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Viaggi enogastronomici

Rùfina e Barbaresco Vini al TOP (Prima Parte)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Per il terzo anno consecutivo ho l’onore e il piacere di partecipare alla consueta kermesse novembrina che il Consorzio del Rùfina, sì ormai possiamo chiamarlo così, organizza nella cornice del centro storico di Firenze. Il nome Chianti gli sta un po’ stretto e gli fa un po’ ombra. Il Rùfina “è cresciuto assai”, direbbe Edoardo se potesse assaggiarne la pienezza, la pulizia, la struttura e la piacevolezza e Gino Veronelli che ne ha sempre sostenuto l’originalità e l’autonomia sarebbe qui con noi in prima fila a celebrarne l’alta qualità organolettica e la piacevolezza della beva.

Vedi anche: Rùfina e Barbaresco – Anteprime Rùfina 2008 e 2007 Riserva (Seconda Parte).

Stavolta siamo in riva destra all’Arno, nelle sale maestose tra il barocco e il liberty del Grand Hotel Firenze. Giovanni Busi e gli altri 22 produttori del Consorzio fanno sempre le cose in grande per il loro grande vino e Lucia Boarini ha superato sé stessa per organizzare la manifestazione.
Si assaggiano sei campioni Riserva del 2006, scelti da Burton Anderson e da Ian D’Agata in modo da rappresentare tutte le principali tipologie del piccolo territorio del Rùfina. Ma si è anche voluto proporre un confronto con un altro grande vino nazionale, il Barbaresco. Non vuole essere una sfida, ma solo un esperimento conoscitivo per rilevare le differenze del territorio, dei terreni, dei vitigni, dell’altura, dell’affinamento. Dunque dodici campioni e per finire, a sorpresa, due super campioni, il Rùfina Frescobaldi Montesodi del 1985 e il Barbaresco Martinenga Camp Gross del 1985.
Il giorno dopo tutti alla Villa Reale di Rùfina per la consueta degustazione in anteprima dell’annata 2008, con 17 rappresentanti, e delle riserve 2007 con 21 esemplari.
Si chiude con altri due giorni nel territorio di Greve in Chianti per trascorrere qualche ora con gli amici genovesi che ci ospitano.

Venerdì 13 Novembre 2009.

Siamo da ieri nella zona di Greve in Chianti per trascorrere qualche ora con Antonietta e suo marito, gli amici genovesi che hanno appena acquistato una casa in un antico borgo verso Figline. Di qui arrivare nel quartiere Ognissanti di Firenze è un viaggetto. Sarebbe stato bello farlo in calesse come un secolo fa, per i viali alberati e le stradine sterrate che circondavano allora Firenze. Sarebbe stata tutt’un’altra poesia. Oggi invece ci muoviamo col Tom Tom, che porta quasi sempre a destinazione senza intoppi, ma muoversi tra auto nervose, fermarsi continuamente ai semafori, controllare la velocità massima che non superi i limiti per evitare i flash degli autovelox, è piuttosto stressante che poetico, anche quando il viaggio dura poche decine di minuti.
Comunque alle tre siamo al Grand Hotel. Il Presidente del Consorzio e Lucia aspettano gli ospiti all’ingresso, per un benvenuto cordiale e caloroso. Un’ultima rinfrescata in camera e poi si sale al primo piano nella sala degli specchi per la conferenza e gli assaggi.

