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Dolcezze di Romagna: Cagnina

di Pier Luigi Nanni

MappaArticolo georeferenziato

Le origini del vitigno da cui si produce il vino Cagnina sono “quasi” certe e sicure, del Friuli, in quanto si ritiene che sia stato introdotto nella Romagna nel XIII° sec. Ciò è dovuto alle imponenti opere di costruzioni per i più importanti monumenti bizantini di Ravenna, in quanto si importavano grandi quantità di pietra calcarea dal Carso e dalla Dalmazia. Tutto ciò è avvalorato dall’associazione ampelografia e dai risultati in vinificazione, per cui il vitigno della cagnina risulta essere molto simile al Terrano, comunemente detto “refosco d’Istria e del Carso”.

L’origine è certamente antichissima, tantevvero che nel I° sec. d. C. Plinio il Vecchio, nel personale trattato di agronomia “Naturalis Historia”, riportava una nota riguardante tale vitigno, di una certa “…Augusta che giunse all’età di 92 anni bevendo solo il pucino - storica denominazione con cui il terrano era identificato - che prospera nell’ansa dell’Adriatico, non molto distante dalle fonti del Timavo, su un colle accarezzato dal mare e che dà di sé poche anfore: ne lei indicava medicamento migliore. È da credersi che questo vino sia quello che i greci celebravano con molte lodi col nome di ‘pictaton’ e proveniente dai limiti estremi dell’Adriatico”.

Sul Carso, dove si trovano le prime tracce di questo vitigno, ci sono ancora pochi vigneti, null’altro che rimanenze storiche. Il paese di origine resta sconosciuto, ciò non toglie il merito di aver dato i natali a questo vino il cui futuro “romagnolo” è senzaltro piacevolissimo. Tale origine sarebbe ulteriormente confermata a seguito dalle ricerche da parte del Prof. Pasqualini che, nella conferenza tenutasi presso il Circolo Agrario Riminese nel 1887 affermava che “…il cagnina, il cui nome d’origine è sconosciuto, è identico o quasi, al terrano coltivato nelle piane del Carso ed in Istria”.

Successivamente, nel 1896 il Conte Di Rovasenda nel suo trattato di ampelografia, riporta di “…aver trovato questa varietà, appunto il cagnina proveniente dal riminese, identica al refosco”.

Siamo nel cuore della Romagna sanguigna e dai passati turbolenti ed a questo particolare nettare bacchico viene comunemente aggiunta la specifica “de grasp ross”, cioè dal graspo rosso, esattamente come il refosco che in Friuli è definito dal peduncolo rosso.

È un vino, se mi si permette la licenza, alquanto misterioso! Chi lo vuol bevuto presto, giovane, per assaporarne virginee identità; chi lo considera dopo, più maturo, cogliendone non meno calamitanti segreti. Carducci era della cagnina sapido estimatore, forse perché villeggiando sui colli di Romagna, sposava odi barbare a dolci assaggi. Ama la brezza di collina e sopporta bene quella di mare e poi, diabolicamente angelico, ti trasmette anche qualcosa di indefinito, sottile, tanto che per berlo come si deve, occorre essere almeno in due!

Diventata DOC nel marzo del 1988, si ottiene esclusivamente dal vitigno refosco, localmente detto, appunto terrano, per almeno l’85% e restanti uve sempre a bacca nera autorizzate e raccomandate nelle province di Forlì-Cesena e Ravenna. Si distinguono particolarmente le zone collinari di Forlimpopoli ed in primis, Bertinoro. Le peculiarità del vino cambiano molto a seconda delle tipologie delle uve restanti, da zona a zona e soprattutto da vignaiolo a vignaiolo: tutto ciò rende interessante la scelta del vino in tempi in cui la tendenza è quella dell’appiattimento.

Produzione max. di 130 q/ha con resa in vino non eccedente al 65%; titolo alcolometrico minimo naturale delle uve del 10%, mentre quello minimo alcolico svolto è di 11%. Foglia medio-grande, pentalobata e tondeggiante, trilobata dai lobi appena accennati con la pagina superiore glabra, verde scuro ed opaca, nervature infossate e rossastre, mentre quella inferiore è grigio-verde tormentosa e nervature sporgenti. Il grappolo è grande e piramidale a base larga, alato con acino mediamente ellittico. Ottima vigoria e buona tolleranza ai parassiti animali, adattabilità discreta sia alle gelate tardive che al vento, su terreni poco fertili e non molto freschi; inoltre, la potatura ideale consiglia di non scendere sotto le 4/5 gemme.

La cagnina si presenta rosso rubino dai netti e marcati riflessi violacei, intenso e caratteristico dalla leggera ed impalpabile vivacità; profumo ampio e vinoso che ricorda l’uva appena spremuta, ancora gocciolante di succo vermiglio ed effluvi accattivanti di marasca, dai delicati sentori boschivi di lampone e ribes. Da amabile intenso a gradevolmente dolce senza eccedere, i cui residui zuccherini si sposano piacevolmente col finale fresco e le fragranze fruttate dal nerbo sottile, stoffa leggera e velata nota di tannicità.

Pronta da bere a pochi mesi dalla vendemmia dopo un rapidissimo passaggio in botte per affinarne ulteriormente le gradevoli e tipicità uniche. Perfetta se bevuta fresca a 12-14°C stappata al momento e servita in calici di media grandezza.
Nel particolare, in alcune annate i cui fattori che influiscono nella produzione finale di questo rosso, dal clima alla coltivazione delle uve, la maturazione ed il grado estremo di sanità delle medesime ed infine le pratiche di cantina, si può ottenere un prodotto meritevole di un paio d’anni di affinamento per essere bevuto nella massima espressione di serbavolezza.

Il modo migliore per gustarne appieno le sue caratteristiche, è quello di accostarla a dolci e pasticceria secca e da forno, torte e crostate di frutta, alla classica “brazadella romagnola” ed alla “pinza” dalla ricchezza di mostarda che ne permette un connubio in cui si valorizzano tutte le soavità intrinseche del dolce stesso e del bicchiere di vino.

Mi raccomando … non dimenticarsi di accompagnarla con le castagne, soprattutto quelle arrosto, in cui la leggera vena tostata, per non dire bruciacchiata della buccia e la dolcezza del frutto, ne risaltano la piacevolezza.

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