Registrati!

hai dimenticato la password?

Inserisci il tuo indirizzo e-mail e premi invia.

ricerca avanzata

cerca in
Pubblicità
Home > Autori > Travel > Viaggi enogastronomici

Viaggi enogastronomici

Verdicchio Jesi 40 anni: Anche lui è un sessantottino (Prima parte)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Un educational tour in onore dei 40 anni del Verdicchio di Jesi organizzato da Angelo Serri e Alberto Monachesi di Tipicità. Si comincia con l’azienda agricola e agrituristica San Lorenzo, l’ennesima scoperta di un personaggio straordinario come Natalino Crognaletti e del suo entusiasmo e amore per il vino e le sue sperimentazioni piene di sorprese. Visite a centri storici particolari, come quello di Cupramontana, o Serra San Quirico e le sue belle chiese, e le copertelle. Prodotti eccellenti e bei ristoranti tipici, come La Pianella e Il Giardino.
Teatri e musei per i bei quadri di Lorenzo Lotto, il fascino sempre attuale della grande Valeria Moriconi, ancora vivissima e presente nelle fotografie che la ritraggono bellissima e seducente, la grazia del Museo internazionale dell’Etichetta, riferita alla fascetta che sta sulla bottiglia dei vini e non all’arte del comportarsi bene a tavola. Infine le tante bellezze marchigiane che qua e là fanno capolino in ogni itinerario, per concludere con le grotte di Frasassi e il vino “fresco di grotta”.

Vedi anche: Verdicchio 40 anni: Jesi storica, l’Enoteca e Titulus (Seconda Parte)

Vedi anche: Verdicchio 40 anni: Musei e Barocco (Terza Parte)

Vedi anche: Verdicchio 40 anni: Santa Barbara, San Lorenzo in Campo e Frasassi (Quinta Parte)

Martedì 28 Ottobre 2008.

In viaggio per Jesi al di fuori dell’autostrada

Ho appena ritirato l’auto per il tagliando da Ughini e parto da Chiavari verso mezzogiorno. Il cielo è coperto e inizia qualche goccia a bagnare la strada. Si va bene fino all’uscita di Pisa Centro, quando si lascia l’autostrada per la Fi.Pi.Li. Il cielo si è fatto nero davanti a noi e pozzanghere ampie avvolgono l’auto anche procedendo a 70 all’ora. La strada è stata progettata con i piedi, come si dice. Lo sanno anche i bambini che le strade devono essere fatte “a schiena d’asino”, proprio per consentire all’acqua piovana di defluire ai lati e non essere un pericolo per le auto che vi passano sopra. Questa è piatta come un tavolo da biliardo, così, con l’assestamento, si creano queste belle zone di accumulo d’acqua, che ci accompagnano fino a Empoli Ovest, dove l’asfalto è stato rifatto ed è drenante, quindi si viaggia un po’ meglio di prima. Il bello è che ti avvisano, con i cartelli luminosi, che ci sono pozzanghere “tra Livorno e San Miniato”: sembra proprio una presa in giro.
Esco a Ginestra Fiorentina per raggiungere dopo una quindicina di chilometri la Firenze Siena, percorribilissima e con poco traffico. Dopo Siena ecco la Siena Bettolle e poi verso Perugia. Ormai ha quasi smesso di piovere. Dopo Perugia ci sono ancora un centinaio di chilometri per Jesi e questa è forse la parte più bella, da fare se non si ha premura. Paesini deliziosi, le luci rossastre del cielo all’imbrunire che avvolgono le prime luci delle case e il chiarore sui palazzi dei lampioni comunali, ormai tutti giallastri. Tratti di superstrada si alternano a tratti della vecchia statale che scende verso Ancona. Per una ventina di chilometri siamo una dozzina di auto a procedere come lumache dietro due enormi e lentissimi rimorchi che non ci pensano nemmeno ad accostare per farci passare e così perdo una ventina di minuti rispetto all’orario previsto. Ma la lentezza consente di dare un’occhiata più attenta al panorama, ai paesini che si attraversano, alle insegne a ai palazzi e addirittura a certe fontane o a certi scorci deliziosi.
Alle sette in punto sono finalmente all’Hotel dei nani di Jesi, dove è il punto d’incontro e dove soggiorneremo per tutto il periodo del Tour.
Alberto e Angelo come sempre hanno organizzato tutto alla perfezione e dopo mezz’ora si parte con un piccolo bus da dodici posti verso Montecarotto.

