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Parole e volti intorno a un calice

Matteo Mazzamurro, una vita con il vino

di Alessandro Maurilli

MappaArticolo georeferenziato

Alla vigilia della riforma OCM del vino che interesserà anche l'Italia a partire dal 2006 abbiamo voluto fare una sorta di panoramica sull'attuale situazione del vino tra innovazione tecnologica e innovazione legislativa; tra dispute per il tradizionale o per l'internazionale. Per capire meglio cosa succede in questo momento abbiamo chiesto il parere a uno degli enologi che in Italia hanno fatto la storia di una professione. Stiamo parlando del dott. Matteo Mazzamurro, oggi l'enologo, oltre che il direttore, di un'azienda toscana, Bindella di Montepulciano (Si). Matteo Mazzamurro è un agronomo ed enologo tra i più esperti ed apprezzati nel panorama italiano. In questa professione dal 1973 come consulente e manager di importanti aziende ha avuto modo di visionare l'evoluzione di un mondo, quello del vino, che in fasi di crescita e di stallo ha regalato sempre emozioni.


D. Secondo lei è cambiata la tecnologia nella realizzazione dei vini rossi in questi anni?

R. E' cambiata radicalmente!


D. Questa evoluzione è stata positiva o negativa secondo lei?

R. Credo che ogni cambiamento tecnologico sia positivo! Nel caso specifico, gli studi e le esperienze hanno portato ad una più approfondita conoscenza del biochimismo delle fermentazioni, dei componenti dell'uva e del vino. Tutto questo ha prodotto una evoluzione delle tecniche enologiche che oggi si avvalgono dell'ausilio di macchinari e di prodotti che solo vent'anni fa erano impensabili.


D. In Toscana in particolare cosa e quanto è cambiato nel modo di fare vino?

R. In Toscana tutto ciò si è verificato ai massimi livelli, anche perché è innegabile che in questa regione operano tanti tecnici qualificati ed attenti alle innovazioni.


D. Quali saranno le nuove frontiere dello sviluppo enologico?

R. Non parlerei di nuove frontiere, ma di obiettivi che dobbiamo raggiungere: per quanto ci riguarda, la ricerca di cloni di Sangiovese ad alta qualità enologica e con profili aderenti alle diverse territorialità; una più serrata intesa vigna/cantina; una viticoltura che sia autentica espressione del territorio e dei vini su di esso prodotti.


D. Si parla molto oggi del vitigno autoctono, qualcuno ha detto, proprio in Toscana, espiantiamo gli internazionali che inquinano i nostri vini. Lei che ne pensa?

R. Non sono d'accordo! Ritengo che il Sangiovese debba restare il vitigno autoctono per eccellenza della Toscana, anche se, come ho già detto, molto deve essere fatto per la ricerca di cloni più tipicizzanti, più territoriali; ma non c'è dubbio che il Sangiovese convive bene con i vitigni così detti internazionali, che coltivati in Toscana non solo danno ottimi risultati, ma direi, toscaneggiano, ovvero si portano dietro il territorio. Pertanto non vedo questa negatività nella introduzione di questi vitigni, anzi trovo che sia un fatto assolutamente positivo per la nostra viticoltura; l'importante è perseguire l'obiettivo della valorizzazione dei vini di territorio. Vede, in Italia e soprattutto in Toscana, siamo fortunati perché l'influenza del così detto "terroir" è fortissima: un merlot trentino è diverso da un merlot toscano o siciliano. Noi dobbiamo perseguire, esaltare questa diversità e farne la nostra più forte arma commerciale.


D. Il mercato del vino, tra alti e bassi e crisi da distillazione oggi come è cambiato?

R. Il mercato non è mai fermo ed è in continua evoluzione: penso ai vini bianchi che a volte sembrano dimenticati e poi ancora richiesti; penso al fenomeno rosato; penso ai prezzi dei vini che stanno causando flessioni in certe tipologie. Certo è che i vini si producono per il mercato, devono essere venduti e bevuti e pertanto le fibrillazioni del mercato devono essere tenute in gran conto dai produttori. Il mercato oggi è cambiato molto: è più attento alla qualità, è più esigente e certamente è più stimolante.


D. Parliamo del rapporto tra disciplinari e produttori. Oggi qual è secondo lei il vero valore del disciplinare? Serve, viene seguito, o è una forma di pericolo per i produttori?

R. Intanto vorrei ricordare che il disciplinare di un vino è proposto dagli stessi produttori ed è un protocollo di produzione che deve star bene più o meno a tutti ed adattarsi a tutte le realtà di un territorio. E' pacifico quindi che un disciplinare non possa soddisfare a pieno la totalità dei produttori; d'altro canto ritengo che un disciplinare sia indispensabile per difendere la tipicità territoriale di certe tipologie, per questo deve essere rispettato e non vedo pericolo alcuno per i produttori.


D. Cambiamo registro e parliamo della professione e dell'arte del fare vino. Come ci si innamora di questo lavoro e quindi della vigna, del fare vino?

R. A volte per tradizione di famiglia; a volte per caso: pensi che avrei voluto fare il marinaio!


D. Come pensa che sia cambiata oggi la figura dell'enologo a fronte anche delle tante lauree "specialistiche"?

R. Oggi l'enologo è un professionista certamente più completo di quanto lo sia stato in passato; penso però che debba sempre di più approfondire gli studi agronomici e viticoli.


D. Lei è tra i precursori dell'enologia italiana. E' stato protagonista della "rivoluzione enologica" del vino italiano. Ci può raccontare un aneddoto o un episodio che le è particolarmente rimasto in mente in questi anni di professione?

R. Ne avrei tanti, ma quelli più presenti sono legati agli anni in cui ho insegnato enologia a Siena. Dal 1980 al 1989; pensi che allora dicevo ai miei ragazzi, che oggi sono tecnici apprezzati ed affermati: vedrete che un giorno potrete comperare i polifenoli al mercato! Beh, ci siamo arrivati.


D. Se tornasse agli inizi della sua carriera cosa rifarebbe, cosa non farebbe o cosa farebbe diversamente?

R. Probabilmente non lascerei l'insegnamento!

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Alessandro Maurilli è nato nel 1980 in un piccolo paese della provincia di Arezzo, nel cuore della Valdichiana. Dopo aver frequentato gli studi...

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