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Considerazioni sulla Doc Sicilia

di Guido Falgares

MappaArticolo georeferenziato

Premetto che per Denominazione s’intende: “il nome geografico di una zona viticola particolarmente vocata”; con particolari caratteristiche del “terroir”:
“la qualità di un vino è il risultato di una complessa interazione tra le condizioni climatiche, le caratteristiche pedologiche ed il comportamento del vitigno”.
Il termine “terroir” esprime in modo sintetico ed efficace le condizioni eco-pedologiche e colturali che sono alla base delle diversità e della originalità dei diversi vini prodotti in un luogo. L’esposizione alla luce, la composizione del suolo, la tipologia della zona (collinare, pianeggiante ecc.), la presenza di escursioni termiche nell’arco della giornata, la vicinanza di corsi d’acqua, sono tutti fattori decisivi per la personalità di un vino: addirittura i francesi hanno introdotto il “concetto” di “cru” con cui le sopracitate peculiarità vengono riferite al singolo vigneto.

Il concetto di Terroir è stato ed è alla base delle direttive europee riguardo le denominazioni; sigla (Doc) che appunto non è indice di qualità ma di provenienza dei vigneti (iscritti nell’apposito albo) e, di conseguenza, di tipicità.
Ritengo, per questi motivi, che la Doc “Sicilia” sia scientificamente e culturalmente sbagliata.


Ma questa Doc Sicilia e il suo Consorzio unico di tutela, servono davvero?

La creazione di una Doc “Sicilia”, piuttosto che una già esistente Igt fornita del nome del vitigno e del brand “Sicilia”, potrebbe contribuire al consolidamento del vino siciliano nel panorama internazionale e con quali linee di sviluppo, con quali strategie?. Il vino rosso in bottiglia, ad un euro e venti/un euro e quaranta centesimi, è molto cercato dal mercato, specie se fornito del nome del vitigno e del brand “Sicilia”.

Le grandi catene internazionali di imbottigliamento accetterebbero di promuovere e commercializzare una bottiglia (imbottigliata e con maggiori costi in loco) di vino Nero d’Avola “Doc Sicilia” ( ma di quale parte del territorio siciliano?) i cui costi di produzione sarebbero più alti e i tempi burocratici più lunghi?
Trasferirebbero parte delle loro catene d’ imbottigliamento in Sicilia? ; di miracoli ne possono accadere tanti !!!

E in questi anni di transizione dalla Igt alla Doc, continuerebbero a comprare il vino siciliano?; come Igt o come Doc ? I costi, poi, sarebbero scaricati sul vino e quindi sul cliente (il quale peraltro fa fatica a distinguere tra un vino a Igt e un vino a denominazione). Alla fine penso che si rivolgerebbero ad altri mercati (Puglia, Abruzzo … ).

Nel Disciplinare, poi, le rese in uva/ha e le rese di vino/qli di uva sono indecenti per una denominazione. Il titolo alcolometrico, minimo, in volume per un vino bianco è di 11,5% in volume; avete bevuto uno “chardonnay” Sicilia Igt con una gradazione inferiore? .

In questo disciplinare, poi, non ci sono elenchi di sottozone geografiche. Invece potrebbero essere inserite zone piccole, addirittura fattorie, vigneti, cantine (introdurremmo in tal modo un vero concetto portatore di qualità: il “cru”). Parlare di una Doc Sicilia così generica vuol dire massificare delle produzioni vuol dire che si vuole fare un vino regionale di base con poco valore vuol dire che si vuole cambiare per non cambiare nulla vuol dire che gli interessi sono altri.

E’ certo che eccessiva quantità coincida spesso con scarsa qualità; ma quando i prezzi delle denominazioni arrivano a minimi inaccettabili, ci si domanda come è possibile che alcuni vini (a denominazione) abbiano potuto soddisfare le commissioni di degustazione? E allora quali garanzie possibili per un consumatore che col passaggio alla Doc dovrà pagare di più?

La qualità di un vino non si impone per decreto e non può arrivare dalla applicazione di un disciplinare a indicazione geografica o a denominazione (i disciplinari sono già un po’ vecchiotti e mi pare che questo nuovo disciplinare per la Doc Sicilia non solo non porti qualcosa di nuovo e di interessante, ma vada addirittura bocciato .

Se La Doc “Sicilia” deve servire per migliorare la qualità dei nostri vini e per proteggerne la tipicità, posso non innalzare barricate. La qualità è un impegno costante, una ricerca continua di miglioramento. Le Cantine sociali saranno in grado di diventare “imprese” ossia aziende imbottigliatrici, promotrici e commercializzatrici di una linea di qualità fornita del nome del vitigno e del brand “Sicilia”.

