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Viaggi enogastronomici

Foligno: A Bevagna il Dipintore e la Carta (Seconda Parte)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Sabato 27 Settembre 2008

La visita a Bevagna

Alle nove e un quarto siamo tutti davanti all’albergo in attesa del piccolo pullman che ci porta a Bevagna. Sono solo dieci chilometri lungo la statale 316 del Monti Martani. È praticamente un lungo rettilineo di circa sei chilometri che scorre come un nastro di fettuccia nella pianura umbra fino quasi alle porte di Bevagna.
Oggi è più caldo di ieri, il sole filtra bene e dirada le poche nubi che ancora pascolano in alto.
Attraversiamo Fiamenga, 216 metri sul livello del mare, come recita il cartello della segnaletica lungo la statale, poi il ponte sul Topino, il fiume che bagna Foligno, ed eccoci a Bevagna bassa e infine a Bevagna, città d’Arte. Ci arriviamo da Porta Foligno, ma proseguiamo fuori delle mura fino a Porta Cannara o Perugina o di San Giovanni, del tredicesimo secolo, dove c’è un parcheggio più adatto per il pullman.
Natascia Tiberi, che ci accoglie, mi spiega che questa zona appartiene alla strada dei vini del Cantico, che ha preso il nome da San Francesco e dal suo Cantico delle Creature, perché è proprio in questi paesi che il Santo Umbro Patrono d’Italia ha iniziato il suo percorso missionario.

Vedi anche Foligno, Festival, Farfalle, Freddo (Prima Parte)

La Bottega del Dipintore

Parlando della Strada del Cantico e delle sue particolarità ci avviciniamo tra le stradine e le piazze della Gaita San Giorgio, uno dei quattro quartieri di questo piccolo ma unico paese, verso la bottega del dipintore.
Il nome Gaita viene da una parola longobarda, che significa proprio quartiere, rione.
Entriamo nella bottega, che è attrezzata esattamente come poteva esserlo una analoga nel tre, quattrocento. Una bella ragazza mora, Alessia, ci spiega i segreti di quest’arte.
Andiamo prima nello stanzino dove lavorava il garzone di bottega. C’è ancora il giaciglio, in un angolo dello stanzino, dove si poteva riposare o dormire quando il lavoro era molto intenso e poteva prolungarsi per più giorni. Il compito principale del garzone era quello di preparare la tavola sopra la quale poi il maestro e i suoi allievi potevano dipingere. Si usavano preferibilmente tavole di legno di pioppo, perché non risputa le resine. Sulla tavola venivano stese sette o otto mani di un impasto fatto con colla animale, gesso e acqua. Tra una mano e l’altra si doveva aspettare che la tavola asciugasse altrimenti lo strato successivo non avrebbe aderito. Infine si procedeva alla levigatura. Per dipinti particolarmente grandi si dovevano mettere insieme più tavole e qui la difficoltà stava nel nascondere i punti di adesione mediante l’incollatura di tela di lino e di nuovi strati di impasto e levigatura finale in modo che la tela sembrasse fatta di un unico pezzo.
Un altro compito del garzone di bottega era quello di macinare i colori alla piastra di porfido. Molte tinte derivavano da pietre, come il lapislazzulo, preziosissimo, per ottenere il blu intenso, quello che oggi chiamiamo blu oltremare, oppure la malachite che dava il verde o la sinopia per il rosso mattone. Altri colori erano di origine chimica, come il bianco, il verde rame o certi rossi. Alessia ci mostra le ciotole con dentro i diversi colori sparse sul bancone del garzone, come se lei stessa fosse il garzone di questa antica bottega degli anni 2000. Per preparare i carboncini si usava un recipiente in cui si mettevano tronchetti di legno di salice a bruciare molto lentamente, con la stessa tecnica, in piccolo, che si usa ancora oggi in qualche posto di montagna per preparare il carbone a legna.
Infine si faceva la tempera usando il colore ridotto in finissima polvere, l’acqua e il rosso d’uovo che faceva da collante. Nel quattrocento i fiamminghi per primi sostituirono il rosso d’uovo con l’olio.
Intanto passiamo nella stanza vicina, più grande, dove ci sono tele in lavorazione. Questa è la sala del maestro e dei suoi allievi. Compito dell’allievo era quello di preparare lo spolvero. Il disegno su carta fatto dal maestro veniva bucherellato nei minimi particolari e poi si appoggiava alla tela e si passava il carboncino in modo che restasse il contorno sul bianco della tela. Per ripassare l’immagine si poteva usare il carboncino oppure la tempera nera. Una volta preparate le immagini principali nei contorni si procedeva alla stesura dello sfondo, che per i quadri più preziosi si faceva stendendo delle foglie sottilissime di oro usando un pennello fatto di peli di orecchie d’asino, che aveva, e ha, proprietà elettrostatiche marcate e quindi aiutava nel prendere la foglia d’oro dal tavolo e nel portarla sul punto della tela dove veniva stesa e incollata con bianco d’uovo. A questo punto si deve fare asciugare il tutto per almeno un paio d’ore. Poi si riprende il lavoro levigando lo sfondo con la pietra d’agata e per ultimo si segnano le aureole o altri particolari mediante la granatura o punzonatura.
Per la pittura si usavano pennelli fatti di setole di maiale oppure di pelo di vaglio, una sorta di scoiattolo, più pregiati.

