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Meno male, di Enzo Zappalà

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Meno male

di Enzo Zappalà

Questo racconto vuole essere soltanto un grido d’amore per la natura e per la sua semplicità e saggezza. Ma è anche un’innocente presa in giro di certe visioni e tradizioni dell’uomo che tendono a complicare l’armonia del creato. Qualsiasi riferimento ai calendari delle semine ed a certe pratiche di coltivazione NON è puramente casuale!

Quella simpatica ed allegra pianticella di luppolo selvatico, Luppy per gli amici, cercava di trascorrere la propria vita nel modo più semplice e tranquillo possibile. Era una delle tantissime che popolavano la ripida scarpata sotto la piantagione di meli. Insieme alle sorelle si spingevano fino ai bordi della strada, ma non c’era pericolo: l’unico a passare, abbastanza di rado, era Piero sul trattore che saliva alla vigna. Quel ferro vecchio faceva però un tale fracasso che lo sentivano molto tempo prima e riuscivano facilmente a sfruttare la costante brezza per spostarsi di quel tanto che bastava per non essere investite.

A Luppy piaceva la compagnia numerosa. Spesso si avvinghiava alle amiche vicine ed insieme si aggrappavano ai cespugli più alti per salire verso il cielo. Giocavano a chi si spingeva più in alto ed a chi riusciva a contemplare meglio la campagna tutt’attorno. Ogni tanto arrivava la moglie di Piero e le staccava la “testa”. Nessun problema, niente di grave. Luppy faceva in fretta a riformarsene una nuova ed era in fondo contenta che quella vecchia finisse in un minestrone profumato o in una frittata stuzzicante e saporita. Era una pianticella socievole e le piaceva la confusione. D’altra parte se si è luppolo si deve avere questa visione del mondo, se no non si riuscirebbe a sopravvivere in quel caos di foglie e steli talmente intricati che non si capisce dove cominci una pianta e dove ne finisca un’altra.
Tutto sarebbe andato avanti così senza problemi e senza ansie e timori, ma quel foglio portato dal vento cambiò drasticamente la vita di Luppy. Le finì in pieno volto (era un bel po’ che la moglie di Piero non veniva a staccarglielo) e fu quasi costretta a leggere le poche righe ed a guardare la grande figura che copriva metà pagina. Aveva imparato a capire abbastanza bene il linguaggio degli umani, soprattutto durante la stagione di raccolta delle mele, e quindi non aveva grossi problemi a comprendere quegli strani simboli che riempivano il foglio. Era stato strappato sicuramente da un libro più grande, come si capiva perfettamente dal bordo tutto seghettato ed irregolare. L’argomento era chiaro e riguardava proprio loro, le piante. Le prime righe riportavano qualcosa di ben noto a tutte: la Luna.
Uffa! Nuovamente la Luna. Niente da fare. Gli uomini non riuscivano a pensare ad altro. Erano convinti da sempre che lei e le sue compagne dei campi ne fossero schiave e non potessero fare niente senza gli ordini precisi e drastici di quella grande sfera argentata. Come potevano le piante fargli capire che non era vero? Che loro avevano ben altri ritmi e capacità? Che erano in grado di scegliere e decidere indipendentemente? Quegli esseri a due gambe si preoccupavano della Luna e non si accorgevano minimamente delle loro riunioni corali in cui si valutavano le situazioni ambientali, il clima, lo stato delle radici, l’umidità, e si prendevano le decisioni tutte insieme in modo perfettamente democratico. No, per loro esisteva solo la Luna e le piante erano le sue stupide pedine. Che nervi!
Ben altra cosa era il Sole, ovviamente: quello sì che le faceva filare diritte. Aveva un carisma eccezionale, le trattava con la dovuta autorità e severità, ma non le faceva mancare i gesti di affetto. Senza di lui non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere. La sua energia le stimolava a mangiare ed a riprodursi. Ed era lui a decidere quando dovevano andare a dormire o darsi per morte nel periodo più freddo e buio. Grande amico e maestro, padrone e servitore al tempo stesso. Guai a chi glielo toccava, accidenti!! Ma la Luna … la Luna, no. Era troppo presuntuosa, variabile d’umore, ambiziosa ed egoista. Solo perché era grande come il Sole (ma le piante sapevamo benissimo che era solo a causa della sua vicinanza), pensava di essere altrettanto importante. Povera illusa. A volte la prendevano anche in giro, fingendo di assecondarla e di essere in trepida attesa delle sue stranezze. E poi, al momento giusto, facevano quello che volevano, lasciandola con un palmo di naso. Anche il Sole rideva di lei e della sua sfrenata superbia. Lei lo odiava e cercava di evitarlo in tutti i modi. Splendeva infatti solo di notte, mentre di giorno si nascondeva per passare inosservata. Eppure l’uomo si era fatto abbindolare ben bene e non riusciva a capire che era tutta una finzione.
