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Vini dal centro sud

La viticoltura nel Sannio e Vinalia

di Ugo Baldassarre

MappaArticolo georeferenziato

C'è un equivoco di fondo, che purtroppo ancora oggi accompagna l'immaginario comune della vitivinicoltura sannita, che induce molti, anche i neoestimatori dei vini campani, a considerare la provincia beneventana soprattutto in ragione della quantità della produzione e non della qualità dei vini. E, del resto, come dar torto ai compilatori di statistiche, ai redattori di tabelle numeriche che ragionano in termini di percentuali, di numeri di quintali e di fatturato, se poi effettivamente ancor oggi la provincia di Benevento rappresenta da sola quasi la metà della produzione campana?

Eppure, al di là dei soli aspetti quantitativi, il Sannio offre un panorama vitivinicolo di grande qualità - si pensi solo alla grande concentrazione di D.O.C., ben sei concentrate in un territorio dalle dimensioni assai ridotte - ed il vero grande progresso di questa provincia risiede nella sensibile ed inarrestabile trasformazione del settore. I risultati sono evidentissimi, con l'ottimizzazione delle colture e dei sistemi di allevamento e con una moderna e invidiabile tecnologia che accompagna tutti i processi, dalla produzione all'affinamento alla maturazione in cantina.


Vinalia

Queste considerazioni trovano puntuale conferma anche in Vinalia 2005, l'appuntamento con il vino sannita organizzato dal Circolo Viticoltori di Guardia Sanframondi che quest'anno celebra la 12^ edizione. La manifestazione, in svoltasi dal 5 al 10 agosto 2005, è stata guidata dalla Cooperativa La Guardiense, che da sola raccoglie migliaia di operatori del settore e rappresenta il fulcro dell'intero comparto del beneventano. Guardia Sanframondi è un piccolo borgo di origine normanna: nel 1150 era, appunto, "la guardia", ossia la roccaforte dei Signori di Sanframondo, feudatari di corte. Oggi questo piccolo paesino rappresenta il maggior punto di riferimento per tutta la viticoltura del Sannio. Ciò accade non solo per la sua posizione strategica, arroccato com'è sulla sommità di un colle che domina la Valle Telesina con Solopaca, Torrecuso, Castelvenere, Dugenta e molti altri centri a vocazione vitivinicola, ma per il ruolo di guida riconosciuto ai viticoltori di Guardia.

La manifestazione Vinalia rappresenta il momento più significativo dell'anno per le aziende per mettere in mostra i propri prodotti, per operare confronti e riflessioni, ma anche per incontrare buyers e mediatori di settore. Davvero coinvolgente il clima di simpatia che regna a Guardia durante Vinalia: le aziende partecipanti, anche quelle provenienti dai centri e dai borghi vicini, per poter offrire i propri prodotti in degustazione vengono ospitate nelle antiche botteghe del centro storico, contribuendo ad animare un suggestivo e pittoresco percorso che si snoda tra le strette e ripide calli in un'atmosfera di calore d'altri tempi…


Il convegno

Ogni edizione di Vinalia riserva uno spazio particolare per riflessioni sulla materia enologica e quest'anno davvero intrigante ed attuale è stato il tema del convegno proposto, svoltosi il 9 agosto nelle sale dell'antico Castello Guardiense: "La globalizzazione enologica, rischi ed opportunità".
Dal convegno, sebbene al termine di disamine ed analisi assai diverse operate dai rappresentanti dei vari settori, sono emerse comunque evidenti convergenze su quella che può rappresentare l'unica soluzione possibile o l'unico "antidoto" per ogni forma negativa di globalizzazione: la qualità e la tipicità dei prodotti.

Domizio Pigna, presidente del Consorzio di Tutela dei vini Samnium e presidente della Cooperativa La Guardiense, ha tenuto ad evidenziare come "per resistere ai colossi internazionali, che indirizzano i mercati ed influenzano gusti e produzioni, gli unici strumenti a disposizione sono la giusta valorizzazione delle risorse e l'impegno e la coesione dei produttori in figure consorziali". "Emblematicamente il film Mondovino riassume ciò che accade in tutti i mercati, anche in quelli minori - afferma Sandro Tacinelli, moderatore del dibattito - dove i rappresentanti di alcune lobby riescono ad influire e ad imporre mode e consumi".

