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Viaggi enogastronomici

Vini da pesce: Senigallia e altro (Prima parte)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Quasi tre giorni pieni nelle Marche, a Senigallia e dintorni, per celebrare la Decima Selezione nazionale dei vini bianchi da pesce e per visitare aziende e paesini sconosciuti e misteriosi, pieni di sorprese. Ci hanno pensato Angelo Serri e Alberto Monachesi, di Tipicità, a organizzare questo tour di sessanta ore. Si comincia la sera del 26 con l’azienda Marotti Campi di Sant’Amico di Morro d’Alba, con i suoi Verdicchio e Lacrima, e non solo, nelle diverse etichette e con la cena della Signora Francesca, ospite deliziosa.
Si continua il 27 con la visita al centro storico di Camerano e l’assaggio del Rosso Conero di Silvano Strologo. Nel pomeriggio la cerimonia di premiazione della selezione dei vini bianchi da pesce a La Marina Dorica di Ancona, madrina la simpatica e sfavillante Maria Teresa Ruta. Il 28 si va a Frasassi per la visita alle grotte e al Verdicchio fresco di grotta. Poi a Fabriano per vederne le bellezze e il museo della carta e infine da Casalfarneto, attraverso centri marchigiani della zona a respirare storia e architettura e paesaggi sempre nuovi e sempre belli e a provare la tipicità dei cibi al Girasole di Camerano, a La Marina di Ancona e al Gocce di Camarzano di Moscano, vicino a Fabriano. Si rientra il 29 mattina, dopo una visita all’azienda di Mario e Paolo Lucchetti, sempre bravissimi, attenti alla qualità e di una rara cordialità e simpatia. Lasciando la loro bella casa bianca non posso fare a meno di ripensare alla bella festa di compleanno di Mario del 2006 e di paragonare quella loro calda ospitalità a quella di questi giorni da parte di Francesca, Cristina e Giovanni Marotti Campi a Morro d’Alba, a quella altrettanto pronta dei Togni del Casalfarneto a Serra de’ Conti e ai tanti nuovi bei personaggi incontrati in questi giorni, primo tra tutti Patrizia Balducci, imprenditrice del Gocce di Camarzano, donna del cibo e pittrice e chissà cos’altro.

Vedi anche Vini da pesce: Camerino e Strologo (Seconda parte).

Venerdì 26 giugno 2009.

Sono arrivato in Romagna la sera prima per non appesantire il viaggio. Nella casa della Fratta quest’anno uno sciame transfuga di api, probabilmente di Giorgio, il mio vicino di sud est, che ne ha perse un po’, ha pensato di fare l’alveare tra lo scuretto e il vetro della finestra della camera da letto al piano di sopra. Ho provato che non è per niente piacevole trovarsi come compagne di stanza qualche migliaio di api. Così dormo al piano di sotto e lascio allo stesso Giorgio il compito di recuperarsi le sue api. Io parto per le Marche a metà pomeriggio, mi chiedo come mai quest’anno il grande ciliegio davanti a casa non ha fatto frutti (forse il vento forte e un tempo non favorevole devono aver fatto cadere tutti i fiori) e lascio Giorgio e Roberto a districarsi con il miele che cola dal vetro e la cera e la nuova arnia. Poi mi faranno sapere.
Arrivo a Senigallia verso le sei. Sono all’Hotel Ritz, proprio sul lungomare di levante di questa spiaggia di velluto, angelo spiega che il nome deriva dalla finezza della sabbia, abbastanza tipica per questa parte del mare Adriatico e di lunghi tratti delle sue coste italiane. Quelle slave sono tutte frastagliate e ricordano di più le coste della Liguria che ho lasciato ieri mattina.
Il tempo è variabile, dal soleggiato al coperto al piovoso per tornare a brillare quando mi avvicino lentamente all’Hotel Ritz che vedo bene a un chilometro davanti a me dopo avere imboccato il lungomare di levante.
Una mezz’ora per rinfrescarsi nella 327 che mi hanno riservato e poi si risale tutti insieme sul piccolo bus da 24 posti che ci porta alla prima visita in programma.