I guru del vino

La sala è uno spettacolo di decori barocchi e di marmi e di gioco di specchi che creano un caleidoscopio di riflessi che ne riempiono la profondità e ne aumentano la sensazione di spaziosità quasi infinita, in mille riflessi a destra e a sinistra. L’ambiente esalta la piacevolezza della degustazione.
In fondo alla sala a sinistra cinque persone vestite con abiti neri bordati di bianco, due donne e tre uomini, sono i sommeliers dell’AIS di Firenze, immobili con la bottiglia in mano in attesa di iniziare il rito del versamento del vino nel bicchiere per la degustazione dei dodici vini (più due) all’ottantina di persone presenti in sala, una ventina tra produttori e ospiti e una sessantina di giornalisti, alcuni delle principali testate nazionali e moltissimi stranieri, da tutto il mondo.
A destra il palco con al centro il Presidente Giovanni Busi, che verso le tre e mezza apre ufficialmente il convegno. È il terzo anno ed è il terzo luogo che ci ospita. Il fatto è che ogni anno ci sono sempre più persone che si interessano al Rùfina e anche quest’anno c’è una grande platea di giornalisti per cui occorreva un “grande” hotel per ospitarli tutti. Si parla molto di territorio e di vini del territorio. Per questo si è pensato a un confronto tra i vitigni sangiovese e nebbiolo e i due grandi vini che ne derivano: Chianti Rùfina e Barbaresco, rappresentato qui dal Presidente dell’Enoteca Regionale del Barbaresco, Giancarlo Montaldo. Giancarlo ricorda come l’Enoteca attiri molti turisti che vanno a visitare le Langhe e il Roero, in quanto ne rappresenta un punto di riferimento solido e competente.
Dall’altro lato del Presidente, due guru del vino, Burton Anderson, e Ian D’Agata, di cui ho ancora in mente le parole riguardo la verticale di Schioppettino a Prepotto, solo qualche mese fa.
Burton è un grande conoscitore di vini italiani e ricorda che il primo approccio con il Chianti Rùfina lo ebbe all’inizio degli anni ’70 con le eccellenze di Spalletti e forse pochi altri. Oggi i produttori tutti hanno fatto grandi progressi e tra le DOCG il Rùfina rappresenta il vino a qualità più costante e con il miglior rapporto qualità prezzo. Quella di oggi non è una gara tra due grandi vini, ma piuttosto una competizione amichevole. Non si vogliono stabilire delle priorità, né decidere quale è più buono o più interessante, ma piuttosto si vogliono definire delle caratteristiche legate al vitigno e alla territorialità. Negli anni ’70 il fiasco del Chianti era il simbolo non solo del vino, ma proprio della Toscana nel mondo e ad esso il Chianti è rimasto legato per qualche decennio. Poi col cambiare dei gusti e delle mode, ha perso il suo fascino e anche il Chianti ne ha seguito la decadenza, per risollevarsi poi molto lentamente e avviarsi a risalire la china delle vendite.
Ian racconta di avere avuto come maestri che lo hanno indirizzato al vino i suoi amici canadesi, Veronelli (Gigi è stato veramente il maestro di tutti con la sua originalità, competenza e schiettezza oratoria e di pensiero) e poi proprio lo stesso Burton, con i suoi libri sui vini italiani.
Ian presenta alcune immagini proiettate al centro della sala dal computer che illustrano prima i Chianti, poi il Rùfina e infine il Barbaresco.
Sono otto le tipologie di Chianti: Classico, Colli Aretini, Colli Pisani, Colli Senesi, Colli Fiorentini, Montalbano, Montespertoli, Rùfina.
Rùfina è il più alto dei Chianti, cresce e matura in vigneti tra i 200 e i 500 metri sul livello del mare.
Tutto il territorio copre solo 12.500 ettari (meno di un trentesimo di tutto il Chianti), di cui 750 vitati, con 23 produttori su cinque comuni: Rùfina, Dicomano, Londa, Pelago e Pontassieve.
La sua storia risale all’editto del 1716 di Cosimo Terzo dei Medici, che ha preceduto di quasi 150 anni la prima e più famosa classificazione dei vini e vitigni ad opera dei francesi per la Borgogna e il Bordeaux.
Il Barbaresco è molto simile al Rùfina. Conta 757 ettari vitati, a un dislivello tra i 270 e i 320 metri ed è rappresentato da circa 135 produttori, dunque con appezzamenti più parcellizzati, mediamente un sesto di quelli del Rùfina. Quattro i comuni con Barbaresco, Neive, Treiso e San Rocco Senodelvio.
I vini per la degustazione sono stati scelti in modo da valutare zone diverse di provenienza, sia per i sei Rùfina, sia per i sei Barbaresco.
È stata scelta l’annata 2006, eccellente per entrambi i territori, e costituita da maturazione lenta e scarsa piovosità.
Tocca infine agli altri due ospiti invitati per discutere sugli aspetti commerciali e di marketing, mai come oggi attuali e di grande interesse, soprattutto per i produttori.
Ne parlano Barbara e Silvano Formigli.
Barbara da vent’anni vende vini all’estero. I Rufina stanno facendo passi da gigante come qualità e anche come quantità di sforzi per frasi conoscere. C’è comunque nella stragrande maggioranza dei mercati esteri, un forte interesse per i vini non standardizzati, vini che esprimono le caratteristiche di un territorio e in questo senso i produttori italiani seri e attenti possono dormire sonni tranquilli. È però fondamentale che tutto il Consorzio operi come un unico organismo per trasmettere qualità e carattere in tutti i suoi componenti.
Silvano sostiene che sia necessario spingere la promozione del Rùfina di per sé, non come sottozona pressoché sconosciuta al grande pubblico della numerosa famiglia del Chianti, che, a causa del disciplinare, premia esclusivamente il Chianti Classico con il suo Gallo Nero. Aggiunge un invito ai giornalisti a parlare di territorio e insegnare al grande pubblico come si legge un’etichetta, facendo attenzione ai piccoli dettagli. Ad esempio se vedo scritto “imbottigliato da” devo sapere che le uve possono venire da qualsiasi parte, mentre se leggo “imbottigliato all’origine da” allora sono certo che le uve provengono tutte dall’azienda, ovviamente sempre a meno di frodi o furberie.
Occorre dunque aggiungere al nuovo modo di produrre che fa eccellere la qualità e non la quantità, un nuovo modo di vendere, mettendo in luce proprio le caratteristiche del territorio piuttosto che la genericità delle uve e della loro origine.
Durante la presentazione e discussione si è proceduto alla degustazione dei vini, prima i sei Rùfina e poi i sei Barbaresco del 2006. infine, separatamente e come sorpresa finale dei due Consorzi, i due grandi vini del 1985.

