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La Fillossera in Europa, di Pier Luigi Nanni

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La Fillossera in Europa

di Pier Luigi Nanni

Gli ultimi decenni del XIX° sec. segnarono un periodo molto infausto per la vite e per il conseguente importante e notevole mondo enologico non solo in Europa, ma in tutte quelle zone coltivate a vigneti. La “FILLOSSERA - PHILLOXERA VASTATRIX “, dal greco”PHILLON - foglia” e “XEROS - secco”, è un micidiale parassita che manifesta tutta l’intrinseca drammaticità in quanto attaccò sistematicamente i vigneti del vecchio continente, cioè l’Europa, dopo aver fatto “tabula rasa” dei vigneti coltivati nelle Americhe ed in altre zree coltivate.

Proveniente, appunto dalle Americhe, questo sgradito ospite è “sbarcato” inizialmente in Inghilterra, ma si è rapidamente diffuso nel continente, dato che anche tuttora la Gran Bretagna, a parte piccole coltivazioni soprattutto nel sud, non è mai stata terra di grandi e notevoli produzioni di vini, per cui una volta attraversata la Manica e visto il ben di Dio enologico presente, se ne deduce che sia impazzito dalla gioia!

Dalla Francia travalicò le Alpi e si propagò così velocemente tant’è che nel decennio successivo nelle regioni della pianura Padana fu distrutto oltre l’85% dei vigneti fino ad allora presenti e purtroppo ne conseguì che alcuni vitigni autoctoni furono definitivamente estinti. Alcune zone si salvarono da tale flagello in quanto favorite da particolari situazioni climatiche, caratteristiche dei terreni o situate in aree impervie e lontane dal traffico sociale.

Partendo dal nord, le colline vitate della Valle d’Aosta, in quanto ubicate ad un’altezza prossima ai 1000 m e la scarsità della presenza dei vigneti, permisero che il parassita non procurò quasi nessun danno. Nella bassa ferrarese poco distante dal mare, nella zona comunemente chiamata Bosco Eliceo, il merito di salvare le viti lo si ebbe tramite tramite la composizione chimico-organolettica del terreno, poiché in antiche ere è risaputo che l‘odierna pianura Padana era un’immenso mare facente parte di quello Adriatico, che si è colmata al disgregamento delle montagne circostanti che con la pioggia ed altre calamità naturali che hanno reso possibile la formazione o meglio, la colmatura delle profondità marine, appunto della pianura Padana.
In questa delimitata e ristretta area, il terreno è prevalentemente di formazione sabbiosa per cui riccamente composto soprattutto da sostanze iodate che essendo un mortale nemico della filossera, ha fatto sì che non infestasse i vigneti coltivati per cui si sono salvati quasi tutti. A seguito dell’elevata concentrazione sabbiosa presente, i vini che si producono in questa specifica area, sono chiamati “Vini di sabbia del Bosco Eliceo”.

Ad Argenta, siamo nel cuore del Bosco Eliceo, vi sia ancora un ceppo di vitigno che vanta oltre 120 anni e che produce, anche se pochi, alcuni ottimi grappoli d’uva: è annoverato nell’albo dei “Monumenti arborei” della flora italica.
Un’altra ristretta area che si è salvata da questo malefico parassita, è sulle montagne della Basilicata che isolata allora come la Valle d’Aosta, non ne ha subito sostanziali attacchi.

Passiamo in Sicilia e precisamente sulle pendici e zone limitrofe del vulcano Etna in quanto sature di sostanze zolforose, grande nemico del parassita per cui non ha potuto attecchire sui vigneti. Già dagli ultimi anni del 1870 si seguiva con trepidazione l’avanzata inarrestabile di questo pidocchio: la regione più esposta sembrava la Liguria, in quanto confinante e libera di eventuali barriere protettive, anche se la zona del Nizzardo stava già cominciando ad essere infestata. In Italia fu scoperto per la prima volta nel 1879 a Valmadrera, vicino a Lecco ed immediatamente dopo anche nel milanese. L’anno dopo comparve, oltre al centro Italia già ampiamente diffuso, in Puglia, Calabria e Sicilia: nel 1885 le piantagioni viticole del sud, Sardegna compresa, erano praticamente tutte colpite.

Stranamente ed inspiegabilmente, al nord la fillossera si diffuse radicalmente solo verso la fine del secolo, soprattutto nelle zone delle Langhe e Monferrato distruggendo quasi il 90% dei vigneti. Il flagello si estese lentamente che venne chiamato “ fillossera addormentata”, in quanto vi furono situazioni incredibili come vigne che impiegarono oltre quattro anni per venire completamente distrutte.
Un notevole rallentamento della diffusione si ebbe con l’efficace utilizzo del “solfuro di carbonio” e la propaganda da parte delle “Cattedre ambulanti di Agricoltura” che diffusero la necessità di impiantare viti di ceppo americano, tant’è che nel Monferrato furono sperimentate in Italia per la prima volta.

