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Viaggi enogastronomici

Montiferru di Sèneghe - Sa Tanka, Saluti e Cagliari (Quinta Parte)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Cena a Sa Tanka, Sèneghe

Sa Tanka è il nome di un locale di Sèneghe ricavato in un ampio stanzone alto oltre cinque metri che faceva parte di un antico caseificio. Questa era la sala della salagione dei formaggi. Muri bianchi e poche decorazioni lo rendono quasi maestoso e solenne. Il caseificio di Sèneghe era nato nel 1926 e fino agli anni ’40 era il secondo caseificio di tutta l’isola, dopo quello di Macomer. Successivamente venne trasferito in case vicine e si trasformò in cooperativa dei pastori.
La tanka può essere molte cose. Nel Dizionario di Marina medievale e Moderno della Reale Accademia d'Italia (Roma 1937) viene definita come Barca asiatica, condotta da donne e uno si chiede “Come mai? Che strano”. In realtà, come ci raccontano i nostri ospiti, era un’antica imbarcazione che girava per il Peloponneso come casa di piacere e sulla quale viaggiavano solo donne che visitavano, uno dopo l’altro, i paesi della costa. Ma non è solo questo il significato di Tanka perché se cercate il vocabolo su google trovate solo, da Wikipedia, IL Tanka, al maschile, (letteralmente "poesia breve") ed è un componimento poetico d'origine giapponese di 31 morae. Nato nel V secolo d.C., ha poi dato vita all'haiku. Nel genere del tanka si è cimentato anche Borges. Ma qui siamo sulla sponda godereccia e sarebbe bello comporre un tanka dedicato ad un’ospite della tanka, ma non credo di essere all’altezza per un simile compito. Un terzo significato me lo racconta Antonio, il sindaco, che stasera siede accanto a me. Mentre ceniamo Antonio mi informa che in sardo sa tanka identifica anche un appezzamento di terreno circondato da un muro.

Vedi anche Montiferru di Sèneghe – Olio e tradizione (Prima Parte)
Vedi anche Montiferru di Sèneghe – Olio, spiagge e cantine (Seconda Parte)
Vedi anche Montiferru di Sèneghe – Abbardente e canto a tenores (Terza Parte)
Vedi anche Montiferru di Sèneghe – Tecnologia, Alta Marea e Mondo (Quarta Parte)

Tra una chiacchiera e l’altra, tra una riflessione etimologica e l’altra vengono servite a tavola una serie di delizie gastronomiche, le animelle con rucola (eccellenti), i funghetti sott’olio, le cipolline rosse in agrodolce, la bresaola e il formaggio, il bue rosso in roastbeef (strepitoso), la pancetta e il salame di bue rosso (buonissimi), il tutto annaffiato da sorsi del tipico Cannonau.
In attesa dei primi piatti anche stasera un intermezzo musicale con il complesso vocale a sei voci dei Janas (si pronuncia gianas e quando sono al completo cantano in otto), che attaccano un brano in lingua sarda vivace e molto musicale. Mi ricorda, come intonazione, un canto gospel. In sardo Janas significa Fate, plurale di fata, come quella di Biancaneve
La tradizione casearia si è spostata da Sèneghe ad Oristano, dove oggi esiste una grossa cooperativa che é seconda, come dimensioni produttive, solo allo stabilimento di Pinna, che é privato.
Ma ecco in tavola i deliziosi e appetitosi Malloreddus al pomodoro e ragù di carne, seguito dagli ottimi Maccheroncini con verdure e ricotta.
Sto finendo la scarpetta nel piatto e i Janas attaccano il secondo pezzo, “Babordo”, una loro composizione ritmica e accattivante.
Ora arriva la carne alla griglia, perfetta per cottura e sapore, insieme a vassoi di verdure in pinzimonio, carote, sedano, finocchio, rapanello.
Non poteva mancare un profumatissimo pecorino di media stagionatura per completare il pasto e i Janas col loro terzo pezzo, ancora melodico e ritmato sulla scia dei due precedenti.
In chiusura il tortino al cuore morbido di crema e cioccolato e un calice aromatico di Malvasia il cui delizioso sapore ci accompagna nel viaggio di ritorno al Villa delle Rose