Piccoli problemi per loro, vegetali selvaggi e liberi, ma enormi invece per le piante coltivate. Luppy e le compagne potevano scegliere liberamente i tempi delle loro azioni, seguendo i saggi consigli del Sole, ma le altre no. Erano vincolate alle decisioni dell’essere umano ed alla sua sudditanza psicologica verso quella boriosa rompiscatole notturna. Spesso sentivano i meli che si lamentavano e discutevano con rabbia, ma intanto non c’era niente da fare, dovevano subire e tacere. E Luppy su questo aveva le idee ben chiare, ne aveva discusso a lungo con le sue amiche e non si sarebbe mai fatta prendere in giro dalla Luna.
In quel foglio però c’era dell’altro, molto più complicato e mai sentito in precedenza. Non parlava solo di quell’arrogante sfera, ma anche di cose molto più lontane e misteriose. Parlava di stelle, costellazioni, e cose del genere. E Luppy era molto sensibile a tutto ciò. Spesso, invece di dormire, passava la notte a guardare il cielo e tutte quelle innumerevoli luci piccolissime e luminose. Così vicine che sembravano mischiarsi e si faceva fatica a riconoscerle. Erano un po’ come loro, si intrecciavano, si sovrapponevano, sicuramente contente di essere in molte, senza alcun timore per la confusione. Le sentiva come sorelle lontane e le amava profondamente, pur non sapendo cosa fossero. Nessuno degli uomini ne parlava quando veniva a raccogliere le mele od a tagliare le braccia degli alberi od a gettare le porcherie nel terreno. A lei sembravano invece degli oggetti perfetti, superiori a tutto ed a tutti, intoccabili ed onnipotenti. Avrebbe voluto, nel suo intimo, stabilire un colloquio con loro, ma non c’era niente da fare: se ne stavano lassù sempre uguali, immobili, a parte ovviamente la loro continua passeggiata notturna dovuta alla rotazione della Terra. Luppy sperava intensamente che le dessero un segno, un consiglio, magari anche un comando. L’avrebbe seguito subito, mettendosi a loro completa disposizione. Era più forte di lei: stravedeva per le stelle e ne aveva un’enorme stima.
Ma ora ecco che quella pagina strappata la poneva di fronte ad un dubbio, ad un’ipotesi che la sconvolgeva nel suo intimo più profondo. Quelle luci, irraggiungibili e misteriose, sembravano essere in stretto contatto con la Luna. Proprio con lei, con quell’oggetto celeste così falso e subdolo. Le pareva impossibile. Eppure … Il foglio lo confermava e la figura ne dava una descrizione perfetta. Fingevano di vivere indifferenti a tutto ciò che capitava nel mondo vegetale ed invece si scatenavano proprio in perfetto accordo con l’ambiziosa sfera argentata. Quella pagina non le permetteva di avere dubbi: le costellazioni, quelle strane forme che le stelle si divertivano a formare in cielo, aspettavano solo che la Luna le passasse davanti per innescare la loro forza silenziosa. Quando la viscida sfera oscurava i Pesci, il Cancro e lo Scorpione, la loro influenza si dirigeva senza titubanza verso le foglie e lo stelo di Luppy. Se invece attraversava l’Ariete, il Leone ed il Sagittario erano i suoi frutti a subirne le conseguenze. Toro, Vergine e Capricorno si concentravano sulla radice ed infine i Gemelli la Bilancia e l’Acquario sul suo timido fiore. Passò giorni di angoscia, di delusione e di sofferenza. Ma allora la Luna non era così inoffensiva? Sapendo di essere insignificante da sola si era alleata con le stelle, così potenti e lontane. E queste le avevano dato retta. Non se lo sarebbe mai aspettato. Cercò di non crederci, di non guardare quelle luci che l’avevano offesa e presa in giro. Ma non era facile.
Luppy cominciò a controllarsi sempre più spesso. Come stavano le sue radici? Come stava maturando il frutto? I semi erano prolifici? Le foglie erano un po’ ingiallite? Ed intanto sollevava freneticamente lo sguardo verso il cielo e verso la posizione della Luna. Le sembrava perfino che la guardasse con un sorriso maligno e divertito.

