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Viaggi enogastronomici

Verdicchio 40 anni: Santa Barbara, San Lorenzo in Campo e Frasassi (Quinta Parte)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Dopo la visita di Corinaldo si va a visitare le cantine Santa Barbara, un’azienda che produce circa 750.000 bottiglie con una estensione di 25 ettari vitati condotti in proprio e altri 25 in affitto o gestione. La cantina è ricavata nell’ex convento delle suore benedettine, che risale al 1700.
Vediamo la barricaia, i grottini e arriviamo alla fine alla sala degustazione.
Assaggiamo tre vini della loro produzione.
Si comincia con Stefano Antonucci Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Riserva 2006 di 13,5 gradi, ottenuto da una cuvèe dei migliori vitigni di Verdicchio, che risulterà il migliore della serie di assaggi.
Il secondo è Stefano Antonucci Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Riserva 2002. Ha fatto fermentazione in acciaio e affinamento in barrique di 12 mesi più sei mesi in bottiglia. Risulta piuttosto scarico al palato e almeno due punti sotto il precedente.
Il terzo è il Maschio da Monte, un Rosso Piceno DOC 2006 di 14 gradi. È un uvaggio di tre quarti di Montepulciano e un quarto di Sangiovese, con affinamento in barrique di 18 mesi. La produzione è stata di 18.000 bottiglie.
Il colore è un bel rosso rubino carico. Al naso ha un fruttato intenso e persistente con note speziate evidenti e un buon sentore vinoso. In bocca è di buona stoffa, intenso, pieno con un lieve squilibrio sui tannini e un piacevole retrogusto di ciliegia.

Vedi anche: Verdicchio Jesi 40 anni: Anche lui è un sessantottino (Prima Parte)

Vedi anche: Verdicchio 40 anni: Jesi storica, l’Enoteca e Titulus (Seconda Parte)

Vedi anche: Verdicchio 40 anni: Musei e Barocco (Terza Parte)

A fianco della sala, sul muro di fondo, una curiosa fotografia di tutti i dipendenti della cantina che si coprono il viso con entrambe le mani.
Lasciamo la cantina e poco prima delle otto di sera partiamo per l’Hotel Ristorante Giardino di San Lorenzo in Campo dove ceneremo.

