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Pesce: obbligatoria l’etichetta anti-frode, di Redazione di TigullioVino.it

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Pesce: obbligatoria l’etichetta anti-frode

di Redazione di TigullioVino.it

Negli ultimi tempi quello ittico è tra i settori alimentari a maggior rischio di truffa. Da febbraio a oggi i sequestri più consistenti sono avvenuti soprattutto in Campania, Puglia e Marche: ben 6.677 i controlli svolti, 160 le tonnellate di prodotti ittici sequestrati, 588 i reati e gli illeciti amministrativi scoperti, pari a quasi 700 mila euro di sanzioni. Ma nel DDL sviluppo, appena approvato in Senato, una norma vincola i pescatori alla trasparenza totale. Anche su pescherecci e fornitori. Ogni partita di pesce circolante in Italia dovrà essere identificabile e ciascun pesce dovrà essere chiamato sia con il suo nome comune, sia con quello scientifico. In parte oggi è già così, ma non tutti gli esercenti rispettano le regole imposte dall'Unione Europea che, con uno specifico Regolamento, (n. 104\2000), recepito in Italia dal decreto ministeriale del 27/03/2002, impone ai venditori di prodotti ittici di indicare sulle etichette alcune caratteristiche. Confrontiamo, allora, come dovrebbe essere oggi l'etichetta e come sarà in base alle nuove norme stabilite dal ddl sviluppo.

Cosa dice la legge attuale
Secondo il regolamento Ue, le etichette devono contenere tre requisiti fondamentali:
1. DENOMINAZIONE COMMERCIALLE DELLA SPECIE: è il requisito più rispettato. Facoltativa è l’aggiunta della denominazione scientifica;
2. AREA DI PESCA: le specie ittiche catturate in mare devono riportare l’area di pesca (Oceano Indiano, Atlantico, Mar Mediterraneo, ecc); per quelle provenienti da acque dolci o allevamento è sufficiente specificare, rispettivamente, il paese d’origine o quello in cui si è svolta la fase finale di sviluppo del prodotto o la fase che intercorre tra lo stadio giovanile e la taglia commerciale;
3. METODO DI PRODUZIONE: deve essere riportato secondo le seguenti diciture: “pescato”, “prodotto dalla pesca in acque dolci” oppure “allevato”. Quest’ultima informazione può essere omessa nel caso in cui dalla denominazione commerciale è chiaro si tratti di una specie pescata in mare.

Una disciplina più articolata è prevista per i MISCUGLI:
a. Se sono specie diverse, le informazioni relative al nome commerciale, all’area di pesca e al metodo di produzione devono essere indicate singolarmente per ciascuna specie;
b. Se sono specie identiche, ma catturate con metodi di produzione diversi, sull’etichetta devono essere specificati quest’ultimi;
c. Se sono di specie identiche, ma provenienti da zone di cattura (o allevamento) diverse, deve essere indicata la zona della frazione di prodotto prevalente nel miscuglio, con l’aggiunta dell’avvertenza che la altre frazioni di prodotto provengono anch’esse da zone diverse.

Cosa prevede il DDL sviluppo:

I prodotti ittici italiani, sia di pesca sia di allevamento, dovranno essere a prova di falso. I pescatori italiani dovranno fornire un elenco di informazioni inderogabili, e cioè:
-il numero di identificazione di ogni partita;
-il nome commerciale e quello scientifico di ogni specie;
-il peso vivo espresso in chilogrammi;
-la data della cattura, della raccolta ovvero la d'asta del prodotto
-Il nome del peschereccio o il sito di acquacoltura
-il nome e l'indirizzo dei fornitori
-l'attrezzo da pesca utilizzato

Adesso la palla passa al ministero delle Politiche Agricole, che dovrà mettere a punto un decreto con cui definire un sistema specifico di marcatura ed etichettatura. Ma c'è anche chi ne sarà esentato: le nuove disposizioni non si applicano, si legge nel DDL, "ai soggetti e alle imprese titolari di licenze di imbarcazioni inferiori a 15 metri" e "a tutte le partite di peso inferiore a 15 chilogrammi".


Fonte news: Repubblica

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5 Commenti

Inserito da Fabio Del Tedesco

il 14 luglio 2009 alle 10:49
#1
E' cosa buona e giusta!
Dovrebbero però venire evidenziate alcune altre pratiche di "iniezione" d'acqua ed altro che vengono eseguite soprattutto su pangasio ma anche su carni al fine di aumentane il peso port mortem.

Il processo viene utilizzato all'estero (noi italiani per fortuna abbiamo una legislazione piu' severa) viene detto "brining".
Il problema e' che carni e pesci così trattati non presentano evidenti differenze rispetto a pesci "genuini" se non quando, cotti, rilasciano una quantità impressionante d'acqua!

Inserito da Filippo Ronco

il 14 luglio 2009 alle 10:54
#2
Ciao Fabio, grazie per il tuo commento. Vuoi parlarci più approfonditamente di queste tecniche e dei paesi nei quali sono utilizzate ? Ciao, Filippo.

Inserito da Fabio Del Tedesco

il 14 luglio 2009 alle 11:12
#3
Ciao Filippo, che rapido!
Ti allego il link ad un articolo scritto in una rivista per industriali del settore, da industriali del settore.
In teoria dovrebbe essere accondiscendente nei confronti di questa praica, in realtà gli industriali stessi stanno comprendendo di aver passato il limite!

Ribadisco che queste pratiche sono particolarmente comuni in paesi che hanno una legislazione "a maglie larghe". Purtroppo su carni e pesci provenienti da tali paesi non viene evidenziato l'eventuale "trattamento". Quando tutto va bene viene iniettata solo acqua ma possono venire aggiunti ritentori idrici (così l'acqua non uscirà dalla bistecca) aromi ecc...
Considero assurdo che tali operazioni non siano molto chiaramente indicate in etichetta!
Penso al produttore di bovini italiano che li alleva e li rivende nel suo spaccio che si vede il prezzo paragonato con quello di bistecche all'acqua!
Dobbiamo pensare che per mangiar sano l'agricoltura italiana deve poter ancora esistere. E che in ogni caso anche i prodotti di agricoltura di fascia media hanno caratteristiche comunque di eccellenza rispetto agli omologhi di provenienza internazionale...
http://www.agroitticafriulana.it/ITA/rassegna/02.pdf

Inserito da Luigi Bellucci

il 15 luglio 2009 alle 01:51
#4
A proposito di pesce "fresco" in commercio vorrei segnalare un'iniziativa a mio parere molto intelligente partita nelle Marche nel 1976 (si chiamava Progetto Scirocco 36 - esiste ancora il link: http://www.scirocco36.it/index.php). Non so se abbia avuto sviluppo perchè a dare un'occhiata al sito, fatto benissimo, sembra molto magro come numero di aderenti.
Io stesso ne avevo parlato in un articolo su Tipicità (http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=997) del Marzo 2006 "Scirocco 36 ... È un consorzio che si occupa della tracciabilità del pesce individuandone e indicandone i cardini informativi, che sono Codice della partita acquistata mediante l'asta appena vista, peso della stessa, prezzo di vendita al mercato d'asta, ora di passaggio al mercato ittico."
Sarebbe interessante sapere da qualche marchigiano se ha avuto sviluppi sul consumatore finale.

Inserito da Luigi Bellucci

il 15 luglio 2009 alle 01:52
#5
Chiedo scusa. Scirocco 36 è partito nel 2006.

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