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Mondo Vino

Il Sauvignon che viene da lontano

di Riccardo Modesti

MappaArticolo georeferenziato

La Nuova Zelanda è uno dei Paesi del nuovo Mondo in cui la sovrapproduzione non ha ancora fatto danni, e dove il prodotto portabandiera sembra non conoscere crisi.

È tempo di vendemmia, perlomeno in Nuova Zelanda, Paese produttore del quale ci occuperemo in questo articolo. Da qualche decennio, infatti, oltre a sfornare formidabili rugbisti e velisti, la terra scoperta dall'olandese Abel Tasman nel 1642 ha cominciato ad applicarsi con grande serietà alla viticoltura.
Inutile dire che anche qui, come in tutti i Paesi del cosiddetto nuovo Mondo, la produzione è stata negli ultimi anni in crescita costante, un andamento che anche nei prossimi anni non dovrebbe conoscere battute d'arresto. L'anno passato, il 2005, ha celebrato la nascita dell'azienda numero 500.

2006: meno quantità, più qualità

Le previsioni per la vendemmia 2006 sono di un raccolto compreso tra le 165.000 e le 185.000 tonnellate di uva, contro le 142.000 dello scorso anno e le 165.000 del 2004: si tenga però conto che nel 2005 il risultato fu molto inferiore all'anno precedente a causa delle avverse condizioni meteo durante il periodo della fioritura. Grazie a una stagione calda (il nostro inverno, la loro estate) favorevole si vendemmierà con in media con un settimane d'anticipo rispetto allo scorso anno e con un risultato in termini qualitativi che si preannuncia eccellente. Per quanto concerne invece le quantità non dovrebbe essere una grande vendemmia: questo, se vogliamo, potrebbe lasciare un po' di amaro in bocca ai produttori visto che, contrariamente ai dirimpettai australiani, la Nuova Zelanda non corre ancora nessun rischio di annegare nel proprio vino, nonostante la superficie vitata sia cresciuta di un migliaio di ettari rispetto allo scorso anno raggiungendo quota 23.000. Non siamo dunque distanti dai 30.000 ettari previsti per il 2010.

Un solo vitigno al comando: il Sauvignon blanc
Il Sauvignon, vitigno portabandiera della viticoltura locale, gode del resto ancora dei favori del mercato. La terra d'elezione per il vitigno francese si chiama Marlborough, situata nell'isola del Sud (ricordiamo infatti che la Nuova Zelanda è costituita da due isole principali, chiamate semplicemente isola del Nord e isola del Sud, anche se, trovandosi agli antipodi, è all'isola del sud che fa più freddo) e che con i suoi 10.000 ettari costituisce da sola quasi metà della produzione nazionale: qui il Sauvignon ha tutto ciò di cui ha bisogno, cioè terreni altamente drenanti di origine alluvionale, grande luminosità, forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, nonché le amorevoli cure dei viticoltori, consci del valore di questa uva. Il Sauvignon rappresenta addirittura il 36% della produzione nazionale, seguito da Chardonnay e Pinot nero con un 19% a testa, così che tre quarti del vigneto neozelandese è dunque costituito da queste sole tre varietà. Va segnalata la grande crescita, anche in prospettiva, del Pinot grigio, anche se qualcuno potrebbe puntare consistentemente sul Syrah. Al Sauvignon è inoltre dedicato un apposito programma di ricerca, chiamato manco a dirlo Flavour and Aroma, della durata di sei anni e sostenuto da un investimento di 14,5 milioni di dollari neozelandesi (un dollaro uguale 0,52 euro, in questo caso 7 milioni di euro, dunque).

