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Merano Wine Festival 2008, il report

di Redazione di TigullioVino.it

MappaArticolo georeferenziato

A un mese di distanza dalla conclusione della diciassettesima edizione del Merano International Wine Festival & Culinaria non si sono ancora spenti gli echi dei commenti favorevoli della rassegna. Pubblico appassionato, netta riduzione dell’affollamento all’ingresso e nei vari saloni del sempre spettacolare Kurhaus con la possibilità reciproca da parte dei produttori e del pubblico, costituito in grande maggioranza da veri appassionati, operatori del settore e stampa specializzata, di degustare e commentare in un clima ideale i vari vini e prodotti presentati.

Obiettivo pertanto pienamente centrato dal parte del presidente Helmuth Köcher, che si è prontamente dichiarato molto soddisfatto dell’andamento della manifestazione poiché è riuscito nello stesso tempo a diminuire il sovraffollamento delle ultime edizioni, giornata di sabato in particolare, e salvaguardare la qualità e l’elitarietà della manifestazione, evitando che si confondesse o si paragonasse a una delle tante fiere che si svolgono ogni anno in giro per il mondo. La sua idea di ritoccare in alto il prezzo del biglietto, proponendo un ticket a scalare dal sabato a lunedì, si è rivelata vincente, la soluzione ideale per suddividere equamente nelle tre giornate l’affluenza di pubblico. Inoltre si è provveduto a variare l’offerta, come ad esempio ospitare sabato e domenica nello storico Pavillone des Fleures i 43 produttori dell’Union des Grands Crus de Bordeaux, sostituiti lunedì dalle 23 aziende rappresentanti i Grand Cru Osterreich, affiancati nell’esigua Goethe Saal i Vins d’Alsace, entrambi al loro esordio nella rassegna meranese ma in grado di riscuotere subito grande interesse e apprezzamenti.

Nutrita nel complesso la rappresentanza dei produttori stranieri, giunti in questa edizione quasi a pareggiare i conti con la partecipazione italiana, capitanata dalla nutrita presenza francese, Champagne in particolare, affiancati da una ventina di produttori tedeschi, una quindicina (!) croati, sloveni, spagnoli, cileni, svizzeri, americani, portoghesi, sudafricani, australiani e neozelandesi. Inoltre ha destato molta sorpresa e curiosità la presenza di un produttore della Bosnia Erzegovina.
Sul fronte italiano la parte del leone l’hanno fatta il Piemonte e i padroni di casa dell’Alto Adige, con i primi, trascinati dalla complessità e longevità dei loro Baroli e Barbareschi, che pare abbiano vinto la storica sfida con i “colleghi” toscani, alle prese con i problemi di credibilità dei loro Brunelli e di omologazione del gusto dei blasonati “Supertuscan”, mentre gli altoatesini hanno confermato la loro costante crescita qualitativa e quantitativa che ha caratterizzato questo territorio nell’ultimo decennio. Non a caso infatti gli organizzatori hanno riservato a queste due regioni il salone principale del Kursaal, in pratica il fulcro dell’interesse degli appassionati e degli operatori del settore, ben spalleggiati dalle “bollicine” del Franciacorta lombardo.

La Toscana ha quindi diviso con il Friuli Venezia Giulia le due gallerie sovrastanti il salone e l’adiacente Lentner Saal, mentre le altre realtà italiane sono state relegate nella Czerny Saal e nella Ohmann Sal, forse le strutture che hanno un po’ penalizzato i produttori presenti poiché di dimensioni insufficienti per garantire una buona aerazione dei locali e fluidità del passaggio del pubblico. Numerose le conferme, soprattutto di produttori blasonati che in questi ultimi anni hanno fatto incetta di riconoscimenti e premi da parte delle varie guide nazionali e internazionali del settore enologico, tra i quali però spuntava qualche nome nuovo, degno riconoscimento attribuito dalla severa commissione d’assaggio guidata dallo stesso Helmuth Köcher: in Piemonte ad esempio sono stati apprezzati i vini della Tenuta Olim Bauda nell’Astigiano, di Marenco nell’Alessandrino e di Cieck, tra i migliori esponenti della zona del Canavese, mentre nell’Emilia Romagna hanno riscosso consensi il Sangiovese di Valle delle Lepri e il Lambrusco di Tenuta Pederzana per la sua lenta e laboriosa presa di spuma.

Tra i temi che hanno caratterizzato i discorsi all’interno della rassegna il come affrontare le nuove restrizioni dei tassi alcolici tollerati per chi si mette al volante. La logica conseguenza sarà probabilmente che i produttori dovranno obbligatoriamente effettuare un’inversione di tendenza, abbandonando i vini troppo corposi, i cosiddetti “mangia e bevi” tanto cari alle guide di stampo americano, abbassando il grado alcolico a vantaggio della tipicità del prodotto, dell’aroma e del sapore, in pratica di una maggiore bevibilità, garantendo nello stesso tempo la grande varietà e qualità dei vini italiani per rafforzare e, se possibile, espandere la propria diffusione sul mercato nazionale e internazionale.


Fonte news: Luciano Pavesio, Silvana Albanese

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