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Mondo Vino

Con tutte quelle bollicine...

di Riccardo Modesti

MappaArticolo georeferenziato

Viaggio virtuale nella viticoltura inglese alla scoperta di un potenziale che potrebbe esprimersi in maniera inaspettatamente positiva
di Riccardo Modesti


Per entrare nel tema...

Contro i pericoli per la viticoltura delle medie latitudini indotti dal riscaldamento globale e dalle massime estive sempre più massime ci sarebbe, secondo chi cavalca con convinzione questo cavallo, un solo rimedio: spostare la viticoltura a latitudini maggiori. Per il nostro emisfero significherebbe perciò spingersi ancora più a nord. Vediamo allora chi c'è più a nord di noi: nello specifico ci occuperemo della vitivinicoltura del Regno Unito, premettendo subito in modo leale di essermi perso finora ogni occasione per assaggiare le produzioni enologiche "made in UK", né tanto meno di aver mai visto un vigneto da cui dette produzioni risultano. Gli unici dati significativi di base di cui dispongo, e dai quali parto, li condivido subito con chi mi legge:
" Il sud dell'Inghilterra, segnatamente la zona che gravita attorno alle bianche scogliere di Dover, presenta alcune analogie pedologiche con la Champagne: ci riferiamo in particolare alla costituzione prevalentemente gessosa del terreno, uguale per età e caratteristiche a quella della Côtes de Blancs. Non stupitevi di ciò: la geologia riserva grandi sorprese...;

" Non solo per via di questa coincidenza legata al gesso, il Regno Unito è considerato piuttosto interessante proprio per la produzione di spumanti metodo classico: a questo proposito qualcuno ha scritto che si tratta di vendemmiare uva non matura e quindi un posto dove l'uva difficilmente matura è ideale per questi progetti...; " Sempre con riferimento alle bollicine, l'idea che fu il celebre Dom Perignon ad aver inventato nel 1695 il vino rifermentato in bottiglia va a scontrarsi con la tesi secondo la quale fu piuttosto tale Christopher Merret, come egli descrisse in un documento presentato nel 1662 alla Royal London Society, ad aver per primo studiato e imparato a gestire in maniera consapevole il processo di produzione. Tale tesi si fonda su dati storici di avanzamento tecnologico, secondo i quali i francesi non sarebbero stati né provvisti di bottiglie di vetro in grado di resistere alla pressione sviluppata - i primi a produrne furono proprio gli inglesi intorno al 1630 - né di avere un sistema di chiusura, segnatamente il sughero, in grado di fornire una tappatura adeguata - il sughero venne infatti importato in Inghilterra dal Portogallo.
Ciò che faremo, pertanto, sarà un viaggio virtuale tra diverse fonti localizzate su internet, partendo dal presupposto che, in fondo, c'è sempre qualcosa da imparare...


Dati storici

La cosa che difficilmente ci si aspetterebbe è di trovare una così corposa documentazione relativa alla vitivinicoltura britannica: c'è comunque incertezza su chi furono stati i primi "importatori" della vite sul suolo britannico, cioè se i soliti Romani piuttosto che una popolazione a loro antecedente, i Belgi. Di sicuro c'è che i Romani, oltre a importare il vino, tentarono di produrlo: di ciò ne scrisse Tacito, il quale peraltro si lamentò non poco del clima locale, e di ciò si è pure trovata traccia durante un recente scavo archeologico, dal quale si è potuto concludere di essere di fronte a un vigneto di almeno 35 ettari.

L'avvento della cristianità e la fondazione dei monasteri, che seguirono la ritirata romana, furono una catena di eventi favorevoli alla viticoltura locale, poiché è ben nota la benevolenza dimostrata dai monaci nei confronti della bevanda di Bacco. L'arrivo dei Vichinghi interruppe bruscamente questa situazione idilliaca, e per ritornare a uno standard di viticoltura accettabile occorse attendere l'arrivo di Guglielmo il Conquistatore e dei Normanni: i monaci arrivati a ruota della conquista ripristinarono un consistente numero di monasteri e di vigneti, tanto che in alcuni scritti giunti fino a noi se ne contarono più di una quarantina.

I secoli successivi videro però il declino dei monasteri e dei loro vigneti, culminato con un provvedimento legislativo del 1536 - sotto Enrico VIII e chi altri sennò...- che ne decretò l'esproprio: anche il clima però, divenuto nel frattempo più umido e meno caldo d'estate, contribuì alla quasi sparizione della coltura. Il vino britannico entrò quindi in una situazione di oblio, mai veramente interrotto, nonostante qualche ardimentoso quanto sporadico tentativo, fino agli anni '50 del secolo scorso: il merito di ciò va ascritto a tre personaggi di cui non vi parlerò - si chiamavano Ray Barrington Brock, Edward Hyams and George Ordish - che, in base all'equazione "uso di ibridi resistenti al freddo + nozioni sul controllo delle malattie fungine = possibilità fare vino", fecero da veri apripista alla significativa - facendo le debite proporzioni - ripresa odierna.