Sempre più a sud
Eppure questa chicca potrebbe correre un pericolo mortale, sebbene non immediato: il pericolo si chiama riscaldamento globale, fattore che secondo Richard Smart, viticoltore e studioso australiano, potrebbe alterare l'equilibrio perfetto creatosi a Marlborough.
La soluzione per i prodi viticoltori neozelandesi e il loro pregiato vitigno sarebbe a questo punto una sola: "Going South", cioè andare verso sud alla volta della regione di Otago, dove comunque non sarebbero dei pionieri visto che proprio questa regione, che per la statistica è la zona vitata più a sud del mondo, sta vivendo da alcuni anni un'autentica colonizzazione da parte di aziende vitivinicole. Otago è la Borgogna neozelandese, dove il Pinot nero regna assolutamente incontrastato per via di condizioni ambientali ritenute assolutamente ideali per centrare grandi risultati: una particolarità di questo vigneto esteso per un migliaio di ettari circa è che, a tutt'oggi, una vite su due non è innestata su piede americano.

Problemi di manodopera
Una volta terminata anche questa vendemmia e terminato l'inverno locale sarà tempo di potatura, operazione che anche agli antipodi richiede consistente manodopera. La novità di quest'anno che interesserà la regione di Marlborough sarà lo sbarco di un consistente drappello di lavoratori provenienti dalle isole Fiji, circa duecento, selezionati tra quelli aventi un background nell'attività agricola: questo arrivo non nasce per caso ma è frutto di richieste precise espresse dai viticoltori della zona a una società di reclutamento del personale: non dovrebbe trattarsi, a occhio e croce, di losco sfruttamento visto che a questi lavoratori dovrebbe essere garantito un contratto di lavoro della durata minima di un anno, con l'obiettivo di formare manodopera specializzata.

Tappo a vite
La Nuova Zelanda è anche il Paese del tappo a vite: è qui infatti che nel 2002 è nata la New Zealand Screwcap Initiative, libera associazione di produttori di qualità che, convinti della necessità di lasciarsi alle spalle definitivamente il sughero, studiano e propugnano i benefici di questa chiusura alternativa che, lentamente, sta facendo proseliti in tutto il mondo. Da quest'anno, inoltre, è nata la International Screwcap Initiative, di fatto l'estensione dell'associazione neozelandese al di fuori dei confini nazionali. Attualmente circa il 70% del vino neozelandese è venduto in bottiglie chiuse con il tappo a vite, una quota che dovrebbe salire entro la fine dell'anno fino al 90%.

Export a gonfie vele
Nel giro di dieci anni la Nuova Zelanda ha decuplicato le proprie esportazioni, arrivate a quota 500.000 ettolitri, 420.000 dei quali finiscono in Regno Unito, Stati Uniti e Australia mentre 400.000 sono costituiti da Sauvignon e Chardonnay. Lo scorso anno, per la prima volta, il valore e la quantità destinata all'esportazione ha superato quelle relative al mercato interno, peraltro sostenuto da una discreta media pro capite di 11 litri all'anno. Sempre lo scorso anno oltre 150 aziende hanno partecipato a un programma di marketing del valore di oltre 4,5 milioni di dollari neozelandesi rivolto essenzialmente ai tre mercati esteri principali. Da notare, inoltre, che i vini neozelandesi sono quelli che spuntano di gran lunga il prezzo medio più alto sul mercato britannico, con poco meno di sei sterline e ben avanti al secondo posto, occupato dall'Australia con circa 4,20 sterline. Significa insomma che i neozelandesi riescono a vendere bene la propria merce, per lo meno in terra d'Albione.

La qualità comincia dalle fonti

Le fonti delle cifre riportate provengono dal dettagliatissimo rapporto della New Zealand Winegrowers, una vera sciccheria per chi voglia avere un quadro completo e preciso sulla viticoltura dei "kiwis".
Si tratta soprattutto di un esempio di trasparenza ed efficienza dal quale molti dovrebbero trarre ispirazione: informare in modo completo sullo stato dell'arte cosa è, oltre a rappresentare un valore aggiunto assolutamente da non trascurare, un biglietto da visita che lascia intendere molte cose. Le sfide globali, del resto, non si vincono certo con la sciatteria e il pressapochismo ...

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Riccardo Modesti

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Sono nato nel 1967 a Milano e fino a qualche anno fa ho fatto il tecnico informatico: dopo una quindicina d'anni davanti a un monitor ho cominciato...

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