I vini di San Lorenzo

Si sale lungo le colline per una quindicina di chilometri, da Jesi a Montecarotto. Le insegne di Moncaro e di Sartarelli mi rinnovano ricordi piacevoli di altre visite in questa bella terra marchigiana. Appena giunti nella prima periferia del paese prendiamo una ripida strada sulla destra che scende verso la frazione San Lorenzo. Al numero 6 della via c’è la fattoria San Lorenzo. Un cancello di ferro grigio ci sbarra l’ingresso, ma appena fermi, si muove pian piano verso sinistra e ci permette di entrare sull’aia a fianco del locale di esposizione e di fronte all’agriturismo.
Nel buio della notte le luci fioche che escono dalle finestre accese rischiarano lievemente l’aria e sopra la porta una luce gialla disegna i contorni netti dell’oca in terracotta che sta nella nicchia ad arco a tutto sesto che sovrasta la porta, come se quella fosse la casa delle oche o come se l’oca facesse la guardia alla casa, come sul Campidoglio al tempo dei Romani. Chiedo lumi a Natalino, che ci aspetta sull’aia, proprio davanti al punto vendita della fattoria, sul significato di quell’oca e lui mi spiega che fa parte della tradizione della loro famiglia e anche di questo territorio l’allevamento delle oche, per la carne e non solo.
Poi si va a vedere la cantina, dove una ventina di tinozze sugli otto – dieci quintali sono colme di uva nera e bianca che sta fermentando per il vino della nuova annata.
L’azienda San Lorenzo ha 9 ettari di proprietà ma raccoglie il frutto di 30 ettari di vigneti.
Montepulciano, Sangiovese, Lacrima e Verdicchio sono i vitigni principali. La produzione annua tocca i 700 ettolitri, per metà bianco e per metà rosso. Il mercato è equamente diviso tra Italia ed estero.
Natalino ha studiato da tecnico industriale e fino al 1994 ha fatto il mestiere di tecnico.
Quell’anno il babbo Gino ebbe un ictus e così lui ha deciso di dedicarsi all’azienda di famiglia. Ma da buon tecnico aveva in mente un suo modo di fare vino e ha iniziato così a sperimentare, alla maniera di Galilei. Gli esperimenti proseguono ancora oggi e devo dire con piacevoli sorprese e grandi risultati. Dal 1997 è rimasto da solo e oggi ha una cantina con una ventina di tini dove fermentano le uve e profumano l’aria di mosto che sa di rose e di viole.
I trattamenti prevedono solo zolfo e rame e prodotti biodinamici, a seconda del vigneto.
Vinifica con una pressatura soffice e ottiene dei vini dai profumi fruttati intensi e puliti.
L’affinamento si fa in acciaio e legno grosso, in genere al 50%.
Le uve raccolte arrivano in cantina trasportate su vagonetti da 10 – 12 quintali, anziché in cassettine perché secondo Natalino sono più igienici. Tutto il vino, rosso e bianco, viene ottenuto da uve diraspate.
Ha anche una barricaia che però è un deposito di contenitori perché i recipienti hanno dai 10 ai 15 anni. Qui ci sono botti grandi e barriques ormai esaurite che sono utilizzate come semplici serbatoi di affinamento e per gli esperimenti che piacciono tanto a Natalino per migliorare i suoi vini.
Natalino è un entusiasta della vita e del suo lavoro e ottiene le più grandi soddisfazioni quando gli telefonano i clienti, anche dall’estero, per fargli i complimenti per la bontà dei vini.
In azienda lavorano una decina di persone, tutti familiari.
Ha un agriturismo con tre camere e offre una ristorazione marchigiana e internazionale grazie alla passione della moglie, thailandese, per la cucina.