Luciano Pignataro, scrittore ed autore di guide enologiche, pone in evidenza altri aspetti della globalizzazione enologica: "proprio il Sannio, con l'estrema ricchezza varietale dei vitigni, con abbondanza di chardonnay e di barbera, dimostra che il fenomeno non è affatto recente. Basti pensare che la falanghina fino a 15/20 anni fa veniva coltivata soprattutto per conto di una grande marca nazionale, con quantitativi che raggiungevano anche i 150/160 quintali per ettaro, e soprattutto per produrne distillati. Oggi la globalizzazione - continua Pignataro - deve invece fare i conti con fenomeni esterni all'economia italiana e riguarda anche la capacità di resistenza del mercato interno degli autoctoni, soprattutto dei piccoli produttori, al cospetto di vini cileni o australiani, dal gusto internazionale e omologato, che però arrivano sul mercato a 3 euro o poco più. Gli elementi di distinguo dei nostri vini tuttavia esistono e sono rappresentati dal terroir, con il clima e l'inimitabilità dei vitigni autoctoni e con la biodiversità, ossia la tipicità, l'unicità del prodotto locale".

Avvertimenti particolari ai consumatori distratti giungono anche da Silvio Barbero, segretario nazionale di Solw Food: "i meccanismi della globalizzazione sono già presenti nei nostri mercati e sarebbe un grave errore pensare che il fenomeno non ci riguardi. E' proprio a causa di questo fenomeno che sono cambiati i nostri modelli di consumo - afferma Barbero - Anche il comportamento del consumatore ne è influenzato: oggi purtroppo si consuma il vino non come alimento adeguato al cibo, ma seguendo "la moda". Quindi il primo grave condizionamento imposto dalla globalizzazione è di tipo culturale. La conseguenza più grave è quella subita dall'agricoltura, con l'abbandono di coltivazioni classiche e/o locali per l'impianto dei vitigni suggeriti dal gusto internazionale". Ma c'è anche una globalizzazione "buona" ed il rappresentante di Slow Food tiene a metterla in evidenza: "gli stessi atteggiamenti modistici impongono maggior attenzione ed informazione sulla qualità del cibo, sulla sua provenienza, ecc". Slow Food ha coniato anche un paradigma della qualità, proprio in relazione alle caratteristiche che essa deve possedere al cospetto del fenomeno della globalizzazione. "La qualità deve essere buona, pulita e giusta - afferma Barbero - buona perché deve arrecare piacere, deve soddisfare il gusto del consumatore; pulita perché deve rispettare l'assetto e la vocazione del territorio, senza stravolgerne le coltivazioni; giusta, infine, perché coloro che lavorano la terra devono riceverne la giusta ricompensa in termini di remunerazione (eticità del lavoro agricolo).

E' questo l'aspetto più difficile del sistema: basti pensare che proprio a causa della scarsa remunerazione della manodopera agricola e della progressiva industrializzazione dei processi agricoli si è passato, dal dopoguerra ad oggi, da una percentuale di occupazione del 45% ad appena il 4% della popolazione".

Gaetano Pascale, rappresentante internazionale di Slow Food e presidente del Comitato Organizzativo di Vinalia, pone invece in evidenza l'approccio culturalmente più evoluto del consumatore italiano nei confronti del vino e come la sua maggiore educazione e preparazione possano rappresentare delle armi vincenti a difesa della qualità dei prodotti: "se il vino è una componente culturale, esso rappresenta anche il terreno migliore di difesa delle tradizioni locali e nazionali; non si deve pensare, al contrario, che fuori dall'Italia e soprattutto dall'Europa possa esistere la stessa preparazione o atteggiamenti simili. Soprattutto nei Paesi neofiti non vi può essere lo stesso attaccamento, in quanto non vi sono tradizioni particolari da difendere o valorizzare.
Ciò si riflette, ad esempio, anche nei sistemi di accoglienza e di disponibilità nei confronti del consumatore del vino: non è nemmeno paragonabile l'assistenza che può dare una cantina delle Langhe all'indifferenza di una californiana…".

Anche Carlo Falato, sindaco di Guardia Sanframondi, si sofferma sull'importanza delle tradizioni, e sulla necessità di salvaguardare i prodotti autoctoni a difesa della qualità e per contrastare le mode imperanti della globalizzazione: "Guardia è un paese ricco di tradizioni, anche millenarie e non solo enologiche. Proprio al fine di sostenere e di valorizzare queste risorse e per implementare il nuovo flusso turistico, Guardia ha definito assieme ad altre dieci municipalità un nuovo strumento di sviluppo con un Progetto Integrato Rurale".


