altrettanto affascinati dai profumi e dai sapori, ovviamente con alti e bassi tra le diverse annate, ma godendo di una piacevolezza soprattutto olfattiva che fa da filo di collegamento tra tutte le bottiglie.

Lunedì 15 Settembre 2008

Verso Torre Fornello

Da ieri il tempo ha cominciato a virare dal caldo afoso e umido al piovoso fresco autunnale. Le temperature sono decisamente diminuite. Partiamo da Genova a metà pomeriggio e già dalla vista pulita della Madonna della Guardia che sovrasta la città si capisce che l’aria è fresca e l’umidità opprimente dei giorni scorsi è sparita. Anche il termometro del cruscotto conferma, passati i Giovi, che fuori siamo sotto i venti gradi. Si arriva in un attimo sulla A14. Anche a Tortona la Madonnina d’oro è ben visibile e da lì a Piacenza si susseguono le colline dolci sulla sinistra dove si fanno buoni vini, forse troppo poco conosciuti.
Usciamo a Castel San Giovanni e prendiamo la strada della Val Tidone. All’Hotel Rizzi lasciamo il bagaglio e proseguiamo verso sud attraversando Borgonovo e proseguendo verso Ziano fino alla deviazione per Fornello. Alla fine della strada in leggera salita ecco la struttura dell’Azienda sulla nostra sinistra. Arriviamo una mezz’ora prima dell’imbrunire. In alcuni tratti di strada dall’uscita dell’autostrada il sole del tramonto è proprio una lama di luce negli occhi.
Non siamo i primi e molti ancora devono arrivare. Nel cortile esterno, tra l’ingresso e il muro di mattoni rossi che separa l’edificio dalla strada, un paio di tavoli bianchi per la mescita del nuovo arrivato a Casa Torre Fornello, il Pinot Nero rosato, ancora senza nome, ancora da battezzare.
Salatini e assaggi di grissini e pani speciali di vario tipo sono proposti in assaggio insieme ai calici di vino.
Il colore di questo pinot nero rosato è di un bel rosa antico, con una certa brillantezza, e il perlage è fine, fitto, continuo e persistente. Al naso ha una nota floreale non eccessiva ma molto delicata, con una lieve sensazione di goudron. In bocca presenta una buona sapidità, freschezza, discreta struttura. In definitiva è un vino pieno, armonico e lascia un piacevole retrogusto di mandorla amara, per un punteggio di 15 ventesimi.

Una festa in famiglia

Intanto sono arrivati quasi tutti gli ospiti e ci si sposta all’interno dell’azienda, nel cortile che spazia verso le colline lontane. Enrico è in forma smagliante nel suo vestito grigio e camicia chiara aperta sul collo mentre racconta i motivi che hanno dato spunto a questo incontro per festeggiare i dieci anni della sua conduzione, per le due verticali dei vini di punta, il bianco Donna Luigia dalla Malvasia aromatica di Candia e il rosso Diacono Gerardo 1028 dal Gutturnio riserva, infine per la presentazione in anteprima del Pinot nero rosato. Si è voluto mettere il vino al centro di questo incontro e si è preferito che fosse la natura con il bel tramonto di stasera e le sue luci e le sue sfumature a occuparsi della componente artistica. E poi si possono assaggiare tutti i vini aziendali sui banchi preparati ai lati del prato e visitare le cantine, la nuova e quella storica.
Dopo Enrico ancora due parole da parte di Davide Paolini per la sua preparazione culturale nell’ambito dei rosati. Ricorda che già cinque anni fa aveva previsto una esplosione delle bollicine rosé, su input di amici parigini che notavano come i gusti dei bevitori andassero verso questi tipi di vini.
Intanto si va formando un gruppo per la visita della cantina, mentre camerieri in divisa bianca e nera portano in giro per il prato vassoi con stuzzichini appetitosi al prosciutto crudo, al salmone, ai formaggi, fritti di formaggio appena cotti e di gamberetti ancora fumanti.
Sembra veramente di essere in famiglia per una festa di battesimo per l’ultimo nato con tanta allegria e visita della casa, aperta in tutte le sue stanze.
Scendiamo con Andrea il cantiniere, che ci fa da guida per l’ampia scala a chiocciola che porta alla cantina nuova, nel piano interrato della casa.
Il locale è ampio e alto, contiene vasi di fermentazione e conservazione in acciaio, tutti a temperatura controllata, per una capacità attorno ai 5000 quintali, con una produzione effettiva di circa un terzo di milione di bottiglie.
In fondo alla cantina la pressa a polmone, essenzialmente per i vini bianchi, da cui viene estratto il solo mosto fiore, cioè quello che esce dai grappoli per un peso pari alla metà di quello che era entrato nella pressa. Le vasche di fermentazione sono invece usate per le sole uve rosse.
Infine il vino migliore passa nelle vasche di affinamento.
In un’altra ala della cantina vi sono autoclavi per la rifermentazione dei vini frizzanti, sia bianchi, sia rossi.
Usciamo dalla cantina nuova percorrendo un corridoio sotterraneo che conduce alla cantina storica del 1500, ricavata nella cripta della chiesa medievale che faceva parte dell’edificio. Lungo le pareti del corridoio alcune barrique per l’affinamento dei vini bianchi.
Nella cripta in fondo al corridoio si affinano le bottiglie dello spumante di punta, l’Enrico Primo, che sta fino a 48 mesi sui lieviti, mentre il Diacono Gerardo sta solo 36 mesi.
Circa un terzo della produzione aziendale viene affinato in barrique.
Alla fine della visita risaliamo in superficie e ci godiamo le musiche antiche e moderne che si diffondono nell’aria mentre assaggiamo qualche stuzzichino e il piatto forte della serata, un’accoppiata di tortelli di ricotta e spinaci insieme a un saporito risotto ai funghi porcini, deliziosi, seduti a uno dei tavoli di legno della sala interna, con davanti un cesto stracolmo di grappoli di uva verdesca ad acini più piccoli e dai colori che vanno dal verde chiaro al rosa antico fino al giallo ambrato, e di uva rossa ad acini grossi.

Foto Credit: Gabriella Repetto

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Luigi Bellucci

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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