La degustazione

Riportiamo di seguito le tipologie delle etichette assaggiate, un giudizio sintetico del tutto personale e una votazione, anch’essa personale, sulla gradevolezza complessiva del campione assaggiato.
Si ricorda che nulla il vino è un elemento in continua evoluzione e che ogni bottiglia fa storia a sé per cui può succedere talvolta di leggere giudizi diversi sullo stesso vino, proprio perché ogni bottiglia segue la sua strada e costituisce un binomio inscindibile con il vino che contiene.
Di nessun vino è stato possibile rilevare il lotto di provenienza.

I Rùfina Riserva 2006.

Primo Rùfina Riserva 2006
Azienda Agricola Fràscole – 14 gradi
Sangiovese 95% e Merlot 5%.
Colore rubino brillante e caldo
Naso pulito con sentori di frutti rossi, note di tabacco, lieve speziatura.
Bocca con estrema armonia ed equilibrio, buona persistenza ed elevata sapidità. Al retrogusto restano note di mirtillo, di ciliegia e una piacevolissima salinità, quasi da viti marine.
Punteggio attribuito: 92 / 100.

Secondo Rùfina Riserva 2006
Azienda Agricola Cològnole – 14 gradi
Sangiovese 100%. Affinamento in botte grossa.
Colore rubino pieno
Naso con sentori lievi di ridotto, note vegetali e una sensazione di malolattica.
Bocca discretamente armonico, pieno, di buona sapidità con un piacevole retrogusto di ciliegia.
Punteggio attribuito: 83 / 100.

Terzo Rùfina Riserva 2006
Azienda Agricola Il Pozzo – 14 gradi
Sangiovese 80%, Merlot 9% e altri 7% + 4%. Affinamento in botte grossa.
Colore rubino setoso
Naso pulito ma poco intenso, con sentori di frutti rossi maturi, lieve speziatura e note balsamiche.
Bocca con buon equilibrio e discreta armonia; buona sapidità, abbastanza fine ed elegante. Lievemente corto.
Punteggio attribuito: 88 / 100.

Quarto Rùfina Riserva 2006
Azienda Agricola Travignoli – 14 gradi
Sangiovese 100%. Affinamento in botte grossa.
Colore rubino vivo e luminoso.
Naso pulito con sentori di nocciola, spezie e piccoli frutti rossi.
Bocca si presenta pieno, armonico, con elevata sapidità, ampia freschezza, lungo e persistente. Al retrogusto emergono l’amarena e il mirtillo.
Punteggio attribuito: 91 / 100.