Una fotografia

I dati risalenti al 2004 (fonte: englishwineproducers.com) ci informano che gli ettari in produzione sul suolo britannico, distribuiti tra Inghilterra e Galles, sono 722, numero raddoppiato in 15 anni. Sempre con riferimento al 2004, apprendiamo che la produzione in ettolitri ammonta a poco più di 19.000, 16.000 dei quali di vini bianchi, per un totale di 1,9 milioni di bottiglie. I vigneti censiti erano 339 distribuiti tra 106 aziende, con una dimensione media di 2,24 ettari. Sempre dal 2004, inoltre, anche il vino inglese può fregiarsi di una piramide di qualità, nella quale rientrano i soli vini prodotti sul suolo britannico da uve britanniche: si tratta di una piramide piccina, visto che consta di soli due livelli:

" UK Table Wine: sono vini che non hanno controlli particolari rispetto alla loro qualità
" English/Welsh Quality Wine Psr (prodotto in regione determinata): sono vini che hanno superato controlli organolettici e hanno ottenuto un giudizio di conformità del processo produttivo rispetto alle normative europee. In questo lotto non rientrano, visto che parliamo di normative europee, i vini prodotti da ibridi per i quali è prevista la classificazione Regional Wines.

Una possibile fonte di equivoco rispetto a questa "piramidina" è costituita dai vini etichettati come "British wine": si tratta di prodotti fatti sul suolo britannico ma non derivanti da uve coltivate sul suolo di Sua Maestà Elisabetta II - che pochi sanno essere anche Regina del Canada -.
Sempre englishwineproducers.com presenta poi una bella carrellata delle varietà coltivate e delle loro caratteristiche, nella quale si incrociano sia perfetti sconosciuti o quasi, tutti ibridi o incroci, quali Bacchus, Faberrebe, Huxelrebe, Madelene Angevine, Optima, Orion, Phoenix, Reichensteiner, Seyval blanc, Würzer - questo è un Müller-Thurgau x Gewürztraminer -, Dornfelder e Rondo, che nomi già più affermati, riconoscibili e "nobili" quali i Pinot (nero, bianco, grigio e Meunier), Chardonnay, Kerner, Auxerrois e Müller-Thurgau.

La straordinaria serie di vitigni che abbiamo appena visto è costituita, come accennato, da ibridi - come Seyval blanc o Phoenix - o da incroci prevalentemente di origine tedesca o svizzera: non dimentichiamo infatti che in queste nazioni si è lavorato e si continua a lavorare alla creazione di varietà in grado di assicurare buone performance in ambienti vitivinicoli più freschi.

Gli inglesi ripartirono negli anni cinquanta proprio da questi vitigni, secondo l'idea affatto peregrina che se fossero stati selezionati per compatibilità con condizioni climatiche simili alle proprie sarebbero potuti essere utilizzati anche sul suolo britannico. In effetti tali "carneadi" della viticoltura mondiale hanno mostrato di essere adatti alla bisogna, e a tutt'oggi gran parte dei vigneti di Inghilterra e Galles li ospitano con risultati che, a detta delle trionfalistiche parole che si possono trovare sui siti web aziendali, sarebbero eccellenti.
L'idea base, ovviamente, è sempre stata di mettere in campo varietà che potessero maturare in maniera accettabile nella breve stagione vegetativa locale e che non richiedessero, soprattutto, sommatorie termiche elevate.

La cosa più singolare è che le aziende che allevano vite e producono vino sono sparse in quasi tutta l'Inghilterra e il Galles, con l'eccezione delle contee appena a ridosso del "confine" scozzese. Come è giusto che sia, comunque, la numerosità maggiore si riscontra nel sud dell'Inghilterra, giusto dirimpetto alla Francia. Insomma, il coraggio e l'ardimento non fanno certo difetto ai sudditi di Sua Maestà, anche se bisognerebbe verificarne poi i risultati. Fortunatamente la vitivinicoltura britannica non si è fermata a produrre mirabolanti vini da Reichensteiner o Rondo: il merito va dato tutto a chi si è ricordato del già citato Christopher Merret.


