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Champagne e Porto nella storia, di Pier Luigi Nanni

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Champagne e Porto nella storia

di Pier Luigi Nanni

I notevoli cambiamenti sociali e tecnici che ebbero luogo nel XVII° sec. nella viticoltura e conseguente vinificazione, furono indispensabili per quelle future fondamenta delle due distinte produzioni vinicole che si sarebbero sviluppate nel corso dei secoli successivi: la produzione di vini pregiati ed in quantità limitata e quella di scarsa qualità ed a basso prezzo per un mercato di massa.
Tale suddivisione è dipesa anche da due distinti mercati collegati alla crescita demografica che si verificò nel XVIII° sec., in quanto la popolazione europea cominciò lentamente e costantemente ad accrescere.

L’altro importante fattore, fu lo sviluppo urbanistico, per cui in campo enologico con la conseguenza immediata che si riprese a produrre vini di scarsa qualità destinati alla popolazione urbana in piena espansione. Alcuni viticoltori invece, con ingenti capitali da investire, si dedicarono alla produzione di vini pregiati, oltre che per il consumo locale ed interno, per l’esportazione, la cui richiesta proveniva dalle classi abbienti sempre più alla ricerca di prodotti esclusivi e distintivi.

Nel corso del XVIII° sec. la viticoltura era rimasta un elemento importante ed indispensabile sia di sopravvivenza che della stessa cultura contadina dell’Europa meridionale e dei paesi delle coste settentrionali del Mediterraneo. All’inizio del secolo, quando i prezzi del vino si mantenevano alquanto contenuti, i commentatori contemporanei spiegavano la povertà di quelle zone attribuendola proprio alla dominanza della vite, tanto che molti politici finirono per convincersi che la sua coltura non fosse auspicabile in terre capaci di produrre altre merci.

A sconfessare questa opinione giunse però una catastrofica gelata tra gennaio e febbraio del 1709: il 13 gennaio, a Parigi, la temperatura scese a -20°C rimanendovi per ben dieci giorni, che decimò la coltivazione della vite in gran parte della Francia, della Germania e dell’Italia settentrionale. Anche se i raccolti diminuirono vertiginosamente, nell’anno successivo il prezzo del vino salì di ben cinque volte! Tale situazione incoraggiò il reimpianto di nuovi vitigni in molte aree italiane, ma le nuove piante messe a dimora vennero scelte tra le più resistenti e produttive: ecco il proliferare di pagadebit, trebbiano e verduzzo a scapito dei tradizionali vitigni autoctoni e non, coltivati in precedenza.

Nel 1716 il granduca di Toscana, Cosimo II°, promulgò quello che si può definire a tutti gli effetti pratici ed amministrativi, il primo e vero disciplinare per la produzione di un vino: riguardava la delimitazione del CHIANTI e delle relative zone di produzione ad esso contigue, in quanto tale vino era ormai diventato talmente pregiato che doveva essere salvaguardato da una precisa regolamentazione.
Purtroppo, in linea di massima, il vino di qualità in Italia stentava ad imporsi poiché considerato un semplice prodotto agricolo al pari del grano, mais, verdura e frutta, perciò non richiesto dalle classi nobili per il personale ed esclusivo piacere come avveniva invece altrove.

Questa situazione determinò fino alla fine del ‘700 una sostanziale e netta diversità tra i preziosi vini francesi diffusi in tutte le corte europee, e quelli italiani, consumati maggiormente sul luogo di produzione, in quanto privi di un mercato internazionale e molto più “popolari”.


La moda vinicola in Inghilterra


In Inghilterra la “moda vinicola” si indirizzò verso i vini francesi ed in particolare a quelli provenienti dal bordolese, il cui successo fu dovuto esclusivamente alla lungimiranza di un giovane immigrato francese. Nel 1666, Arnoud de Pontac, proprietario della tenuta di Hout-Brion nella regione del Gravés, mandò suo figlio a Londra, dove aprì varie attività commerciali quali un ristorante, una drogheria ed una taverna chiamati “The Sing of Pontac’ Head”.

Fu in tali locali che l’élite londinese conobbe i grandi vini di Bordeaux che a differenza della maggior parte degli altri vini importati in Inghilterra, veniva prodotto esclusivamente su uno stesso vigneto di 38 ettari dando così la netta e marcata impronta del “TERROIR” da parte delle peculiarità sia del terreno che dei tipi di vitigni utilizzati.