Una cena sontuosa da Paolo e Patrizia

Se non ci siete mai stati vale la pena pianificare una visita a questo piccolo gioiello della cucina marchigiana.
Oggi il locale è gestito da Massimo Bigiali, dalla moglie Patrizia e dal figlio Paolo, che ha di recente fatto una piacevole e utile esperienza negli Stati Uniti. Massimo è anche Presidente di ORPI, Ordine Ristoratori Professionisti Italiani.
Ma fino a non molto tempo fa era gestito dalla mamma di Massimo, nonna Efresina per Paolo. Nel 1998 aveva avuto la stella Michelin. Il posto era conosciuto come il Giardino di Efresina Rosichini. Aveva voluto conservare il suo cognome, da brava “azdora”. È il nome che qui si da alla donna che porta avanti la casa. Come tanti nati in questa regione e nella Romagna più a nord anche lei portava un nome strano davvero. Era la fantasia dei nostri nonni e bisnonni che talvolta si slegava dai laccioli di una tradizione normale e andava a ripescare nomi impossibili.
Comunque Efresina già nel 2000 era un personaggio di riferimento nella cucina pesarese.
Ecco cosa disse in una intervista di quel periodo, dopo avere deciso, a 63 anni, di andare a lezione di cucina internazionale in Costa Azzurra, da Roger Vergé al Moulin de Mougins, a pochi chilometri da Cannes: “Cucinare è stata la passione della mia vita. Ho cominciato da ragazzina, seguivo i cuochi nelle ville e nei palazzi dei signori per le occasioni importanti. Così ho imparato a far bene questo lavoro che abbisogna sì di una mano felice dono della natura, ma anche di un’approfondita conoscenza delle materie prime e delle tecniche di preparazione e di cottura, più tanta curiosità ed infinita umiltà”.
Dunque mano, materie prime, tecnica e umiltà sono gli ingredienti che ancora oggi Massimo e collaboratori mettono in ogni piatto che fanno e servono ai clienti.
C’ero già stato due o tre anni fa e vedo con piacere che anche i Bigiali hanno avuto l’idea di aggiungere al menù una pagina con la lista dei loro fornitori, tutti della zona, dunque un locale a chilometro zero, come si dice oggi. Ecco di nuovo l’umiltà di Efresina e l’intelligenza della tecnica. Inoltre non si paga il coperto, altra bellissima iniziativa.
Vi sono pasti semplici con menù a 20 e 35 euro, oppure uno completo a 50 euro.
Il Giardino propone una cucina del territorio e un sapore antico, quello dei nonni Benedetto e Agostino. Qui potete assaggiare la soppressa del Monte Strega, il ciaùscolo di Visso, un eccellente prosciutto di Carpegna, il Farro di San Lorenzo in Campo, che è un ceppo di origine romana di “triticum dicoccum”, e tanti altri prodotti da leccarsi i baffi.
Il menù di stasera è all’insegna del tartufo, nero ma anche bianco, piuttosto ricco e sostanzioso, sia nei cibi, sia nei vini.
A tavola saremo circa una ventina con una nutrita rappresentanza della grande vinificazione marchigiana, dal Presidente dell’Istituto Marchigiano di Tutela, Alessandro Moroder e figlio Paolo ai Conti Leopardi Piervittorio di Numana, dall’Azienda Giusti Piergiovanni ai Conti Lucangeli Aymerich di Laconi della Tenuta di Tavignano. C’è anche l’azienda San Floriano di Montetorto con Francesco Ciculi e la Fattoria Laila di Andrea Crocenzi da Corinaldo.
Si comincia con Flan di cipolla, accompagnato in tavola da un Verdicchio e vassoi di focaccia al cumino, cui segue un delizioso Uovo in camicia con fonduta di parmigiano, crostino di fichi con riduzione al vino rosso e tartufo bianco di Acqualagna, il massimo del sapore e dei buoni aromi naturali.
Ancora ottimi i Cannelloncini di polenta con mela caramellata.
Per primo tipici e memorabili Cappelletti in brodo di cappone e poi deliziosi tagliolini con piccione e tartufo nero.
Per secondo vitello arrosto con funghi e contorni di stagione.
Il dessert è un gelato semifreddo con crema di castagne e wafer di cioccolato fondente.
La lista dei vini tra cui scegliere prevede un Bianchello, una Passerina e due Verdicchio dei Castelli di Jesi. Come vini rossi quattro Lacrima, tre Rosso Conero, due Marche Rosso IGT; i vini da dessert prevedono una scelta tra un vino di Visciole di Vicari, una Vernaccia di Quacquarini, una Ribballa di Càgnore di Antica Terreno Ottavi di San Severino Marche, un Sante Lancerio Passito dell’Azienda Tavignano di Beatrice Lucangeli e Stefano Aymerich di Làconi.
La serata è stata piacevole sia per i cibi, sia per la compagnia, sia per il servizio davvero di prim’ordine.

Venerdì 31 Ottobre 2008

Frasassi e il vino “Fresco di Grotta”

Il cielo comincia a coprirsi. Sa va alle Grotte di Frasassi e si prende la direzione Fabriano sulla superstrada per Roma. Sulla nostra sinistra il colle di Castel Bellino e a destra Moie e più avanti Poggio San Marcello, proprio sopra Castelplanio e Maiolati Spontini. Dopo Serra San Quirico c’è il bivio per la Gola della Rossa, ma noi proseguiamo per il tunnel e via tra boschi e vigneti più radi.
Più avanti finisce la Valle Esina e inizia quella del Sentino, nel comune di Genga, che è sulla strada per Arcevia. Si esce dalla superstrada a Camponocecchio e qui un passaggio a livello ci blocca per qualche minuto.
Ci pensa Angelo a intrattenerci piacevolmente raccontando sue simpatiche avventure di viaggio.
Ormai siamo all’ingresso delle grotte.
Lungo il cammino per arrivare alla grotta grande del vento ci sono delle piccole esposizioni che ricordano il vino marchigiano. Ognuna è dedicata a un produttore. C’è il nome, l’indirizzo, una cartina della zona e una bottiglia in esposizione e l’idea del vino bianco “fresco di grotta” è davvero geniale. Per di più con il biglietto della visita alle Grotte si ha diritto a una degustazione gratuita in una cantina del Verdicchio.
La visita è insieme a Simone, che ci fa da guida e la suggestione delle grotte, anche se le avete già viste, è sempre piacevole perché ogni volta c’è qualche nuovo particolare e poi le luci soffuse e sul giallo azzurro sono tranquillizzanti e rilassanti. È un grande ventre materno di dimensioni gigantesche in cui ciascuno di noi esplicita inconsciamente le sue elucubrazioni mentali, in una sorta di test di Rorschach dal vivo con decine e decine di tavole da interpretare.
Al termine della visita scendiamo a piedi lungo la strada per una visita veloce all’Abbazia di San Vittore delle Chiuse, da poco restaurata e con un bel museo nella parte sotterranea.
La gola che qui inizia prosegue lungo la vallata passando per Genga, posta grosso modo a metà strada e termina dalla parte opposta a Sassoferrato, dopo una quindicina di chilometri.