La cortesia di Donna Francesca

Da Senigallia ai Marotti Campi ci sono una quindicina di chilometri e col traffico della sera ci vuole una mezz’ora. Lungo il tragitto mi attrae un cartello di una manifestazione paesana che pubblicizza la Sagra del porchetto e medito su questo piatto tipico marchigiano, la porchetta, che ha cambiato sesso … avranno voluto fare la parodia al porceddu sardo!
Dalla spiaggia ci infiliamo lungo i viali verso il centro, tra le case basse di riviera e i platani uno vicino all’altro, a due file, poi chiesine, villette e fuori città si comincia a risalire le morbide colline che portano a Sant’Angelo e oltre verso Morro e Ostra, tra moltissimo verde, girasoli, grano maturo, vigneti, querce e olmi e poi ulivi sotto Monte San Vito. La strada è la SP13 di Morro. A cinque chilometri da Ostra il bivio per Morro, sulla sinistra, ci fa scendere ripidi e poi risalire ancora tra brevi rettilinei e curve a destra e a sinistra fino al bivio per la frazione Sant’Amico, dove sta l’azienda Marotti Campi.
Dal piazzale ghiaioso della villa abbiamo di fronte il sole che sta per tramontare. Ci aspettano l’enologo Roberto Potentini, con la sua maglietta rossa sportiva, e Ivano, l’agronomo, di poche parole ma molto esperto di cure e rimedi contro i disastri delle malattie della vite.
Roberto ci spiega che il sito in cui si trova l’azienda è esattamente al centro del territorio del Lacrima. Ci tiene a puntualizzare il suo concetto di tipicità: un mix corretto ed equilibrato di storicità o tradizione, di profilo sensoriale ben preciso e non ricostruibile in terreni di altre zone con lo stesso vitigno, e infine di un giusto livello di accettabilità del prodotto da parte del consumatore finale. Anche lui è determinato nella necessità di trasmettere questa tipicità e non altro con il loro prodotto al cliente che vuole acquistare una bottiglia di lacrima di Morro d’Alba.
Nel frattempo ci raggiungono Giovanni Marotti con la moglie, Signora Francesca, e la figlia Cristina che è qui di passaggio perché il suo interesse è rivolto alla cura dei cavalli arabi di Riad. Il mondo è diventato davvero piccolo.
È proprio di oggi la notizia di una medaglia d’argento vinta da un loro vino e pubblicata sul Resto del Carlino. L’azienda ha 57 ettari vitati, 25 a Verdicchio, altrettanti a Lacrime e 7 ad altri vitigni di varia provenienza, Cabernet, Merlot, Petit Verdot, Montepulciano d’Abruzzo, ecc. La produzione si aggira attorno ai cento quintali per ettaro per i vini più tradizionali per scendere a ottanta o meno per quelli speciali o riserva. La maturazione avviene quasi sempre in acciaio. In pochi casi si fa anche una maturazione parziale in legno con assemblaggio finale prima dell’imbottigliamento.
Intanto, dopo aver visto e fotografato il vigneto vicino alla villa, torniamo verso la casa dove ci aspetta un primo assaggio di un paio di etichette, nelle vecchie cantine ora adibite a luogo di ricevimento degli ospiti. La villa in cui siamo apparteneva al bisnonno e risale all’Unità d’Italia. Era una fattoria di stampo ottocentesco e ricorda molto, anche per la torretta che la sovrasta, la casa della Tenuta La Torre, quella dove "sussurravano i pioppi del Rio Salto", nella vicina Romagna, dove Pascoli abitò da ragazzino e dove perse il padre, che della tenuta era il fattore.
Dopo l’aperitivo con l’Albiano, Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico 2008, di 13 gradi dal lotto L0109 che accompagna fette di formaggio e salame e pane casereccio, passiamo al piano di sopra nelle stanze decorate con trompe l’oeil che rappresentano canne di bambù che slanciano e ingentiliscono le pareti, per la cena con delle squisite fettuccine fatte in casa con ragù di carne e faraona e roast-beef e verdure e pomodorini gratinati e insalata di pomodori e pesche e zibibbo passate nel Lacrima. A chiudere e completare la squisita ospitalità della famiglia Marotti Campi il caffé e i biscottini al cioccolato consumati nel salone ricavato dal vecchio granaio della villa.
Mentre la signora Francesca racconta le peripezie che la casa ha subito negli ultimi vent’anni, ripenso ai vini assaggiati, tutti di estrema gradevolezza, buona tipicità e anche con qualche sfumatura internazionale.
Tre i bianchi assaggiati, Albiano, un Verdicchio di classe per un mercato vario, Luzano, il più semplice ma anche il più tipico, pulito, pieno in bocca e dai profumi fruttati persistenti e infine Salariano, un classico riserva di grande struttura e complessità. In definitiva tre ottimi vini, per gusti e stili diversi di bevuta, ma sempre di gran classe e personalità.
Tre anche i rossi assaggiati: sulla falsariga dei bianchi un Lacrima tipico, ben fatto e ricco dal punto di vista aromatico, il Rubico, un secondo Lacrima Riserva, l’Orgiolo ottenuto da una macerazione di venti giorni, maturazione parte in legno e parte in acciaio e assemblaggio al momento dell’imbottigliamento con un lungo affinamento finale in bottiglia per un risultato sorprendente per eleganza e armonia, con buone note aromatiche e fruttate e un eccellente rotondità in bocca. Infine una bella sorpresa con l’IGT Marche rosso Donderè (o dono del re, da un riferimento a una fonte che sembra fosse stata donata dal re Federico II), un vino di stampo internazionale con un bel colore rubino pieno e vivo, un sentore fruttato pulito e intenso accompagnato da note balsamiche piacevoli che lascia in bocca una vera pienezza e persistenza e un leggero velo tannico, appena allappante, ma piacevole per il sottile amarognolo che lo accompagna.
Un settimo assaggio, molto particolare, con il dessert, è stato lo Xiris, un mosto (e non un vino) parzialmente fermentato, di vitigno Lacrima e quindi rosso di colore e di circa sette gradi alcolici.
La notte è ancora umida e si scende verso Senigallia e la sua rotonda sul mare e la movida dei giovani lungo il litorale che è quasi mezzanotte. Domani una giornata davvero piena.

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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