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L'Irpinia, una terra coltivata a vite

di Mariella Belloni

MappaArticolo georeferenziato

L'irpinia è da annoverarsi tra le province dell'aristocrazia enologica italiana. Tre vini di pregio: il Greco di Tufo, il Fiano di Avellino e il Taurasi: tutti e tre riconosciuti a denominazione di origine controllata e garantita. E' un bel primato se si tien conto che le DOCG sono una trentina e che tra tutte le circoscrizioni provinciali soltanto un paio iscrivono un numero uguale al nostro nel libro d'oro della vitivinicoltura nazionale. 7000 ettari coltivati a vigne, di cui un quarto ricadenti nelle zone di produzione delle docg, 1500 aziende agricole iscritte negli albi dei vigneti, 160.00 q.li di produzione potenziale di vini di alta qualità, 60 case vinicole, 15 milioni di bottiglie prodotte: queste cifre salienti del settore che nell'arco di un paio di lustri ha saputo compiere passi davvero giganteschi.

Come non ricordare che alla fine degli anni Ottanta le cantine in provincia si contavano sulle dita di una sola mano e che, tra queste, soltanto qualcuna era riuscita a portare i vini irpini oltre i confini nazionali. Oggi, proprio grazie alla sagacia, alla capacità imprenditoriale, alla lungimiranza di quei pionieri che hanno fatto da apripista, le gemme dell'enologia nostrana sono presenti ed apprezzate nei 5 continenti. Vi venivano i romani a prendere frutto in Irpinia, attratti dalle qualità dell'uva cresciuta in questo magnifico e arioso, morbido territorio. La zona presenta un paesaggio molto vario, si passa dalle montagne alle colline, dalle vallate alle pianure, dai fiumi ai torrenti, senza tralasciare le zone vulcaniche; l'altimetria sul livello del mare oscilla dai 300 ai 600 metri, ciò a tutto vantaggio dell'igrometria e della purezza del binomio aria-luce. Un terreno ricco e ben drenante, altipiani dall'esposizione non migliorabile, una moderata ventilazione preziosa per scoraggiare l'insorgenza sull'uva di muffe, di parassiti animali e vegetali un tempo incontrastabili se non con il buon clima. La giusta acqua in sottosuolo, per irrorare di verde il circostante, per sciogliere i sali e i minerali del terreno che le radici della vite allora assorbono, trasformando in linfa dolce, in zucchero di bacca.

E poi il sole, il sole, il caldo sole necessario alla piena e completa maturazione dei succhi. Di notte infine il fresco, un'escursione termica fondamentale per tesaurizzare, per non bruciare gli aromi abbondantemente sintetizzati durante il giorno. Una natura prodiga quanto prepotentemente rigogliosa, capace di fruttare come altre poche e insieme di irretire il guardo di chi vi penetra con la sua verdeggiante, armoniosa placidia: tratto di serenità che trasla e che impernia il volto, lo spirito, i modi della solare gente di questo luogo.

Una vocazionalità eccellente che è origine sia dei fasti e della celebrità con cui l'Irpina veniva apprezzata nell'antichità, sia dell'inusuale varietà di differenti tipi di uve qui ancor oggi felicemente impiantate e coltivate. L'Irpinia enologica odierna oltre ad aver posto infinita cura nel restauro agrario pressochè totale dei suoi migliori vigneti, ha investito energie e risorse impressionanti nel fondarsi e nello strutturarsi enologicamente. Con una velocità ed efficacia di azione rare non solo rispetto agli standard regionali e nazionali, ma anche internazionali. Onore allora al coraggio, all'impegno e alla determinazione degli imprenditori viticoli irpini.

Entriamo allora nel bicchiere irpino.
Le uve bianche, specialità ed antico orgoglio. Ecco il Greco, nato a Tufo e diffusosi poi in tutto il territorio circostante. Il suo profumo richiama un'avvolgente pera, così morbido e suadente, così polposo e ricco da rivaleggiare in consistenza e rotondità con i grandi vitigni bianchi perfino l'Alsazia. Il più gentile e delicato Fiano, che dona vini il cui profumo è fiore e miele su frutto. Raro rinvenire specie d'uva bianche più votate alla souplesse, più performanti in equilibrio e soavità di sapore. E che rivelazione l'agrume maturo, la pesca e la fragranza olfattiva del mandarino che di persistente aroma accende il profumo emanato da una falanghina. Allo stesso modo generosa in richiami al frutto e al fiore la Coda di Volpe, lieve in estratti eppure attiva al profumo con note ora solamente mediterranee, ora più intense, fresche e tropicali.

Rosso principe d'Irpinia è il Taurasi, dal favoloso Aglianico. Importato qui dagli Elleni nella notte dei tempi, nelle interpretazioni odierne dei migliori produttori irpini si porge ai sensi con la sua livrea cromatica nerastra-violacea, impenetrabilmente fitta, che agli occhi subitaneamente porge la potenza, la concentrazione in estratti e polpa delle uve di questa terra. Vinificato con le moderne tecniche l'Aglianico irpino è certamente fra le poche varietà italiane capace di attingere i vertici qualitativi solitamente conseguiti dalle grandi varietà internazionali. In degustazione cieca i Taurasi e gli Aglianico d'Irpinia rivaleggiano infatti alla pari con i grandi Cabernet e Merlot non solo d'Oltralpe. Un vino capace di impressionare quanto di durare.

Grandi anche i vini dolci prodotti in Irpinia da surmaturazioni e da vendemmie tardive delle uve a bacca bianca: qui alla fragranza e al ricco diamante aromatico varietale si somma la densità, la concentrazione sontuosa indotta dal sole imperioso. Ne risulta un nettare color dell'oro che amabilmente avvolgendo carezza,con la sua persistente e densa viscosità, i sensi di chi lo degusta.

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1 Commenti

Inserito da Tina Rusciano

il 14 settembre 2009 alle 15:22
#1
Bellissimo articolo, anche se tra poco compirà un anno. Mi sono fatta adottare da questa terra, pur non essendo la mia d'origine al punto da farla divenire lo "scenario" della mia tesi in ingegneria edile-architettura: "progettazione di una cantina comunale passiva a Montefalcione", terra quest'ultima del Fiano di Avellino e del Taurasi e sede della Strada del Vino e dei sapori d'Irpinia, ma che con gran sorpresa,all' interno del suo territorio comunale non ha neanche una struttura ricettivo turistica (dal punto di vista enogastronomico in senso stretto), in grado di accogliere turisti per una o più notti.... e per amare questa terra, a mio modesto avviso, è necessario anche entrare in simbiosi con i ritmi della gente del posto che oltre ad essere molto più lenti di quelli della città, sono molto più sincroni ai tempi della natura; certo non proprio più soltanto scanditi dal susseguirsi di vendemmia, potatura, riposo,etc...ma sicuramente ancora rispettosi di questo lasciarsi segnare il proprio tempo dalle innumerevoli metamorfosi della natura....e tutto ciò è inapprezzabile dal turista "mordi e fuggi" o "mangia e bevi" che dir si voglia....promuoviamo questo territorio,la sua vocazione l' abbiamo trovata, tanto tempo fa, ma ora: facciamo seriamente!

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