Pranzo Da Luigi ai Nani

Il tour si conclude al ristorante dell’albergo che ci ha ospitato, con un antipasto di gamberetti e seppie e un Villa Talliano Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore 2007 di 14 gradi dell’Azienda Mancini. Sono 20 gli ettari vitati quasi tutti a Verdicchio. Solo un 10% di Rosso Piceno. Proviamo anche il Bonci San Michele, Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore 2006 di 14,5 gradi dal lotto L7192, di cui ne sono state prodotte 30.000 bottiglie.
Segue nel menù un Bocconcini di pesce spada con polenta grigliata e vellutata di pomodoro che in effetti è un po’ troppo abbondante.
Lo accompagniamo con un Murrano Colli Maceratesi DOC 2007 di 13 gradi dal lotto L01/08 dell’azienda agricola Capinera di Morrovalle, da uve 100% Maceratino dei fratelli Paolo e Fabrizio Capinera.
Molto buono anche un Ambrosia Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Riserva 2005 di 14 gradi dal lotto L2077 dell’Azienda Vignamato di San Paolo di Jesi per accompagnare il Dentice al forno con patate e vellutata di pachino, anch’esso davvero troppo abbondante. Per contorno dell’insalata mista dai mille colori.
Ecco infine i vini per i dolci, un Passito Rojano Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC 2006 di 13,5 gradi dal lotto L8087 di Bonci da Cupramontana e poi il classico vino di visciole 2006 di 13,2 gradi dal lotto L 6 333 dell’Azienda Cantine Marconi di San Marcello.
I dolci sono portate successive di Zuppa inglese, Pera cotta e panna, Crostate, Cantucci.

Sabato 12 giugno 2010

Il Fresco di Grotta … due anni dopo

Dovevo tornare anch’io a Genga per la terza edizione del progetto Fresco di Grotta che associa il più famoso vino bianco delle Marche all’imponente complesso ipogèo delle Grotte di Frasassi. Le circostanze me lo hanno impedito, ma il recupero delle notizie e la velocità con cui oggi viaggiano mi consentono quasi di udire la voce limpida e chiara dell’amico enologo Alberto Mazzoni che racconta le differenze tra l’invecchiamento in cantina e quello in grotta.
Eccolo, Alberto, mentre illustra il verdetto emesso dalla commissione di degustazione che ha assaggiato il Verdicchio di cantina e quello Fresco di Grotta, dopo il suo riposo nella grotta grande del vento: “… l’esclusivo microclima delle Grotte, caratterizzato da temperatura (attorno ai 12 – 13 gradi) e umidità (attorno al 95%) costanti in tutto l’arco dell’anno, nonché da profondo silenzio e assoluta assenza di luce, ha favorito il rallentamento del processo di maturazione del vino e quindi ne ha esaltato la longevità. Il vino si è evoluto sia dal punto di vista organolettico, sia per la tonalità del colore. È una dimostrazione che il Verdicchio, ovunque lo mettiamo, riesce a darci delle grandi risposte. Se questo successo è stato ottenuto nel primo anno dell’esperimento, immaginiamo cosa potrà accadere fra tre anni!”.
L’esperimento, infatti, continua! Nel complesso ipogèo di Genga continuano il loro affinamento altre bottiglie, che saranno gradualmente riportate alla luce, ogni anno, per altri 4 anni.
Arrivederci dunque al 2011 … e oltre

Foto Credit: Gabriella Repetto

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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