Sabato 23 Febbraio

Il commiato in versi

Mi sveglia alle sette il ticchettio della pioggia spinta dal vento sulle persiane in alluminio che chiudono le finestre che danno sulla piazza. Continua a piovere anche durante l’ultima colazione e alle dieci il cielo sembra mostrare qualche timido squarcio di azzurro, tra un cumulo e l’altro. Usciamo a gruppetti in cerca di regalini e ricordi. Laboratori di gioielli scovati da chi era già stato qui negli anni precedenti, piccoli caseifici artigianali, visite architettoniche per coltivare anche l’occhio e la mente e anche del buon caffè in qualche bar elegante del centro sono le nostre mete.
Rientriamo in albergo verso l’una per l’ultimo pranzo tutti insieme e per un ricordo di ciascuno di noi dell’esperienza sarda di quest’anno lasciato su un foglio di carta gialla che andrà a far parte della bacheca del Montiferru 2013.
Sette giorni nel Montiferru
per oli, vini, cibi, cose buone e cardo mariano,
con persone rare, Nobili, semplici
in luoghi antichi di storia e tradizioni.
Sette giorni nel Montiferru
per sentirti più ricco dentro,
per scoprire sapori nuovi, genuini,
per conoscere artigiani di eccellenza
Sette giorni nel Montiferru
Un grazie a tutti gli organizzatori
Un abbraccio a tutto il panel

Addio alla tavola

Dopo aver lasciato il mio contributo ci gustiamo gli ultimi manicaretti di Marcello, i ravioli di ricotta e verdura col pomodoro fresco e le mezze penne alle verdure di stagione.
Oggi Pierpaolo ci ha procurato tre ottime bottiglie di vino, un Karmis bianco Tharros IGT 2011 di 14 gradi da uve Vernaccia e Vermentino autoctone, un Barrile Isola dei Nuraghi IGT 2008 di 14 gradi prodotto da Còntini e infine il Tiu Filippu rosso Isola dei Nuraghi IGT 2009 di 14,5 gradi delle Cantine Gavino De Riu di Codrongianus, Sassari.
Il terzo ci sta divinamente con il pecorino stagionato appena arrivato in tavola e non sfigura neppure con i dolcetti alle mandorle.
Altre pietanze di oggi, per stare finalmente un po’ più leggeri, la ricotta fresca, l’insalata mista condita con l’ultimo olio nuovo, infine arance e mandarini, che non so come, qui in Sardegna hanno sapori e profumi dimenticati altrove.
Dando un arrivederci ad Oristano salgo con gli altri sul pullman che ci porta verso l’aeroporto, con una sosta di un paio d’ore per visitare Cagliari, che ancora non conosco.

A Cagliari

Arriviamo sulla piazza nella parte alta della città e lasciamo i mezzi in sosta per visitare a piedi i palazzi del centro, la basilica e le altre meraviglie, con una bella vista panoramica sulla città.
Procedendo verso il mare la collina degrada pian piano e tra i palazzi si comincia a intravedere qualche spicchio di azzurro e poi una bella vista panoramica sui tetti della città bassa (qui siamo nella città alta) e poi si arriva ai giardini e alla scalinata che porta verso un museo che però oggi è chiuso, così risaliamo e riprendiamo la navetta per ridiscendere in Via Roma, davanti al porto, a camminare sotto i portici alti che mi ricordano molto quelli di Piazza Cavour di Caricamento, a Genova, anche quelli davanti al Porto Antico.
Alle diciotto siamo in aeroporto. L’aereo per Roma ha già 40 minuti di ritardo così ci rilassiamo sdraiati sulle poltrone di attesa.
A Roma il gruppo si decompone e ognuno ritorna alla propria regione. Ci sono un po’ di problemi per forti nevicate al nord. Il volo per Genova parte regolarmente alle 21.30 e riesco a prenderlo all’ultimo momento. Alle 22.30 sotto una leggera pioggerellina atterriamo al Cristoforo Colombo di Sestri Ponente, dove Andrea e Angela mi stanno aspettando per accompagnarmi in auto fino a Chiavari.
Saprò che Sara e Romano sono invece rimasti a Roma a causa della chiusura degli aeroporti di Bologna e di Verona.


[Foto Credit: Gabriella Repetto: panorama su Cagliari dalla città alta]


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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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