Monsieur Pontac aveva capito che il futuro delle vigne di Bordeaux, considerata la strenua concorrenza con altre bevande, era nella produzione di vini pregiati i quali potevano essere venduti ad un prezzo piuttosto elevato, tali sia da allettare la borghesia londinese, sempre alla ricerca di nuovi e privilegiati prodotti, sia da giustificare gli ulteriori investimenti necessari per la loro produzione: il suo esempio fece scuola e scosse drasticamente la situazione fino ad allora in attività. Progressivamente ma con decisione, in tutto il Bordeaux si abbandonò la produzione di vini di scarsa qualità e si investì sempre maggiormente in quella specializzata.


Champagne


Durante il XVII° sec. anche molti produttori di altre zone vitivinicole, soprattutto nella Champagne, cominciarono a sperimentare nuove tecniche. Il più noto fu Dom Pierre Pérignon - 1638-1715 - capo cantiniere dell’abbazia di Hautvillers, nella Marna, in Champagne, tra il 1668 ed il 1715. Riorganizzò i vigneti e ne selezionò alcuni specifici, in particolare il pinot noir. Dom Pérignon, durante la vendemmia, sceglieva una ad una le ceste delle uve raccolte per essere successivamente assemblate - CUVÈE - per poter produrre il particolare tipo di vino che voleva ottenere.

L’uva così selezionata veniva pressata rapidamente onde ridurre i tempi di contatto con le bucce e dalla fermentazione “IN BIANCO” appunto, si otteneva un vino tranquillo molto pregiato e richiesto, conosciuto col nome di “VIN GRIS”. Questo ottimo vino veniva esportato in Inghilterra in botti nel periodo di autunno inoltrato o in inverno, e seguendo la moda che si stava sempre più diffondendo, veniva immediatamente imbottigliato appena giunto nelle grandi case della nobiltà o nelle cantine dei mercanti. Presto ci si accorse che quel vino sviluppava una netta e marcata effervescenza dopo alcuni mesi che era stato imbottigliato: fu questo nuovo vino “FRIZZANTE” ad essere sempre più richiesto dall’élite inglese.

Il processo della “SECONDA” fermentazione naturale che si sviluppava, spiegato da Lavoisier alla fine del XVIII° sec. e completato poi da Pasteur quasi un secolo dopo, era dovuta al fatto che non si completasse completamente prima dell’arrivo degli inverni freddi e rigidi caratteristici della zona in cui risiedeva e nelle limitrofe Reims ed Epernay: in altre parole, la netta diminuzione della temperatura ne bloccava il processo di fermentazione, mentre il residuo contenuto di zuccheri nel vino era ancora molto elevato.

Con la primavera e relativo aumento della temperatura, la fermentazione riprendeva e se avveniva nelle bottiglie chiuse, l’anidride carbonica prodotta non potendo uscire, rendeva marcatamente frizzanti i vini contenuti: era nato lo CHAMPAGNE, denominazione che identificava esclusivamente la zona di provenienza e di produzione.

Le ferree regole della vinificazione stabilite ai tempi di Dom Pérignon vennero presentate pubblicamente solo nel 1718, tre anni dopo la sua morte, dal canonico Godinot. Si doveva utilizzare solo uve di pinot noir, in quanto Dom Pérignon era assolutamente contrario alle uve bianche; potare drasticamente le viti che non superassero mai il metro di altezza e con produzione di poca uva; vendemmiare con molta attenzione per avere acini interi, preferibilmente piccoli, ben radicati ai graspi e scartando tutti quelli rotti o ammaccati. Inoltre, mantenere l’uva sempre fresca e per il trasporto in cantina utilizzare asini o muli, in quanto meno eccitabili dei cavalli. L’uva non si doveva pigiare con i piedi ed evitare la macerazione delle vinacce col mosto: era indispensabile un torchio pratico e veloce e le cuvées migliori tra i vari mosti così ottenuti, erano la seconda e la terza.

La popolarità di questo spumeggiante vino aumentò rapidamente a tal punto che sia i mercanti che coloro che importavano regolarmente per conto proprio, cercarono dei mezzi per garantire la perfetta riuscita della seconda fermentazione, soprattutto utilizzando bottiglie più resistenti e con tappi migliori per una perfetta tenuta.

