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Il vino a Roma

di Maria Stefania Bardi Tesi

MappaArticolo georeferenziato

Ogni uomo ha la propria visione su ciò che è meglio fare o su cosa meriti attenzione. Prendiamo ad esempio Catone il censore, figlio di contadini, fedele alla terra (nonostante le numerose cariche pubbliche) ed accanito sostenitore della proprietà fondiaria da lui ritenuta unica forma accettabile di ricchezza contrapposta ai guadagni provenienti da commercio o quanto altro. Scrisse un trattato il “De agri coltura” dove elencava: oltre a obblighi e doveri di schiavi e fattori verso il padrone, anche i segreti della coltivazione della vite.

Diversamente da Catone, Cicerone considerava poco redditizio investire in vigneti tanto che pronosticava sventure a chi privilegiava le vigne ai boschi. Semplice il motivo: il legname, ricchezza del bosco, poteva essere facilmente venduto anche in caso di crisi economica, non così il vino.
All’epoca infatti tale bevanda era considerata un lusso per ciò soggetta a differenziazione dei prezzi e dunque poco sicuro.

L’eruzione del 79 d.c che cancellò Pompei parve dargli ragione.
La produzione vinicola si perse ed il prezzo dl vino andò alle stelle, come logica conseguenza: lo smantellamento dei vigneti e la conversione produttiva agricola in grano.

Columella nel suo “De re rustica” sosteneva, quasi a voler bilanciare le altrui motivazioni, che soltanto chi aveva la necessaria capacità e competenza traeva convenienza a dedicarsi alla viticoltura, condannando coloro che con troppa disinvoltura ed approssimazione si dedicavano a tale attività.

A parte pareri personali e alterne vicissitudini sulla coltivazione della vite che vide un significativo arresto nel 3° secolo d.c. causato da un editto che imponeva di distribuire una parte del vino prodotto a soldati e plebei; il vino a Roma in epoca di re e repubblica era già presente fin dalla prima colazione (Jentaculum) che consisteva in pane inzuppato nel vino.

In epoca imperiale poi il vino compariva all’inizio del banchetto sotto forma di Mulsum (vino mielato).
L’uso di bere vino addizionato era in essere già presso i greci che consideravano i bevitori di vino schietto degenerati, pazzi o comunque vicini alla pazzia.
Miele, erbe e perfino l’acqua di mare erano le sostanze più usate per mischiare il vino.

Gli Hastores erano gli specialisti accreditati per controllare le dosi e la qualità del vino miscelato, assaggiandolo prima di essere servito (progenitori degli attuali sommelier?).
L’importanza del vino arrivò a tal punto che si costituì il Corpus Vinariorum , ossia la corporazione dei vinai fra le sei più importanti a Roma.

I vini che arrivavano a Roma da ogni parte del mondo venivano selezionati da veri e propri funzionari i Susceptores vini. Si vendevano vini nelle Mensae vinariae nelle Tabernae vinariae, negli Opsonatores (ritrovo di allora per pranzi veloci) e nei Thermipolia luogo deputato al consumo di pasti al “banco”( paragonabile forse agli attuali bar ).

Tutto ciò che era legato al bere incontrava l’interesse dei romani che per bere erano disposti a spendere non solo per le bevande ma anche per coppe, bicchiere, vasi potori….insomma per tutto ciò che era utile al” bere bene”. Molti sono gli indicatori dell’importanza assunta da questa funzione solo in parte fisiologica.

1° Le bevute speciali erano dirette da uno Statega o Modimperator che in genere dirigeva la Commisatio .

Non meno di tre le libazioni

la 1° per onorare la salute, la 2° per il piacere e la 3° per il sonno. Se più di tre mai comunque in numero dispari:

2° La più alta carica a cui aspirava un servo era quella di Coppiere, carica che richiedeva oltre alla conoscenza e competenza sul vino anche bell’aspetto e giovinezza.

3° Era in uso bere alla salute pronunciando il nome di colui per il quale si effettuava il brindisi ed a numeros cioè tanti bicchieri quanto erano le lettere del nome pronunciato.

4° Atto di estrema cortesia , che sottintendeva profonda amicizia o amore, il” Prelibare” (bere prima), pertanto veniva offerta la propria tazza alla persona a cui era riservato l’atto cortese facendola bere per prima.

Chi non poteva permettersi il vino ricorreva ad altre bevande come a.e. la Posca, assai diffusa fra i legionari, ottenuta da miscela di acqua ed aceto; l’Idromele ottenuta con una parte di miele e due parti di acqua piovana così conservata per 5 anni e poi bollita e detta anche Acqua Mulsa.

Fra i vini italiani quelli che riscuotevano maggior successo: Il Falerno, certamente il più pregiato, veniva pagato anche quattro volte più degli altri vini, l’Albano, il vino di Cere, il Caucino, il Sorrentino, i l Nomentano….

“Con il vino si alimentano le forze, il sangue ed il coraggio” scriveva Plinio, come dargli torto considerando la potenza raggiunta da Roma?

Ma riflettiamo anche sulla sua decadenza ed allora l’invito a riflettere prendendo spunto dal latino Apuleio che ammoniva:” Il primo bicchiere appartiene alla sete, il secondo all’allegria, il terzo alla voluttà, il quarto alla pazzia”.

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