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Rosati d'Italia, di Ugo Baldassarre

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Vini dal centro sud

Rosati d'Italia

di Ugo Baldassarre

L’Italia in rosa si risveglia. Dopo tanti silenzi, ecco che ci imbattiamo, a breve distanza l’una dall’altra, in ben due manifestazioni, una al Nord ed una al Sud, incentrate sul tema del vino rosato. Finalmente! Non si può che dire finalmente, se solo si pensa al tempo perso nel dimenticatoio da parte di questa grandissima risorsa della nostra enologia nazionale.


Divagazioni in rosa


Diciamola tutta, alla base c’è sicuramente un approccio pregiudizievole per il rosato, un vino poco e mal considerato da tutti, definito spesso con espressioni tipo “non vino”, “vino minore”, “vino al femminile”, e altre amenità simili... E anche tra gli addetti ai lavori, allorché si tratta di affrontare una degustazione di questi vini, se ne scorgono tanti che con malcelato disappunto storcono il naso per la disgraziata ventura... Eppure l’argomento meriterebbe maggiore attenzione, dal momento che le aspettative ci sono tutte. La richiesta di rosato è in sensibile crescita, quella del rosé non può essere considerata solo una moda passeggera, ma una scelta cosciente del mercato e le previsioni per i prossimi anni ne indicano un trend di consumo ancora in aumento. Perchè allora questa scarsa considerazione, addirittura questo snobbare il vino rosato? Da dove deriva questo pregiudizio, questa sfiducia nel rosato?

A mio modesto parere la risposta è tutta scritta nella qualità media della produzione in rosa dell’ultimo quindicennio, purtroppo certamente non eccelsa e neanche lontanamente paragonabile a quella dei cugini d’Oltralpe, invidiati sì anche per tale primato, eppure per nulla emulati o studiati per tale prerogativa dai nostri produttori. Corollari di questa tesi sono la facile leadership di quelle poche aziende che il rosato hanno saputo farlo e che hanno legato il proprio nome e la propria fortuna a questa tipologia di prodotto e il conseguente disinteresse (finto) e/o sfiducia di quasi tutte le altre aziende.

Mi spiego meglio. Il problema, ancora una volta, è di cultura enologica, consiste nell’approccio mentale al tipo di produzione: il rosato già all’origine viene pensato dal produttore come terzo vino, il vino che ogni vinificatore fa e produce “oltre”, o “in aggiunta” al rosso e al bianco a completamento della gamma aziendale. Quasi mai il rosato è pensato quale vino fine a se stesso, degno di tutte le attenzioni da parte del suo creatore; quasi sempre l’enologo, a meno di una lavorazione per salasso, non utilizza in macerazione le migliori uve rosse, quelle riservate al cru aziendale, al rosso da invecchiare. Ecco, occorre cominciare da qui, comunicando in modo corretto il rosato e restituendogli la dignità che gli spetta. Solo una corretta ed efficace comunicazione può fare in modo che il consumatore, troppo abituato a cercarlo tra i banchi del supermercato, tra i vini a basso costo, beverini e magari frizzanti, cominci a chiederlo proprio per la sua particolarissima e originale espressività, per tutte quelle caratteristiche organolettiche che lo rendono unico e non semplicemente un vino a metà strada tra un bianco e un rosso...Ben vengano allora le manifestazioni e i banchi d’assaggio dedicati in esclusiva al vino in rosa!