Quinto Rùfina Riserva 2006
Fattoria Castello del Trebbio – 13,5 gradi
Sangiovese 100%. Affinamento in botte grossa e barrique.
Colore rubino caldo
Naso con leggere sensazioni di vegetale e una punta di malolattica.
Bocca di discreta armonia con una lieve nota di ruvidità, persistente e ricco di tannini. Al retrogusto leggera sensazione di lampone su un fondo fi ciliegia.
Punteggio attribuito: 86 / 100.

Sesto Rùfina Riserva 2006
Fattoria Selvapiana – 14,8 gradi
Sangiovese 100%. Affinamento in botte grossa e barrique.
Colore rubino con aspetto setoso.
Naso con sentori vegetali abbastanza netti e un fruttato di media intensità.
Bocca emerge la ruvidità per la prorompenza dei tannini, che denotano gran corpo ma riducono l’equilibrio e l’armonia. Ha un probabile potenziale di lungo invecchiamento e maturazione.
Punteggio attribuito: 86 / 100.

I Barbaresco 2006.

Voglio premettere una nota che riguarda tutti i sei Barbaresco assaggiati. Tutti i Barbaresco sono Nebbiolo 100%. Le vigne di provenienza hanno un’età media attorno ai quarant’anni, contro i quindici – venti di quelle del Rùfina. Come saranno i Rufina fra una generazione? Tutte le vigne che abbiamo assaggiato hanno un’esposizione tra Sud e Sud Ovest, dunque ottimale. Ciò nonostante i Rùfina non hanno affatto sfigurato di fronte ai più blasonati piemontesi.

Primo Barbaresco 2006
Azienda Agricola Adriano Marco e Vittorio – Sanadaive di San Rocco Senodelvio – 13,5 gradi
Colore rubino dorato e luminoso
Naso con lieve sensazione di smalto su un sentore di nocciola netto e poi note di frutti rossi piccoli.
Bocca con una piacevole freschezza, pieno, lungo, di ampia sapidità e finezza, leggera sensazione tannica e piacevole retrogusto di mandorla.
Punteggio attribuito: 85 / 100.

Secondo Barbaresco 2006
Azienda Agricola Ca’ del Baio – Valgrande – 14 gradi
Colore rubino dolce
Naso leggera sensazione di fruttato su una nota balsamica fresca e piacevole.
Bocca con una sorprendente ampiezza e sapidità, con tannini caldi e persistenti e un retrogusto di lampone e leggero agrumato di cedro.
Punteggio attribuito: 89 / 100.

Terzo Barbaresco 2006
Azienda Agricola Giuseppe Cortese – Rabajà – 14 gradi
Colore rubino caldo e brillante
Naso con evidente sentore speziato, pulito, intenso, con note di tabacco, rosmarino, decisamente complesso e gradevolissimo.
Bocca con una piacevole armonia, pieno, elegante, estremamente giovane e fine. Al retrogusto emerge la ciliegia e piccoli frutti rossi con note di fico e di nespola.
Punteggio attribuito: 92 / 100.

Quarto Barbaresco 2006
Azienda Agricola Cantina del Pino di Renato Vacca – Ovello – 14,4 gradi
Colore rubino chiaro e brillante
Naso con lieve sensazione di smalto su un sentore di frutti rossi e note di agrumi e pera.
Bocca con una buona armonia e finezza, pulito, caldo, lieve tannicità nel retrogusto con note di mandorla e mirtillo.
Punteggio attribuito: 89 / 100.

Quinto Barbaresco 2006
Azienda Agricola Sottimano – Currà – 14 gradi
Colore rubino spento
Naso con grande complessità e pienezza per sentori di tabacco, cuoio, spezie e frutti rossi maturi in un piacevole amalgama finale.
Bocca con evidente eccesso di tannini che lo rendono al momento disarmonico, tanto da coprire e nascondere le altre sensazioni. Deve maturare..
Punteggio attribuito: 85 / 100.

Sesto Barbaresco 2006
Azienda Agricola Castello di Neive – Santo Stefano – 14,5 gradi
Colore rubino antico lievemente aranciato
Naso con ampia complessità su un fondo pulito e sensazione prevalente di speziato.
Bocca con una esuberanza di tannini ancora giovani e piacevoli note agrumate. Al retrogusto la mandorla e la nespola italiana.
Punteggio attribuito: 88 / 100.


