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Alcolici? Beviamo dolce e trash

di Redazione di TigullioVino.it

Come bevono gli italiani, se si parla di alcolici e superalcolici? Tendenzialmente male, e non è una sorpresa per chi bazzica con una certa costanza ristoranti e pizzerie. Pochi, in genere, i distillati di qualità offerti in carta (e spesso solo nella ristorazione di altissima gamma); dai locali di target medio in giù, ci si accontenta di qualche amaro standardizzato fino all’onnipresente, ormai insopportabile limoncello. D’altra parte, nei supermercati s’estende sempre più la fascia degli orridi soft drinks alcolici. Quanto, insomma, si poteva intuire grazie all’esperienza personale di ognuno di noi viene ora confermato da una ricerca commissionata dall'Istituto Tutela Grappa del Trentino all’istituto Talos Am Apertamente e presentata nel corso di un recente convegno “Grappa: prospettive”.

La realtà che emerge non è particolarmente positiva: negli ultimi dodici mesi infatti l'84% degli italiani che bevono normalmente alcolici ha preso almeno una volta un limoncello, il 58% un amaro, il 50% una crema di whisky. Meno gettonati i distillati da riflessione: il rhum è stato bevuto dal 46%, il whisky e la grappa dal 42%. “Se qualcuno immagina gli italiani come raffinati bevitori di distillati di pregio, si sbaglia” - ha commentato Glauco T. Savorgnani, professore di marketing all'Università Cattolica di Milano ma anche presidente di Talos. “Gli italiani infatti amano il bere dolce e poco impegnativo”. Insomma, in questo caso non badano ancora molto alla qualità.

Dunque, l'Italia del dopocena si divide essenzialmente tra gli amanti del bere "facile e dolce" e quelli del bere "riflessivo e impegnativo". Tra questi ultimi, sicuramente i bevitori di grappa . Chi la gusta la considera un prodotto per intenditori, naturale e di alta qualità. Diverso l'approccio del “popolo del limoncello”: per loro questo prodotto è essenzialmente giovane, allegro e leggero. Sorpresa dagli amanti dell'amaro: normalmente collegato a un'idea di salutismo, per i suoi affezionati l'amaro è in realtà meno salutistico di grappa e limoncello. “Si tratta di dati che confermano che il nostro settore ha lavorato nella direzione giusta” ha commentato Beppe Bertagnolli, presidente dell'Istituto Tutela Grappa del Trentino. “Negli ultimi anni siamo riusciti a riposizionare la grappa a un livello alto, strappandola a un consumo tipicamente alimentare a favore di un consumo moderato, raffinato e riflessivo”.

Così, il 30% della popolazione che la beve regolarmente è perlopiù ad alta scolarizzazione (nel 90% dei casi hanno in tasca una laurea o un diploma di scuola superiore) e punta a un consumo “intelligente”; apprezza la grappa per gli aromi e i profumi, solo meno della metà perché la considera un ottimo digestivo.
Ed è anche per queste ragioni che, nonostante la crisi, la grappa potrebbe tenere sul mercato. Lo sostiene Maurizio di Robilant, presidente di RobilantAssociati, leader nel brand advisory e strategic design, che ha lavorato, tra gli altri, per Fiat, Bacardi Martini e Illy caffè: “In un momento di crisi come quello attuale, il consumatore ricerca la propria gratificazione personale nei piccoli lussi quotidiani. La grappa è proprio uno dei prodotti capaci di raggiungere questo obiettivo: un lusso più democratico, alla portata di tutti, ma ancora legato a una dimensione di esclusività e raffinatezza proprie dei distillati di alta qualità”.


Fonte news: Carlo Passera

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