Eventi in rosa al Nord

E torniamo alle manifestazioni. Il primo evento, dal 28 al 29 giugno, si è svolto in quel di Moniga del Garda, quella che da tutti è indicata come la “patria del Chiaretto”. Qui, sulla sponda lombarda del Lago di Garda, a Italia in Rosa si sono date appuntamento più di 190 aziende con 250 campioni in degustazione, provenienti da ogni regione d’Italia, con prevalenza di rappresentanti di Lombardia e Veneto per quanto riguarda il Nord, ma con la significativa presenza di vini provenienti dalle due regioni del sud più vocate al vino rosato: l’Abruzzo, con ben 32 campioni in degustazione e la Puglia con 19. Una due giorni dai grandi numeri, che ha riappacificato produttori e consumatori di rosé, una vetrina di grande respiro, in cui hanno trovato spazio soprattutto i vini fermi, ma anche tantissimi spumanti. Tra questi, alcuni di grande spessore, come i tanti Franciacorta millesimati, il 2003 di Villa, i 2004 di La Montina, Mirabella e Berlucchi e i 2005 di Ambrosini e Tenuta Montedelma. Anche il Trentino, con le tre aziende di punta, Conti d’Arco, Cesarini Sforza e Ferrari, ha proposto il meglio della spumantizzazione in rosa da metodo classico. Anche la marchigiana Garofoli, da tempo specializzata nella produzione in rosa, ha proposto uno spumante metodo classico. Un’ultima annotazione di merito va ai tanti rosati provenienti dall’Abruzzo tra cui voglio ricordare - ma solo per la mia diretta esperienza e non per tacere degli altri, che non conosco - quelli di Valentini, Zaccagnini, Cantine Tollo, Cataldi Madonna e del compianto Masciarelli, tutti tratti da quello straordinario vitigno che è il Montepulciano d’Abruzzo, un vitigno forte e vigoroso, da cui nascono rossi muscolosi, tannici e terrosi ma al tempo stesso, se ben lavorato, capace di regalare rosati profumati ed eleganti, tra i migliori in assoluto del nostro panorama nazionale.


Eventi in rosa al Nord


Il secondo momento dedicato al rosato, su cui ci soffermeremo maggiormente per questioni di attinenza territoriale, ha avuto per sede invece Battipaglia, in provincia di Salerno, nella bellissima cornice della Fabbrica dei Sapori, un antico opificio conserviero ristrutturato e trasformato in struttura polifunzionale, con spazi dedicati alla valorizzazione e all’utilizzo dei prodotti tipici. La struttura in pochi mesi di attività già ha messo in cantiere quattro significative esperienze. Ad inizio di anno Il Salotto della Birra Artigianale, una rassegna di ben 5 giorni, dal 21 al 25 gennaio, dedicata alla produzione di 10 birrifici dislocati nelle regioni Lazio, Campania, Calabria, Basilicata e Puglia. Poi ad aprile, dall’8 al 10, è stata la volta de I Giorni degli Oli Extravergine, le grandi ricchezze della Campania suddivise nelle tre DOP Cilento, Colline Salernitane e Penisola Sorrentina. Quindi a giugno è stata la volta del Coda di Volpe Wine Festival, una kermesse di tre giorni che ha visto per protagonista il Coda di Volpe, un vitigno a bacca bianca a torto ritenuto per lungo tempo “minore” e quasi mai vinificato in purezza, ma utilizzato soprattutto in uvaggio per stemperare l’alta acidità di vitigni di rango superiore, quali il Greco e il Fiano.

Ed infine il quarto evento, quello in veste rosa. Ancora una volta grazie alla prodigiosa fucina di idee rappresentata dall’eclettica mente del giornalista Luciano Pignataro, fresco insignito del premio Veronelli, il 15 luglio scorso si è tenuta La Grande Notte del Rosato, dal provocatorio “sottotitolo” Il meglio del Regno delle Due Sicilie. Continuando sul tema già affrontato in premessa, infatti, il rosato rappresenta, o meglio potrebbe rappresentare – se solo rispecchiasse condizioni produttive ottimali – una freccia in più all’arco della vitivinicultura del Sud, un valore aggiunto che la manifestazione ha messo in chiara luce. E, ancora una volta il ruolo principale può essere svolto dalla ricchezza ampelografica e dalla straordinaria varietà di vitigni, tutti utili alla vinificazione in rosa, dall’aglianico alla barbera, dal negroamaro al gaglioppo, dalla malvasia nera al montepulciano, dal nerello mascalese al magliocco, dall’uva di Troia al calabrese, dal tintore al piedirosso, ecc.