Entro la fine del secolo, i produttori inglesi erano in grado di fabbricare bottiglie di vetro molto robuste capaci di resistere alla pressione dello spumante.
Man mano che si perfezionavano le tecniche di produzione dello champagne, vennero adoperati, come già accennato, anche tappi di elevata qualità. Purtroppo, a causa di una richiesta sempre maggiore di vini frizzanti, si innescarono anche le prime sofisticazione del vino stesso.

Per tradizione, i mercanti inglesi erano favorevoli all’aggiunta di ingredienti ai vini da loro importati, quando si capì che l’aggiunta soprattutto di zucchero prima dell’imbottigliamento, aumentava notevolmente l’effervescenza, per cui si arrivò ad una diffusa produzione di vini frizzanti adulterati.

Dom Pérignon, nel 1673, ordinò di ricavare una nuova cantina scavando sottostante l’abbazia di Hautvillers onde poter cominciare a sperimentare nuove tecniche di imbottigliamento per creare quel vino frizzante che, guarda caso, sarà ottenuto in modo tanto impensabile quanto inconsueto. Dopo essere stati travasati, i vini tranquilli, in quanto tali, venivano imbottigliati verso la metà di marzo e successivamente lasciati riposare per ben diciotto mesi prima di venire posti in vendita.

Si dovette attendere il XVIII° sec. perché questo spumeggiante vino diventasse popolare, di gran moda e ricercato dalla corte francese, prima durante la reggenza del duca di Orléans - 1715-1723 - e successivamente poi sotto Roi Luis XV° - 1723-1774 -, si affermasse definitivamente.

L’eccentricità della corte parigina forniva un ottimo e concreto mercato per i vini di qualità provenienti da ogni parte del territorio francese, ma la vicinanza della regione della Champagne, a soli 150 km a nord-est e la caratteristica piacevole effervescenza, resero tali vini i più ricercati, richiesti e di conseguenza … i più bevuti! Personaggi come Madame de Pompadour, Voltaire ed il Cardinale Richelieu ne erano attenti estimatori e buongustai.

Tale positiva situazione di mercato, incoraggiò ulteriori investimenti a tal punto che, se pur lentamente, emerse un gruppo di aziende vitivinicole che si dedicarono esclusivamente alla produzione dello champagne, tra queste la RUINART PERE et FILS a Reims nel 1729 da Nicolas, ed è la più vecchia come fondazione, la MOET fondata nel 1743 ad Epernay da Claude, la LANSON PERE et FILS nel 1760 fondata a Reims da Delamotte.

Altre aziende intanto cominciarono a produrre ottimi spumanti, diventati poi famosi negli anni che seguirono. BOLLINGER, nel 1763 da Emmanuel de Villermont; CHARLES HEIDSIECK, nel 1785 dal primo Charles della futura stirpe; GOSSET, la cui dinastia era già produttrice di vini fin dal 1531; JACQUESSON & FILS, da Claude nel 1798; KRUG, da Joseph nel 1843; LAURENT-PERRIER, nel 1812; MERCIER, da Eugenie nel 1858; MUMM, nel 1827 da una famiglia di tedeschi protestanti proveniente da una città della valle del Reno; PERRIER-JOUET, nel 1811 che vanta tra le personali etichette, la “CUVÈE BELLE EPOQUE”, che rievoca una preziosa bottiglia creata nel 1920 dal maestro vetraio Gallè decorata in stile Liberty Floreale; PHILIPPONAT, nel 1850; PIPER-HEIDSIECK, la cui prima produzione nel 1775, viene presentata niente meno alla regina Maria Antonietta in persona; POL ROGER, nel 1848 ad Ay; POMMERY et GRENO, nel 1860; ROEDERER, nel 1800 da Dubois e vanta lo champagne preferito dallo zar Pietro il Grande: CRYSTAL, nella classica bottiglia trasparente preparata esclusivamente per tale imperatore; TAITTINGER, fondata abbastanza recentemente da Pierre, nel 1932; VEUVE CLICQUOT PONSARDIN, 1772, la “vedova” leggendaria per intraprendenza, tenacia e perseveranza indirizzate alla più alta qualità dei suoi prodotti.


Alcuni dati di settore


Attualmente i marchi delle grandi case dello champagne sono solamente dodici con una produzione pari ad oltre 70 mli (!) di bottiglie mediamente elaborate, ottenute da un’estensione non eccessiva, di circa solamente 2.450 ha. Sul mercato sono presenti oltre 12.500 marche diverse di champagne, inclusi 3.000 marchi indipendenti. Dei circa 20.000 coltivatori, solo un quarto vendono col proprio marchio e solamente 3.850 lo producono, per cui il restante mercato è costituito da produttori che coltivano le proprie uve che le consegnano ad un ente che le elabora e le commercializza: R.C. - récoltant cooperateur.