Il culmine del disastro si ebbe all’inizio del secondo decennio del XX° sec. e precisamente negli anni 1910, 1913 e 1914 con conseguenze terrificanti: netta e marcata diminuizione del terreno vitato e quindi anni di vera miseria per le famiglie contadine colpite.

Come sempre avviene a seguito di calamità per cui come ci fu chi si rovinò economicamente per altri rappresentò invece un facile sistema per arricchirsi a spese dei viticoltori ormai disposti a tutto pur di liberarsi dagli effetti della fillossera. Particolarmente sospetto era il consiglio di tali esperti i quali dicevano che era indispensabile ricostruire “ex-novo” la vigna colpita acquistando viti americane. Infatti, prima di questa distruzione, non esisteva o almeno era ridotta minimamente, la necessità di reimpiantare tutto il vigneto con enorme dispendio economico e forze fisiche, in quanto era sufficiente possedere un primo filare e da questo, medianti propaggini nel terreno, se ne otteneva uno nuovo parallelo e così via di seguito per gli eventuali successivi.

Tale propagazione è dovuta alla facilità con la quale la vite indo-europea attecchisce, al contrario di quella americana. Il contadino legato a questa consuetudine collaudata ed economico sistema, non poteva permettersi di sostenere un così alto prezzo per acquistare le barbatelle già innestate. E questa fu una delle più importanti ragioni che spiegarono il proliferare nelle campagne di un commercio di effimeri palliativi che spesso, se non sempre, nascondevano guadagni illeciti.

Tra le tante sperimentazioni per ottenere un ceppo immune a questo deleterio pidocchio, si giunse finalmente a quell’operazione che ancora oggi, nel terzo millennio si utilizza. Si prende il “piede americano”, in quanto immune dall’attacco del parassita ed all’altezza di 40/50 cm dalle radici, si “INNESTA” la parte aerea della classica vite indo-europea: perché solo così si potè ottenere un ceppo immune a questo maledetto pidocchio? Come già accennato, il piede americano era immune agli attacchi in quanto si era “creato naturalmente” un particolare sistema immunologico sufficiente a far sì che non fosse distrutto, situazione che purtroppo non avvenne con la parte aerea della stessa pianta: ne conseguiva che dal terreno spuntava un tronco di qualche decina di cm ancora vivo ed attivo mentre la parte arborea era andata completamente distrutta.

Per quanto riguardava la vite indo-europea invece, era accaduto l’esatto contrario: le radici completamente distrutte mentre la parte aerea integra, ma che immancabilmente si seccava in quanto non vi era più la normale alimentazione tramite le radici in quanto, appunto, completamente distrutte. Il “nuovo ceppo” così ottenuto innestando al piede americano luna parte di tronco di vite indo-europea risultava completamente immune all’attacco del parassita che coadiuvato da trattamenti naturali a base di zolfo, lo debellarono definitivamente.

Questo famigerato parassita continuò a produrre danni sempre più estesi durante il periodo della grande guerra, in quanto l’intera attività rurale fu fortemente rallentata dalla mancanza di uomini e di mezzi assorbiti dalle esigenze belliche. In questo periodo aumentò notevolmente la richiesta di vino con l’inevitabile conseguente aumento dei prezzi e si avvertì palesamente anche l’estrema difficoltà nel reperire le barbatelle americane con tralci d’innesto della qualità voluta, tant’è che moltissimi viticoltori invece di ricostruire il vigneto o parte di esso con barbatelle portanti marze delle qualità preesistente, si accontentarono di piantare le qualità locali maggiormente richieste e di cui presso i vivai ve n’erano sempre una buona reperabilità.

Da questa situazione si ebbe la rimarchevole conseguenza che si estinsero molti vitigni soprattutto autoctoni, per cui dopo la ricostruzione, accanto ai vitigni più famosi e noti dell’intero albo viticolo nazionale, non esistevano più quelli tradizionalmente coltivati fino ad allora. Fu un’opera di ricostruzione caotica che solo nel secondo dopoguerra assunse connotati logici e razionali, ridando così vita alle realtà vitivinicole tradizioni nell’intero territorio italico anchese attualmente in alcune zone si sono verificati sporadici casi di infezioni da parte di questo parassita, ma prontamente debellati.

Non più una “babele ampelografica” ma una rigida e corretta trattazione dei vitigni da parte degli organi ministeriali preposti anche se la fillossera rimane tuttora un triste ricordo tramandato da generazioni in generazioni, quasi come la peste di manzoniana memoria.


[Foto credit: Azienda Mariotti]

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