Più di trenta i campioni in degustazione nella notte di mezzo luglio, con folta rappresentanza della regione ospite, ma con tanti prodotti di pregio di altre regioni. Fra queste voglio ricordare uno dei capolavori enologici del sud: il rosato salentino Five Roses di Leone De Castris. Dal colore intenso e luminoso, questo vino è caldo, passionale, dal gusto morbido, quasi vellutato; sembra quasi sprecato pensarlo nel classico abbinamento con zuppe o piatti di mezzo, mi piacerebbe spingerlo in accoppiamenti più arditi, anche con primi elaborati e secondi di carne...Tra i figli di Puglia convincono pienamente altri due splendidi rosati, anche questi a base prevalente di negroamaro, quello di Santi Dimitri e quello dell’azienda Francesco Candido, creatrice del capolavoro rosso Cappello di Prete. Tra i rappresentanti d’Abruzzo conferma per la giovane – ma sempre più premiata – Torre dei Beati, a dimostrazione che il montepulciano d’Abruzzo possiede una vocazione naturale alla vinificazione in rosa. Dalla Basilicata provengono i nerboruti e profumatissimi rosati da aglianico del Vulture di Cantine del Notaio, Vinicola Martino e Cantina di Venosa. Sorprendenti infine, per nettezza e fragranza di profumi e per lunghezza gustativa, tutti e quattro i campioni calabresi in degustazione, prodotti da Dattilo, Librandi, Terre Nobili di Calabria e Ippolito, a dimostrazione che non esiste parte d’Italia che non possieda ricchezze enologiche e questi vitigni, il gaglioppo e il magliocco in particolare, per le potenzialità, in gran parte inespresse, meriterebbero davvero maggiore attenzione.

E veniamo ai padroni di casa. Innanzitutto una nota generale: i vini campani presentati alla rassegna confermano quel che dicevamo. Abbandonata la semplicità fine a se stessa, tutti si sono rivelati, pur nel rispetto di una necessaria naturalezza, per nulla banali, affatto elementari o immediati, ma piuttosto tutti dotati di genuinità e fragranza.

Tratto da un uvaggio di montepulciano, olivella, aglianico e altri cloni locali di cui l’enologo-titolare aziendale Nicola Venditti è riscopritore e – in alcuni casi – geloso tesoriere, il rosato di Antica Masseria Venditti si fa apprezzare per l’ampio bouquet fruttato e per la perfetta compostezza, un grande equilibrio tra note morbide e calde e grande mineralità; un rosato non solo “piacione”, ma anche profondo e complesso. Bella acidità e sentori caldi e balsamici caratterizzano il rosato della giovanissima azienda Terre ad Oriente di Torrecuso. Grandi profumi anche per i due rappresentanti della Costa d’Amalfi, Il Furore rosato di Marisa Cuomo e il Getis di Gigino Reale, un fortunato connubio di uve tintore e piedirosso prodotto in numero limitato di esemplari. Ma, tra tutti i rosati fermi, il primo posto sul podio, a parere dello scrivente, va allo “Sfizio Rosa”, un nome che è quanto dire, dal momento che si tratta di un vino davvero divertente. Prodotto da I Viticoltori del Casavecchia dall’omonimo vitigno lavorato in purezza, questo rosato spinge il proprio equilibrio a livelli eccezionali. Profumi di piccoli frutti di bosco, di ciliegie e di visciole, si accompagnano a eleganti note floreali, cannella e altre spezie. Alla bocca l’armonia è perfetta, l’acidità e la sapidità si equilibrano con le note morbide e con un lunghissimo finale caldo da cui spicca piacevolmente anche un gustosissimo e coerente tannino.

E tra i campani ancora e, giusto per citarne ancora uno, tra gli spumanti in rosa non possiamo dimenticare il Dubl, l’Aglianico rosato dei Feudi di San Gregorio, un metodo classico che si affianca agli altri due prodotti dalla casa, quello a base falanghina e quello a base greco; davvero sorprendente per equilibrio e rotondità, soprattutto se si pensa alle asperità del vitigno base.


I riferimenti d’Oltralpe

Nel programma della manifestazione di Battipaglia, tra l’altro, è stata inserita una degustazione di vini rosati dei “maestri” francesi. Interessante, soprattutto perchè ha dato la possibilità di operare un raffronto sul campo con i nostri rosati. Del resto “La Francia, ogni qual volta si affronta l’argomento del rosato, rappresenta un tema strisciante”, come ha avuto a dire Giovanni Ascione, gran conoscitore di cose d’Oltralpe e relatore AIS sulla Francia. Qui il vino è un momento caratterizzante dell’intero sistema, un elemento irrinunciabile non solo dell’economia, ma anche dell’esprit popolare, fa parte integrante della cultura nazionale. E tra i simboli più importanti c’è il rosato, anzi il rosé, questo vino spesso color buccia di cipolla tenue – quel colore che, diciamolo, a noi italiani non piace affatto – magari passato in legno, speziato e floreale. La valenza economica del rosato in Francia è neppure lontanamente paragonabile a quella nostrana: interi sistemi enoici assumono questa tipologia a elemento prevalente, basti pensare ai vini di Provenza.