La cena marchigiana al San Lorenzo

Sotto alle tre camere dell’agriturismo c’è la cucina e al suo fianco la sala già apparecchiata per la nostra cena con una quindicina di coperti.
La sala è quella della vecchia casa marchigiana di una volta, anche se ristrutturata da poco. Per terra cotto, muri di una tinta pastello verde chiaro, soffitto di grosse travi di legno con tavelle.
Siamo una quindicina attorno al lungo tavolo di legno in mezzo alla sala, con tovaglia bianca e arredo semplice.
Si comincia con antipasto di prosciutto crudo, salame, coppa, formaggi di media stagionatura, da latte di bufala e anche con peperoncino. Ancora una portata di crostini con pomodoro e formaggio e pancetta calda.
Li accompagniamo con un buon verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico 2007 Vigna di Gino di 12,5° dal lotto L06-08, affinato sei mesi in acciaio. Al naso presenta sentori balsamici intensi e persistenti. In bocca ha una buona sapidità e acidità, è equilibrato, pulito e ha un piacevole retrogusto di mandorla verde.
Arriva in tavola un altro Verdicchio, un Classico Superiore Vigna delle Oche 2006, di 13 gradi dal lotto L06-08. Al naso è evoluto e complesso. È ottenuto da pressatura soffice di 0,2 atmosfere e subisce 18 mesi di affinamento, di cui 12 sui lieviti e 6 in bottiglia. L’uva per questo vino viene raccolta dal 15 al 25 ottobre e se ne fanno duemila bottiglie per ettaro con una resa veramente da grande vino … e al palato lo dimostra.
Piatti ancora fumanti di gnocchi di patate fatti a mano con sugo di papera arrivano in tavola e mi ricordano al sapore la morbidezza di quelli che faceva la nonna Emilia, detta Dada.
Con questi il terzo Verdicchio DOC Riserva 2005, sempre Vigna delle Oche, di 14 gradi dal lotto L04-08. L’uva è stata raccolta dal 20 al 30 ottobre e il vino si è fatto 27 mesi di affinamento, di cui 21 in acciaio inox sui lieviti e sei in bottiglia.
Al naso è complesso, ampio, evoluto.
Il top finale è il San Lorenzo; Marche bianco IGT del 1997. Lui sta in vasca 110 mesi. Sì, sì proprio centodieci mesi, non è un refuso e poi si fa almeno un anno ancora in bottiglia. Il vitigno è ovviamente tutto Verdicchio. Questo è uno dei grandi esperimenti di Natalino. Al naso è intenso, persistente, con note balsamiche con prevalenza di finocchio. Un vino davvero di grande eccellenza, da top di selezione.
In tavola ecco l’arrosto di agnello, oca, anatra e pollo, con patate al forno e insalata.
Ora arrivano i vini rossi, un Marche rosso IGT Vigna Paradiso 2005 di 14 gradi dal lotto L08-08, affinato 36 mesi, 100% Lacrima, di grande struttura e veramente di gran classe.
Poi Burello Rosso Piceno DOC 2005, di 13,5° dal lotto L05-08. Un uvaggio di Montepulciano (60%) e Sangiovese (40%), fermentato e affinato 18 mesi in botte grande da 28 ettolitri e ancora sei mesi in bottiglia.
Infine un Marche rosso IGT 2003 Vigneto del Solleone, di 14 gradi dal lotto L05-07. Il vigneto ha circa 40 anni. Le uve si raccolgono dal 25 al 30 ottobre. Il vino è affinato 30 mesi in botte grande da 28 ettolitri e otto mesi in bottiglia. La produzione è anche questa volta super selezionata, trattandosi di 2000 bottiglie per ettaro.
Prima di andarcene ancora vassoi di dolci con Strudel, Crostata e fette biscottate all’anice, con caffè e grappa e acquavite di Verdicchio.
Ricorderò a lungo la grandezza e la semplicità di Natalino e della sua grande piccola famiglia.

Foto Credit: Gabriella Repetto

Letto 8923 voltePermalink[0] commenti

0 Commenti

Inserisci commento

Per inserire commenti è necessario essere registrati ed aver eseguito il login.

Se non sei ancora registrato, clicca qui.
PUBBLICITÀ

Luigi Bellucci

Luigi Bellucci


 e-mail

Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

Leggi tutto...

Archivio Risorse Interagisci

 feed rss area travel

PUBBLICITÀ

Ultimi Commenti