Le cantine dovranno essere supportate e accompagnate dalle Istituzioni verso un vero processo di internazionalizzazione e ciò tramite la creazione di un marketing allargato che punti alla valorizzazione di uno specifico brand “Sicilia” dietro il quale ci dovrà essere: “un vero ed originale modello viticolo ed enologico” che possa prescindere dal tipo di vitigno, ma che parli la lingua del territorio di appartenenza.
La Regione Sicilia è economicamente in grado di affrontare questi problemi, che richiedono misure economiche molto, ma molto importanti?

Ritengo che, in un arco di tempo non inferiore ai cinque anni, la formula di accompagnamento e di sostegno economico della Regione Siciliana dovrà essere un vero piano strategico programmatico che consenta ai produttori vitivinicoli di effettuare delle importanti scelte alla base delle quali ci dovrà essere: qualità, promozione, cooperazione e mercato.

Al termine di questi anni soltanto le cantine che avranno dimostrato la volontà e la capacità di intraprendere questo percorso virtuoso potranno con eventuali, se necessari, ulteriori aiuti economici, essere definitivamente traghettate all’interno della “denominazione”.

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3 Commenti

Inserito da Gianpaolo Paglia

il 25 aprile 2009 alle 18:21
#1
Le denominazioni sono quasi sempre atti politici, non solo in Sicilia o in Italia, ma in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche. Basti guardare a quello che hanno fatto gli australiani che per poter salvaguardare la possibilita' di blend dal loro immenso territorio si sono inventati la denominazione Southern Eastern Australia che praticamente copre il 95% della produzione (lasciando fuori il Western Australia e zone di pregio come Margareth River). Oppure il macello che si sono inventati in Germania con i nome dei Crus (Einzelagen) che sono stati poi usati anche per zone piu' vaste (Grosslagen) rendendo impossibile distinguere tra i due se non si conoscono uno per uno. Per non parlare della mitica (e mitizzata) Borgogna, dove nel primo dopoguerra si sono addirittura cambiati i nomi dei villaggi per accostarci il nome del cru che vi si trova estendendone il prestigio (e la confusione) anche a vigneti che nulla hanno a che fare con esso (Puligny-Montrachet, Chassagne-Montrachet, Gevrey-Chambertin, ecc.).
Lo stesso naturalmente e' avvenuto in Italia, dove siamo specialisti in questo genere di cose. Quello che non e' ancora stato ben chiarito da noi e' il ruolo e l'utilita' che le IGT potrebbero avere in questo genere di operazioni di copertura ad ombrello di un territorio, che qualche ragione in termini di mercato specialmente per alcuni vini ce l'anno. Sono state invece create delle IGT troppo specifiche e troppo ristrette mentre il minimo territorio avrebbe dovuto essere la regione (IGT Toscana, IGT Sicilia, ecc.), lasciando alle DOC, magari non create a valanga, quello di definire areali piu' ristretti e criteri piu' rigorosi (non come adesso dove alcuni disciplinari sono vaghi e per nulla restrittivi mentre altri sono insensatamente proibitivi).
Quindi, sono sostanzialmente d'accordo con te, la DOC non e' lo strumento giusto per coprire la Sicilia, mentre le IGT andrebbero sfoltite fino a lasciarne una per ogni regione. I Vin de Pays francesi, che sono l'equivalente delle nostre IGT, hanno avuto un grande successo, sopratutto quando coprono territori vasti (Vin de Pays d'OC, per esempio).
Per quanto riguarda le oltre 300 DOC andrebbero riprese una ad una, cominciando a cancellare quelle non rivendicate o rivendicate sotto il limite di legge. Infatti la legge c'e', e dice che quando non vengono rivendicate o poco rivendicate dai produttori di una zona in un certo periodo di tempo (mi pare tre anni), andrebbero soppresse. Ma naturalmente non e' che in Italia se una legge esiste solo per questo vuol dire che la si fa rispettare. O sbaglio?

Inserito da Gianpaolo Paglia

il 25 aprile 2009 alle 18:26
#2
Mi sono dimenticato una cosa a margine del tuo post, ma importante: basta contributi pubblici. Se i produttori vogliono promuovere la loro zona che mettano i soldi di tasca loro in un fondo e li usino per progetti sensati e senza sprechi, magari mettendo a gara i fornitori di servizi di promozione. Al massimo lo Stato o la Regione metta un contributo pari a quello effettivamente versato dalle aziende, ma si chiami a gestire il fondo degli organismi terzi al di sopra delle parti. Lo fanno in Australia, e con discreti risultati.

Inserito da Luca Valtolina

il 28 aprile 2009 alle 17:47
#3
Mi permetto di osservare che forse, forse..., si tratta di un'azione molto "marketing".
Concordo con @Gianpaolo sul fatto che sarebbe ora che chi deve gestire i propri interessi utilizzi i anche i propri soldi e basta mungere soldi pubblici...

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Guido Falgares


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Presidente della Union Européenne des Gourmets Italia. Sommelier, degustatore ufficiale e relatore AIS. Sono socio ONAV e ANAG

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