All’insegna di “il rosato in Francia è cosa seria” si è iniziata la degustazione proprio con un vino di Provenza, il Domaine Saint Jean de Villecroze, un Côte de Provence riserva 2006 (ecco un’altra differenza eclatante: da noi le riserve di rosato sono praticamente inesistenti). Questo rosé buccia di cipolla, ricavato da un uvaggio di cinsault e grénache, già all’olfatto segnala i precursori di una grandissima mineralità: grafite e pietra focaia sono i marcatori più evidenti, unitamente a essenze di fiori di rosa e lavanda. Un aspetto nel complesso assai gourmand. Anche alla bocca torna la mineralità, che sopravanza una pur buona acidità; l’ingresso già pieno e succoso, lungo il finale, morbido e abbastanza caldo, certamente non tannico. Concludendo: intrigante, inusuale.

Il secondo vino in degustazione, il Touraine Pineau d’Aunis 2007 di Jean Francois Mérieau, è invece un cerasuolo proveniente dalla Valle della Loira, più simile per molti tratti ad un rosato italiano, a cominciare appunto dal colore. Il vitigno adoperato è il pineau d’Aunis, un autoctono della regione, conosciuto soprattutto per i vini rossi e chiamato anche “chenin noir”, proprio per evidenziarne la somiglianza a quest’ultimo che, invece, esiste solo in versione bianca. Al naso questo rosato è decisamente più rispondente alle attese “italiane”, fruttato, con note caramellose e ruffiane, qualche aspetto leggermente vinoso. Alla bocca è pieno e carnoso, entra ampio, con grande nerbo, gira morbido, è assai lungo; dopo la beva e durante tutto il finale, in cui tornano note di ciliegia matura, mostra il lato più transalpino, è fumoso, caldo e minerale. In sintesi: accattivante, ruffiano.
Il terzo vino ci riporta in Provenza, per l’esattezza in Langue d’Oc. Il Les Oliviers 2007 Domaine de MontMarin è un vin de Pays, il corrispondente della nostra Igt, che proviene da un’area caratterizzata dalla presenza di vitigni internazionali, la Côte de Tongue. Il naso è eccezionale, di grandissima complessità, con amarene e frutta esotica, solfuree e minerali e qualche effetto aromatico e foxy che lo fanno somigliare ad un riesling o a un sauvignon blanc. Qui l’uvaggio è composto da syrah e cinsault, due uve che arricchiscono la bocca di freschezza e mineralità a non finire, ma anche con aspetti dolci e morbidi, per certi versi grassi. Il finale è decisamente caldo, di grandissima eleganza. Non si può non pensarlo in abbinamento con la classica bouillabèsse. In una parola: sontuoso.

Il quarto ed ultimo vino proposto nella degustazione è un vero e proprio capolavoro enologico, lo Champagne Brut Rosé Premier Cru di Aubry. Anche qui ci troviamo di fronte a un colore buccia di cipolla. Il perlage è assai sottile, anche se non proprio persistente. Impressionante il novero dei sentori riconoscibili all’esame olfattivo: in questo champagne la lunghissima maturazione, di circa 26 mesi, sui lieviti, conferisce odori animali e aromi di pietanze, oltre al fieno e a spezie a gogò sembra di cogliere umori grassi di cucina, di carni rosse frollate, di cacio!! Non so quanto la suggestione possa derivare dall’ars discendi del nostro fantastico relatore Gianni, o quanto l’emozione possa invece essere dettata dal completo abbandono al piacere assoluto della degustazione...Fatto sta che la grandissima complessità di questo champagne prosegue all’esame gustativo, in cui sono ben presenti mineralità e acidità. L’equilibrio con le note morbide e calde del lungo finale è totale; persistenza, finezza ed eleganza fuori dal comune. Circa il gourmet mi tiro fuori dal coro: non oso pensare questo capolavoro della natura e dell’uomo, questo pezzo unico, in abbinamento a tutto pasto, voglio degustare questo champagne con le ostriche, come Dio comanda, sull’aragosta, sui ricci di mare, sulla granseola! Definizione: Bacco è con noi...

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Napoletano, 48 anni nel 2007, studi scientifici prima, di giurisprudenza poi. Il lavoro, ormai quasi trentennale, di funzionario amministrativo e...

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