I 20.000 coltivatori, che possiedono l’88% dei vigneti, coprono solamente il 22% delle vendite di champagne, mentre le cooperative ne forniscono un altro 7%.
Le grandi case produttrici, che sono 264, possiedono solo il 12% dei vigneti, ma coprono il 72% del mercato vendite con 250 mli di bottiglie.

Lo champagne può essere prodotto esclusivamente con un’uva bianca - CHARDONNAY - e due a bacca nera - PINOT NOIR e PINOT MEUNIER - nelle sole zone identificate a ridosso del fiume Marna nel distretto vitivinicolo della Champagne distribuite in cinque dipartimenti:

- Montaigne de Reims
- Vallée de la Marna
- Cotes des Blancs
- Cote de Sezanne
- Aube


La legge del 1911 attribuisce a ciascun comune della Champagne produttore di uve, un coefficiente di qualità col quale sono classificate le relative produzioni e tale classifica comprende “sette categorie” che permette di stabilire i prezzi di vendita delle uve per la stagione corrente. Le operazioni obbligatorie e fondamentali del “METHODE CHAMPENOIS”, cioè della rifermentazione del vino base in bottiglia, sono esclusivamente dieci:

- addition de la liquer de tirage
- mise en boutille avec la bidule
- prise de mousse
- maturation sur lie
- remuage
- stoccage en point
- degorgément
- addituion de la liquer d’expedition
- bouchage definitive
- habillage


Le norme CEE-2/2004 stabiliscono la tipologia del prodotto in rapporto al contenuto del residuo zuccherino:

- EXTRA BRUT < 2 gr/l
- BRUT
- EXTRA-DRY
- DRY
- MEDIUM-DRY
- DOUX > 50 gr/l. -


Lo champagne è commercializzato esclusivamente nei seguenti formati:

- QUARTO: 0,20 cl., 1/4 di bottiglia
- MEZZA
- INTERA
- MAGNUM
- JEROBLAM
- REHOBOAM
- MATHUSALEM
- SALMANAZAR
- NABUCHODONOSOR
- SALOMON
- MELCHZEDEC: 30 l., 40 bottiglie


Definizioni delle tipologie degli champagnes:

  • MILLESIMÈ - prodotto con almeno il 75% delle uve la cui annata di produzione è riportata in etichetta.
  • DOSAGE ZERO
  • PAS DOSÈE - NATURE - Ottenuto senza l’aggiunta del liqueur d’expedition.
  • BLANC DE BLANC - Prodotto da sole uve a bacca bianca: chardonnay e/o pinot blanc e/o pinot gris.
  • BLANC DE NOIR - Ottenuto dalle sole uve a bacca nera di pinot noir e/o pinot meunier vinificate in bianco.
  • ROSÈ - Vinificato in rosato da parte di uve a bacca nera di pinot noir e/o pinot meunier e successivamente con l’aggiunta di vino rosso durante la cuvée.
  • MONOCRU - Ottenuto da uve provenienti esclusivamente da un unico vigneto.

Come già accennato, il ‘700 decretò la gloria dello champagne e la sua richiesta si fece tanto pressante che i commercianti non esitavano a forzare i blocchi più rischiosi pur di far pervenire a destinazione le preziose bollicine. Ma se la diffusione della bevanda si allargò nel XVIII° sec. fino a raggiungere le lontane Americhe, la sua personale e fattiva “epoca d’oro” si ebbe nel periodo tra l’800 ed il ‘900, denominata unanimemente “BELLE EPOQUE”, anche perché nella regione della Champagne non si produsse mai più, in assoluto, vini migliori come in quel fortunato periodo, segnato tuttavia, in quanto è un fatto singolare, da una grande e diffusa infestazione di fillossera.

Tutti i grandi avvenimenti dell’epoca, che si apriva alle meraviglie delle conquiste della tecnica, furono salutati a salve di champagne, come la “Grande semaine d’Aviation de Reims”, primo tra tutti i raduni e mostre internazionali d’aviazione, vero e proprio battesimo delle vie dell’aria.

Quando le grandi navi passeggeri solcavano gli oceani, una beneaugurante bottiglia di champagne pensava al battesimo. Il tempo ci dirà se lo champagne ha già toccato l’apice della sua straordinaria fortuna o se il destino gli sta preparando strade ancora più luminose e brillanti trionfi.