Le degustazioni

Nelle antiche botteghe in tufo e pietra arenaria del borgo medievale di Guardia durante Vinalia sono stati ospitati opifici di ogni genere: dai laboratori del gusto ai pastifici artigianali, dai caseifici ai salumifici, dalle aziende produttrici di miele a quelle di conserve, di marmellate, di funghi, di miele. E fra tutte e su tutte, le aziende vinicole. Tra gli emergenti hanno offerto davvero una buona prova l'azienda agricola di Solopaca Santimartini, che ha offerto in degustazione il Ciesco della Mirella 2003, una falanghina classica del beneventano, molto equilibrata tra le sue note sapide e quelle fruttate varietali, e soprattutto grazie al Solopaca classico 2003 Terre Sparse, un vino ricavato da un blend di sangiovese e aglianico, con aggiunta di piedirosso e sciascinoso: la sclta sapiente di queste uve, la lunga macerazione e l'affinamento in barrique conferiscono a questo prodotto delle note di morbidezza particolari, davvero inusitate per un vino di questo tipo.

Sempre tra gli emergenti in campo vinicolo - ma una realtà più che consolidata per la produzione dell'ottimo olio extravergine, fruttato, fragrante e di scarsa acidità - Terre Stregate, un'azienda locale nuovissima, ha presentato un buon vino Fiano, di cui si intuiscono le potenziali grandi evoluzioni future. Una realtà invece oramai più che consolidata è rappresentata dall'azienda agricola Corte Normanna, che ha potuto offrire in degustazione tanti e differenti prodotti, dalla falanghina, all'aglianico, dal solopaca al sannio, dal buon passito di falanghina all'olio extra vergine d'oliva. Fra tutti ci hanno particolarmente impressionato La Colombaia, una falanghina dagli intensi profumi fruttati, di buona struttura e piacevolmente fresco e, soprattutto l'aglianico Tre Pietre 2003, un vino ricavato da vitigno aglianico amaro, compreso nella D.O.C. Sannio, sapientemente elaborato con macerazioni delicate, un primo affinamento di 10 mesi in barrique e ulteriori sei mesi in bottiglia, dall'invidiabile equilibrio al gusto e dall'ampio spettro olfattivo.

Un'ulteriore conferma proviene dai vini prodotti proprio dalla Cooperativa La Guardiense/Janare alla quale, se si può imputare un difetto, va rilevata semmai l'eccessiva ampiezza della gamma in sperimentazione a scapito della specificità dei prodotti ma, del resto, trattandosi di una cooperativa che raccoglie numerosissime aziende, si deve ammettere che è assai difficile concentrare tutta l'attenzione su poche specialità. Tra le conferme vanno invece annoverati Torre Gaia, l'azienda di Dugenta, con il Sannio rosso D.O.C. Aia Vecchia, un blend affascinante di uve autoctone dall'intensa carica aromatica e dal gran corpo, e con il bianco Koinè 2002, un greco in purezza dall'intenso profumo floreale e di gran freschezza. Un'altra realtà in via di definitivo consolidamento è quella dell'azienda Nifo Sarrapochiello: sempre piacevolmente fresco ed appagante l'Alenta, una falanghina del beneventano in purezza che anche nella sua versione 2004 conferma tutto il suo patrimonio organolettico.

Di questa azienda non finisce di sorprendere, in particolare, il Màrosa 2004 aglianico del Taburno che, assai raro nella sua tipologia di vino rosato, conserva tutte le caratteristiche significative della corrispondente varietà vinificata invece in rosso, senza perdere neanche in struttura o morbidezza. Una citazione particolarissima, infine, per un'azienda che personalmente non conoscevo affatto ma che ha saputo riscuotere subito il mio personale consenso e quello di numerosissimi visitatori: l'azienda agricola De Lucia. Attualmente questa azienda, dopo circa quindici anni di esperienza nel settore, preferisce produrre solo tre vini, ma tutti di grande qualità. Curatissima la falanghina Vigna delle Ginestre 2003, piacevolmente odorosa di ginestra e di frutta matura, equilibrata ed abbastanza fresca, di corpo, morbida quanto basta e con un lungo finale che richiama gli acini più dolci e maturi del frutto. Buono davvero l'Aglianico del Sannio D.O.C. 2002, che rispecchia tutte le caratteristiche di un'accurato e sapiente affinamento. Ma, sopra ogni altro, eccellente il cru di Aglianico La Murellaia 2001, ottenuto con selezione di uve provenienti dal vigneto su terreno pietroso (localmente le murelle), raccolte a mano, lunghissima macerazione, travasi continui dall'acciaio, dove subisce la fermentazione malolattica, alle barriques ed infine alla maturazione in bottiglia. Il risultato è uno di quei vini dal quale non vorresti mai separarti e in cui non vedi l'ora di imbatterti nuovamente, anche per caso com'è successo a me, ma assolutamente al più presto.


Fonte news: TigullioVino.it

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Napoletano, 48 anni nel 2007, studi scientifici prima, di giurisprudenza poi. Il lavoro, ormai quasi trentennale, di funzionario amministrativo e...

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