Alla fine i commenti dei giornalisti italiani e stranieri concordano nella meraviglia dell’ampiezza qualitativa ed espressiva del Rùfina, come lo chiamava tout court Gino Veronelli.
Il Barbaresco è sempre all’altezza della sua fama, meritata.
Si chiude la degustazione con i due Over the Top:
per il Rùfina il Montesodi 1985 di Frescobaldi – gli do 96 / 100
per il Barbaresco il Camp Gross 1985 di Azienda Agricola Martinenga – gli do 93 / 100

Ancora due interventi: Nicolò D’Afflitto per il Rùfina e Marco Dotta per il Barbaresco.
Nicolò racconta il suo approccio con il mondo del vino, iniziato nel cuore del Medoc negli anni ’70, quando girò in lungo e in largo per quei 60 chilometri di sabbie e poca argilla. Anche la zona del Rùfina ha nella zona più bassa strati di sabbie alluvionali mentre dai 300 metri ai 370 vi sono argille bianche, quelle per fare i mattoni, attorno ai 400 si hanno scisti e galestro e più su ancora arenarie gialle e compresse. Questa varietà di terreni si traduce in estrema varietà e longevità dei vini che qui si producono.
Marco è l’enologo del Barbaresco delle Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Grésy, che comprendono tre aziende agricole situate nelle Langhe e nel Monferrato. Il terreno qui è prevalentemente calcareo, quindi produce un vino che da giovane è burbero e quasi scontroso, ma ha una grande longevità e piacevolezza nella maturità.

La chiusura vera e propria la fanno Ian, Burton, Montaldo e infine il Presidente Giovanni Busi che invita tutti alla cena a buffet che sarà servita a piano terra, sotto alla sala di degustazione.

La cena a buffet

Siamo nella sala a piano terra con le enormi vetrate colorate e gli stucchi di gran classe. Si chiama il Giardino d’Inverno e ha il fascino dei luoghi “santuario” stile liberty, tipo fine ‘800, tra la Londra delle grandi stazioni e la Vienna dei grandi alberghi.
Due tavoli grandi laterali per i cibi salati, due tavoli più piccoli per la mescita dei vini, un grande tavolo ovale al centro per i dolci alla fine della cena. In mezzo e ai lati, sotto il porticato, i tavoli rotondi per gli ospiti.
Tante le pietanze, discreti gli antipasti, mediocri i primi, buono il roastbeef, se si sa scegliere la fettina di carne più in linea con la giusta cottura, altrimenti sembra stopposo e diventa immangiabile. Buone anche le verdure.
Peccato che gli oli non siano affatto all’altezza del resto.
Per citare il massimo del “non fatelo mai” due bottiglie in tavola di olio Avignonesi, quelle eleganti fatte a tronco di cono molto allungato, di grande fama. Se andavate a vedere la scadenza, come ho fatto io, non la trovavate e in compenso vi cadeva sotto l’occhio la data del raccolto: 2004. Beh, un olio di cinque anni non è così comune. Forse non si è ancora capito che l’olio non è come il vino, non va fatto invecchiare. Al massimo, se è fatto molto bene, può durare un paio di anni dalla raccolta, ma non di più.
Tanto è vero che stasera ci avevano persino condito il cavolo nero passato in padella, che aveva mantenuto un sentore di riscaldo e di rancido da rivoltare.
Ma possibile che, in un catering di questo livello, che non voglio immaginare da chi sia stato fornito, all’interno del Grand Hotel Firenze, nessuno curi la freschezza degli oli messi in tavola, in una terra vocata come la Toscana. Se vi sono rimaste bottiglie di olio vecchio, buttatele nel motore della vostra automobile, ma non proponetele ai motori umani che da voi si cibano e soprattutto non usatele per rovinare cibi freschi e profumati. Alla fine si tratta di pochi euro e vi rovinate per mesi un’immagine costruita con sudore e fatica in tanti anni di buona professionalità!
Ci siamo sbizzarriti in compenso con i dolci, a volontà, con torte di frutta, millefoglie alla crema, torte sacher, charlotte e pasticceria secca.
Vini Rùfina eccellenti, sia nei rossi sia nel Vin Santo.
Fino alle undici si sta a chiacchierare piacevolmente ai tavoli ben assortiti e poi una foto ricordo dei genovesi prima del ritorno in camera per la notte.

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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