Il Porto

Anche il PORTO fu prodotto per la prima volta verso la fine del XVII° sec. e prese il nome dalla città da cui veniva esportato: PORTO in portoghese, OPORTO in inglese. Mentre lo champagne ed i nuovi claret francesi di Bordeaux erano prodotti per una clientela ricca e competente, il PORTO, che ha quasi la stessa data di nascita appunto, era un vino a buon mercato indirizzato quasi esclusivamente alle masse. Come per i famosi vini francesi, erano necessarie ancora varie operazioni perché diventasse richiesto e famoso: la prima operazione da fare, fu l’adozione di una particolare bottiglia nelle quali potesse affinarsi, ma, a differenza degli altri vini transalpini, la capacità di maturazione del porto dipendeva dal brandy con cui veniva tagliato.

Da tempo i mercanti inglesi si erano stabiliti a nord di Porto, a Viana do Castelo, dove esportavano i leggeri vini bianchi locali, forse assai simili agli odierni VINHOS VERDES prodotti nella regione del Minho: erano vini dalla struttura organolettica alquanto contenuta e che resistevano malamente ai viaggi e così tra il 1670 ed il 1690, alcuni mercanti inglesi cominciarono a cercare vini più corposi e maggiormente alcolici che trovarono soprattutto nell’alta valle del Douro, nella vicinanze di Régua.

Dal 1670 si consolidò l’abitudine di rafforzare il vino col brandy in tutto il Portogallo settentrionale, forse introdotta dalla vicina Spagna, ma si dovette attendere l’inizio del XVIII° sec. perché il commercio del porto cominciasse ad espandersi, e solo verso la metà buona parte del vini importati in Inghilterra proveniva, per lo più appunto, dall’alta valle del Douro.

Si trattava di un vino piuttosto acidulo e che malgrado fosse economico, subito non piacque agli inglesi. L’acidità dipendeva dai vitigni utilizzati ed in parte dal clima troppo caldo che favoriva l’elevato tenore zuccherino delle uve provocando tempi troppo rapidi di fermentazione; inoltre, per migliorarne il colore, sempre molto tenue, molti produttori aggiungevano durante l’elaborazione, bacche di sambuco.

Solo ai primi decenni del XVIII° sec. si capì che aggiungendo il brandy prima del termine della fermentazione, l’odierna CONCIA, si produceva un vino più forte ed immancabilmente più dolce, ottenendo così un prodotto quasi adatto al palato inglese, anche se vi erano ancora alcune problematiche da risolvere.
Occorreva lasciare invecchiare nelle botti il prodotto, dando così tempo al brandy di mescolarsi bene col vino stesso, poiché se bevuti giovani come da consuetudine, si presentavano ancora marcatamente sgradevoli.

Adottando tale preparazione di invecchiamento del vino nelle botti, si proibì di aggiungere le bacche di sambuco ed utilizzando solo brandy di ottima qualità, si arrivò ad ottenere, finalmente, un buon prodotto. Ma i vini nuovi col taglio di brandy continuavano ad essere aspri e solo verso la fine del secolo i mercanti inglesi tentarono di far maturare i loro vini nelle botti a Vila Nova de Gaja, di fronte a Porto, alla foce del Douro: con tale operazione, i vini finalmente risultavano di qualità, più morbidi e di ottimo gusto e che tali caratteristiche potevano essere aumentate con l’affinamento in bottiglia.

Dal 1775, quando vennero prodotte le classiche bottiglie di forma allungata col collo corto utilizzate ancora oggi, si ottenne così il primo vero porto capace di affinare lungamente ed è anche a quegli anni che risale il vero e grande successo.


Alcuni dati di settore

Il vino PORTO rappresenta certamente l’orgoglio dell’enologia portoghese e nel lontano 1756 venne sancita la legge per la delimitazione di produzione, anche se l’azienda produttrice più vecchia è la CROFT, fondata nel 1678. La tradizione tramanda che la storia del porto è iniziata nel 1678 da parte di due mercanti inglesi che scoprirono un ottimo vino dall’abate di Lamego che lo otteneva fortificandolo col brandy, in quanto debole e di poche gustosità.

Nel 1755 il marchese di Pombal istituì la “COMPAGNIA DEL VINO DI PORTO” che fu attiva fino alla metà del secolo scorso e gettando così le basi per quelle nuove normative che saranno applicate successivamente all’entrata del Portogallo nella C.E.