La Bottega della Carta

Lasciamo Alessia e la Gaita San Giorgio e ci spostiamo alla Gaita San Giovanni per andare a vedere la cartiera e i suoi segreti, o meglio la bottega della carta bambagina, quella che si faceva con gli stracci. Qui c’è un’altra bella ragazzona bruna, Elisabetta, che ci spiega come si faceva la carta e come funzionavano le macchine che ancora oggi possiamo vedere funzionare nel laboratorio. Questa sembra una vera officina. Si comincia con il mucchio degli stracci, che vengono fatti a pezzi sempre più piccoli e poi immessi in un vascone dove dei magli potenti, attrezzati con punte metalliche messe ad arte sulla testa, riducono in poltiglia la canapa o il lino di cui prevalentemente erano fatti quegli stracci. Alla poltiglia si aggiunge anche acqua e calce viva per sfibrare i tessuti e decolorarli.
È singolare come queste macchine siano ancora efficienti, pur essendo state ideate almeno sette, ottocento anni fa da artigiani marchigiani, di Fabriano, che non è poi così lontano da Foligno. La macchina è azionata da una cascata di acqua che Elisabetta aziona e fa scendere sulla grande ruota di legno che girando fa alzare e abbassare i magli, come se la ruota fosse azionata da una vera cascata come effettivamente succedeva quando non esisteva ancora la corrente elettrica.
Alla fine la poltiglia biancastra passava in un altro recipiente nella stanza accanto, dove c’era il maestro cartaio, oggi si chiama Francesco, con le sue maestranze, che raccoglieva dal grande recipiente uno strato di fibra biancastra su un telaio rettangolare, delle dimensioni di un foglio.
Da questo strato biancastro nasceva poi il foglio di carta, tramite passaggi successivi di pressatura sul telaio, asciugatura, collatura perché non restasse assorbente e infine calandratura e assemblamento in risme. Con l’evoluzione della tecnica nacquero poi le carte filigranate e quelle con gli stemmi e addirittura i disegni in trasparenza.
Questa bottega è stata ricavata alla fine degli anni ’80 o ’90 nelle cantine del Palazzo del Podestà ed è qui che oggi ci troviamo. Negli anni ’60, quando Francesco era un ragazzino, qui c’era il mercato coperto di Foligno, dove si veniva a fare la spesa per le verdure e la frutta e magari formaggi e carni e pane.

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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