Realta che contano e curiosità

Apprendiamo infatti sempre da fonti internet come la spumantistica venga ormai considerata, sia da molte aziende che dalla stampa specializzata, come il cavallo vincente sul quale puntare con decisione. Una notizia che deve far riflettere sulla serietà con la quale è stata presa la cosa è che l'intraprendente azienda Ridgeview Wine Estate si è munita di una pressa Coquard, prodotto di punta per chi ha velleità di produrre metodo classico ad alto livello (referenze: Krug, Bollinger e Bellavista). L'acquisto di detta pressa è stato addirittura finanziato dal DEFRA (Department for Environment, Food and Rural Areas), un ente governativo che sta rivolgendo un occhio sempre più interessato alla viticoltura locale. La stessa Ridgeview avrebbe inoltre l'intenzione di quintuplicare la propria produzione "per restare al passo con la sempre crescente domanda". L'azienda, per la cronaca, si trova appena alle spalle di Brighton, nell'East Sussex e non lontano dal mare.

La vera realtà di punta della vitivinicoltura britannica è però Nyetimber Vineyards, azienda sita nel West Sussex e a poche miglia dalla costa, che aprì i battenti nel 1992 grazie alla scommessa fatta dai due fondatori statunitensi sulle possibilità di produrre in loco metodo classico d'alto livello. Quando Sandy e Stuart Moss pensarono di unire la vocazionalità del suolo gessoso ai primi segnali del riscaldamento globale sul suolo inglese, vennero ovviamente presi per matti. Matti o meno, l'azienda è partita, i vigneti producono e il nome ormai circola. Il proprietario attuale di Nyetimber è un abbiente uomo d'affari olandese: pare che la decisione di acquistare l'azienda sia nata dall'assaggio casuale di uno dei suoi spumanti, un innamoramento decisamente folgorante e che gli è costato finora 7 milioni di sterline, somma destinata comunque a crescere poiché l'idea è quella di espandere il vigneto e realizzare una cantina sotterranea nei terreni gessosi a guisa di quelle che si trovano nella Champagne. 60 mesi di sosta sui lieviti è il periodo minimo per tutti gli spumanti aziendali che, secondo le cronache, batterebbero regolarmente molti Champagne nelle degustazioni alla cieca. Sia come sia, recentemente il Nyetimber Cuvée Classic 1998 ha sbaragliato il campo all'International Wine and Spirits Competition 2006, mentre altri prodotti targati Nyetimber hanno conquistato diversi e significativi allori.

Qualche altra referenza? Camel Valley Vineyards ha ottenuto riconoscimenti dalla qualificata testata Decanter, mentre Three Choir Vineyards è un nome che gira da tempo nel settore.
Un paio di curiosità, infine. Esiste un'azienda chiamata Strawberry Hill Vineyards, sita nel West Gloucestershire, che sostiene di produrre vino da Cabernet Sauvignon e Merlot: una notizia incredibile, vista la latitudine e viste le varietà, non c'è che dire. C'è però un trucco: le piante vengono coltivate sotto vetro, ovvero in serra. L'azienda produce anche uno spumante da uve Orion, un vitigno a bacca bianca ottenuto da Optima x Villard blanc... I più ardimentosi sono però i proprietari di Mount Pleasant Vineyards, azienda che produce del vino addirittura nel Lancashire: per chi non è pratico di geografia inglese, significa non lontano dalla Scozia e ben lontano dalla costa meridionale. In questi casi gli ibridi tornano decisamente utili per riuscire a ottenere qualcosa di simile a del vino.


Qualche conclusione

Pur essendo l'analisi effettuata sicuramente lacunosa qualche spunto interessante comunque c'è. Secondo i media locali la vendemmia 2006 si preannuncia particolarmente interessante, sia per qualità ma soprattutto per le quantità. Un altro dato importante è che il già citato DEFRA ha prodotto uno studio, disponibile su internet in perfetto stile anglosassone, in cui vengono incrociati i dati climatici più recenti - che mostrano un generale miglioramento nelle temperature medie - con le possibilità di affermazione di nuovi tipi di coltivazioni sul suolo della perfida Albione: le conclusioni evidenziano potenzialità interessanti per il Kent, zona a sud di Londra, rispetto alla vitivinicoltura, concepita in modo da ricalcare quella Champagne e da creare opportunità enoturistiche. Inoltre, l'attuale disponibilità di terreno agricolo a prezzi contenuti viene vista come in grado di attirare investitori dall'estero e conseguente know-how, in modo da ottenere un miglioramento complessivo del settore.

Insomma, sembra che si stiano gettando le basi per qualcosa di nuovo e che varrà la pena seguire: nel frattempo, chiunque mi possa dare delle informazioni di degustazione sui prodotti di Nyetimber Vineyards mi contatti pure senza colpo ferire: la curiosità, almeno per quanto mi riguarda, si fa davvero tanta.

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Riccardo Modesti

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Sono nato nel 1967 a Milano e fino a qualche anno fa ho fatto il tecnico informatico: dopo una quindicina d'anni davanti a un monitor ho cominciato...

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