Il porto viene prodotto con ben 48 diversi vitigni tra cui il TOURIGA NACIONAL, TINTA CAO, TINTA AMARELA, TINTA BARROCA, TINTA RORIZ e TOURIGA FRANCESA per la tipologia rosso, mentre per il porto bianco si utilizzano maggiormente la MALVASIA FINA, VIOSINHO, DONZELINHO, GOUVELO, ESGANA CAO e FOLGOSAO: tutte in un ambiente molto particolare come può esserlo solamente la valle del Douro, che in virtù delle condizioni climatiche e geologiche uniche, conferiscono le peculiarità necessarie per questo prodotto alquanto speciale.

Come già accennato la tecnica produttiva è la medesima da secoli, su un’estensione di vigneti pari a 38.000 ha. suddivisi in ben 33.000 produttori, in tre sole zone:

- BAIXO CORGO
- CIMA CORGO
- DOURO SUPERIOR

Il vino prodotto viene trasportato, nella primavera successiva, nei depositi ministeriali di Vila Nova de Gaja, vicino a Porto, per completarne la maturazione. L’ente si occupa del percorso completo di tale prodotto, dalla vendemmia all’esportazione, garantendone l’autenticità con un “CERTIFICATO D’ORIGINE” concesso soltanto dopo l’assaggio e previa approvazione della “Giunta Consultiva degli Assaggiatori dell’Istituto Vino di Porto”. Ad ogni rilascio di tale certificazione, viene posto sul collo della bottiglia il “SIGILLO DI GARANZIA” sul quale è riprodotto oltre che l’emblema dell’Istituto, anche il numero d’ordine: però solo il porto imbottigliato successivamente nei depositi degli esportatori di Vila Nova da Gaja ha diritto al sigillo di garanzia.

Le denominazioni riconosciute sono assegnate in base all’annata, l’invecchiamento e se bianco o rosso:
  • BASIC RUBY - invecchiamento minore di un anno; economici di media qualità.
  • RUBY - invecchiato dai 2-3 anni in botti e non riporta l’annata di produzione.
  • TAWNY - invecchiamento minimo di 3 anni, è ottenuto da blends di porto bianchi e rossi aventi varie età; non è obbligatorio che sia riportata l’annata produttiva.
  • VINTAGE - prodotto di una sola annata ed imbottigliato tra il secondo e terzo anno dalla vendemmia per un ulteriore affinamento; è da sempre considerato il “vero e grande Porto” e presenta minima ossidazione e lunghissima longevità.
  • LATE BOTTLED VINTAGE, L.B.V. - prodotto esclusivamente in particolari annate ed invecchiato almeno 4 anni: più leggero e delicato ma con aromi complessi ed evoluti; ha l’obbligo di riportare in etichetta l’anno di produzione delle uve.
  • DATED - imbottigliato solo dopo 7 anni di maturazione in botte: deve riportare la data dell’annata, per cui è un vintage di pregevoli ed eleganti qualità.
  • RESERVE - maturazione minima di almeno 10 anni: grandi e complesse ossidazioni con evolute trasformazioni aromatiche e netta morbidezza gustative: longevità infinità!
  • AGED TAWNY - noti anche come “FINE OLDS TAWNIES” - F.O.T., maturazione senza tempo in quanto sono soggetti a nessun disciplinare di produzione; sapori e profumi indescrivibili, unici.

Anche se le uve per produrre il porto sono coltivate in quella landa selvaggia che è la valle del Douro, il vino viene ancora prevalentemente invecchiato nelle numerose cantine, dette “LOGGE”, dall’inglese lodges, a Vila Nova de Gaja: siamo sull’altra sponda del fiume rispetto alla città di Oporto, dove si trovano ben 26 logge di rispettive aziende produttrici di cui la maggior parte molto antiche e storiche ed alcune di recente fondazione.

Fonseca, Graham, Smith Woodhouse, Churchill, Ferreira, Niepoort, Martinez, Cockburn, Burmester, Warre, Quarles Harris, Taylor, Silva & Cosens, Delaforce, Borges, Ramos Pinto, Sandeman, Croft, Offley Forrester, Noval, Calem, Osborne, Barros, Rozès, Kopke, Wiese & Krohn

I due grandi rappresentanti e produttori di porto di elevate qualità che gestiscono la maggior parte delle etichette in produzione, sono la famiglia Symington e la Taylor Fladgate Patnership.

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