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Conversazioni. Uomini, vini e territori

Ettore Nicoletto, il sorriso di un grande (gruppo)

di Elisabetta Tosi

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E’ forse la prima cosa che ti colpisce di lui: potrebbe guardarti dall’alto in basso (letteralmente), forte della posizione (alta) che riveste in una delle più note e importanti griffe del vino italiano, invece Ettore Nicoletto, CEO del gruppo Santa Margherita è una persona di grande e affabile semplicità, dotato di una notevole capacità di entrare subito in sintonia con le persone, di una classe innata e di un magnifico sorriso. Aperto e sincero. Il convegno “La sfida della qualità: quale futuro per il vino dell’Alto Adige?” organizzato a Bolzano a fine ottobre per festeggiare i 90 anni della Cantina Kettmeir (da anni nell’orbita di Santa Margherita) è stato l’occasione per strapparlo per qualche minuto ai suoi doveri istituzionali e fare due chiacchiere.


A quale età hai bevuto il tuo primo bicchiere di vino?


Beh, bicchiere è una parola grossa! Però l’iniziazione al vino, per curiosità mia più che per stimolo da parte dei miei genitori, direi che è avvenuta verso i cinque-sei anni...Un po’ di acqua e vino inizialmente, per poi passare al dito...


Che tipo di vino?

Vino rosso, rigorosamente, e il vino era senz’altro locale, di quello che i miei genitori compravano con le damigiane. Siccome anch’io li aiutavo a imbottigliare, ogni tanto tirando dalla canna riuscivo a bere più di una goccia.


Non male come prime esperienze! e poi cos’è successo, sei diventato un alcolista?

(ride) No! non sono cresciuto alcolizzato, come vedi. Dopo queste prime esperienze ho fatto tutto il periodo della scolarizzazione, dell’università, e anche oltre, bevendo con assoluta moderazione, consapevole che l’alcol è un prodotto che può inebriare, alterare i riflessi...Non ho mai preso sbornie con il vino, perché l’ho sempre visto come qualcosa da abbinare all’esperienza gastronomica, per valorizzare ciò che mangiavo: una cosa che mi è stata insegnata a casa, in famiglia.

Quand’è iniziata la tua avventura nel vino da un punto di vista professionale?

Ad una età abbastanza avanzata, a 27 anni.


Cosa significa essere l’amministratore delegato di uno dei brand più famosi nel mondo del vino?

Una bella responsabilità. Perchè hai delle famiglie che in azienda lavorano e mangiano grazie al marchio Santa Margherita, e quindi devi garantire continuità di business. E non solo alle famiglie che lavorano all’interno della nostra organizzazione, ma a tutto l’indotto, a quelli da cui compriamo il vino, o le uve. Devo dire che Santa Margherita ha una filosofia particolare a questo proposito, perchè da sempre qui nel Veneto orientale sostiene tutto il tessuto socioeconomico, soprattutto della parte viticola.
E’ la cultura di Marzotto: sostenere le comunità del territorio in cui lavoriamo. Questa sorta di cultura welfare viene trasmessa anche a noi dirigenti.


Cosa ti piace della tua posizione?

Il fatto di mettermi sempre in discussione, di costringermi a chiedermi se sono sicuro che una certa cosa è giusta o se non è il caso di discuterne insieme ai miei collaboratori...


Già, i collaboratori. Quanto conta il team?

E’ fondamentale, senza il team non si va da nessuna parte. E non è una cosa retorica o scontata. Per creare un gruppo ci vuole molto tempo: io sono arrivato in Santa Margherita nel 2004, in una posizione diversa da quella attuale, poi ho avuto la fortuna di crescere professionalmente all’interno della società e soprattutto la grande fortuna di costruire una squadra. Però ci ho messo 5 anni per essere a regime. E quando hai una squadra di collaboratori in gamba, competenti, ti senti anche più sicuro di quello che fai.


Guardando ai tuoi collaboratori, a persone come il direttore marketing Lorenzo Biscontin o al brand ambassador Alberto Ugolini, si nota soprattutto una cosa: sono tutti giovani. E questo trasmette dell’intera azienda un’idea di grande dinamismo...

Non c’è dubbio che all’interno del nostro team ci sia una certa...effervescenza, e non solo perchè produciamo spumanti, ma perchè si tratta di persone che vengono da varie esperienze, da settori anche diversi...Forse a volte pecchiamo addirittura di esuberanza, e abbiamo bisogno di fermarci un po’ per consolidare le cose che abbiamo fatto. La filosofia di oggi è fare poche cose ma bene, utilizzando le risorse a nostra disposizione.


Il vino che sta dando più soddisfazioni a Santa Margherita?

Il Pinot grigio.


Ancora?!

Ancora. Anche se devo dire che la new entry è il Prosecco. Una lieta sorpresa per alcuni, una conferma per me. Il Prosecco può rappresentare il pilastro del futuro. Dopo il consolidamento del fenomeno Pinot grigio, crediamo che il Prosecco abbia un grandissimo futuro, internazionalmente parlando.


Cosa fa Ettore Nicoletto quando non si occupa di vino?

Bella domanda. Non riesco a immaginare un momento in cui non mi occupo di vino, purtroppo. Cerco di stare con la famiglia, anche se le dedico poco tempo, soprattutto a mia figlia, che è piccola, ha solo sei anni...e poi sono un giocatore di golf. Ma ormai è diventato appunto solo un gioco, per me. Mi dispiace non poterlo più praticare come sport, sono stato uno sportivo anche ad alto livello, nel motociclismo...Purtroppo non lo posso più fare, e il mio fisico ogni tanto si lamenta.


Ultima domanda: il tuo vino preferito?

Tra i rossi, il Lagrein, nella sua versione giovane e con poco legno, o con un legno molto ben integrato; e l’Aglianico del Vulture. Se non sono ad un pranzo o ad una cena di lavoro, a casa mi piace provare i vini di amici e concorrenti: i più svariati.

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Veronese, laureata in Filosofia, dopo anni di collaborazioni su testate nazionali, radio e televisioni, con il trasferimento in Valpolicella si dedica...

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