Non sapeva che fare. Si vergognava a parlarne con le amiche, ma intanto si chiudeva in sé stessa, si isolava e deperiva visibilmente. Cominciò a sentire i mormorii preoccupati delle compagne e qualche incitamento a riprendersi ed a tornare a divertirsi. Ma sentì anche le tristi previsioni che circolavano sempre più numerose attorno a lei. “Ho paura che non ce la farà …”, “se non si riprende la sua fine è vicina”, “guarda che magra … non passerà l’inverno”, “non ti sembra che abbia le foglie secche?”. Luppy era distrutta, ma d’altra parte era solo una pianta, che cosa si poteva pretendere da lei?
Era veramente allo stremo, quando quel vecchio cardo selvatico ebbe la forza e la saggezza di parlarle apertamente e senza tanti peli sulla lingua. “Carissima Luppy tu non hai speranza. Ti stai uccidendo con le tue stesse mani. Ho visto come scruti le stelle e come stai cadendo nella trappola della Luna. Lei vuole solo quello. Non cedere … e ribellati! Noi abbiamo una cultura immensa ed antichissima, non possiamo essere irretiti dai suoi inganni”. Lei rimase frastornata, non sapeva che dire e che fare. Ma il cardo aveva sicuramente ragione. Lo vide sorridere ironicamente e fare un segno ben chiaro con le sue “mani” pungenti. Il segno di una cosa piccola e soprattutto sprecata. Lei intuì subito a cosa si riferiva il saggio amico. Si, al cervello dell’uomo. No, loro non lo avevano. “Meno male”, pensò, “se serve solo a credere a queste insulse fantasie, glielo lascio volentieri. Preferisco restare una pianticella ingenua e stupida”. Si ridestò dall’apatia e urlò al cardo: “grazie amico. La natura deve andare avanti da sola e non può permettersi di essere presa in giro dall’ultimo arrivato.” Quella notte non ebbe più paura di guardare le stelle e la stessa Luna gli era diventata molto più simpatica. In fondo che colpa aveva veramente lei se era stata mitizzata a quel modo? Aveva solo ceduto alle lusinghe e si era sentita insostituibile. Un piccolo peccato di superbia.
L’indomani era di nuovo abbracciata alle sue amiche e gioiva dell’aria fresca del mattino. Arrivò Piero e sembrava cercasse qualcosa. Luppy capì e, aiutata dal vento, spinse il foglio verso di lui. “Povera vigna”, pensò tra sé e sé, e poi guardò quell’uomo che sembrava felice di aver ritrovato la pagina mancante. Sorrise tristemente e scrollò la sua testolina che, ovviamente, non conteneva nessun cervello pensante … “Meno male” pensò nuovamente tra sé e sé!!

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Enzo Zappalà

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Astrofisico per 40 anni, ho da sempre coltivato la passione per il vino e per il mondo che lo circonda. Vedo di traverso la seriosità che...

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