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Viaggi enogastronomici

Firenze GWC nel Chianti: la RUFINA. (Quinta Parte)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Colognole

Una bella villa giallo ocra a due piani, col parco attorno appare altre il muretto a secco che protegge la strada dalle piccole frane collinari in caso di piogge torrenziali. Ci accoglie sull’aia davanti alla villa una giovane donna, già mamma e futura (lo testimonia l’evidente gravidanza avanzata), Federica e con lei si fa una passeggiata su un sentiero erboso dalla casa alla vigna attraverso ampi spazi a oliveto, una piccola parte dei seimila ulivi sparsi sulla collina, tra boschetti e i 27 ettari di vigna, a un’altitudine che va dai 400 ai 550 metri.

I vini che si ottengono sono caratterizzati da acidità e tannini elevati, con una durata nel tempo ultra decennale. Di recente sono state trovate anche bottiglie centenarie.

L’azienda dal 1995 ha avviato un piano di reimpianto con 14 nuovi cloni di Sangiovese, con l’obiettivo di capire quale o quali di quei cloni avessero uno sviluppo ottimale sul territorio. Oltre al Sangiovese si allevano anche piccole quantità di Colorino, Merlot e Syrah, per un 15% circa del territorio vitato. Infine c’è anche una piccola quantità di Chardonnay per le uve a bacca bianca. La produzione annua è di circa 150.000 – 200.000 bottiglie.

Vedi anche Firenze GWC nel Chianti: Convegno a Medici Riccardi (Prima Parte)
Vedi anche Firenze GWC nel Chianti: Vinci, Bagno a Ripoli e Greve. (Seconda Parte)
Vedi anche Firenze GWC nel Chianti: Castiglion del Bosco. (Terza Parte)
Vedi anche Firenze GWC nel Chianti: Castello di Gabbiano e i vini internazionali. (Quarta Parte)
Vedi anche Firenze GWC nel Chianti: il Mercato e Palazzo Pitti. (Sesta Parte)

Dopo la visita in vigna ci spostiamo un po’ più in alto sulla collina dove alcuni operai stanno raccogliendo le olive che sono proprio all’inizio dell’invaiatura. È questo il momento giusto per raccoglierle e immediatamente macinarle per ottenere l’olio migliore, praticamente perfetto, se le olive, come qui, sono tutte sane e turgide. Federica ci racconta che i raccoglitori sono persone del posto, che come compenso per il loro lavoro, ricevono sei litri d’olio ogni cento chili di olive raccolte. Una tariffa che loro stessi hanno scelto e che significa, grosso modo, fare a metà del risultato della spremitura.

Ora rientriamo in villa, per ammirare il cortile interno, piccolo e illuminato dal sole che ormai è poco lontano dal suo zenit novembrino. Sotto al cortile ci sono le cantine, che andiamo a visitare passando dalla porta esterna. Mi attirano alcune bottiglie del vecchio Spalletti, marchio che è stato venduto alla Cinzano oltre una trentina di anni fa e che qui faceva i suoi grandi Chianti.

Risaliamo infine nella sala a piano terra all’interno della villa per gli assaggi dei loro vini, in tre esemplari:

Primo vino: Chianti Rufina DOCG 2011

95% di Sangiovese e 5% di Colorino.

Ha un naso ancora vegetale e lo trovo leggermente disarmonico mentre in bocca è fresco, ben equilibrato con un bel fruttato di ciliegia e mirtillo. Seppure penalizzato dal lato olfattivo, lo trovo gradevole e di pronta beva.

Voto: 83 punti

Rappresenta il 50% della produzione dell’azienda.

Secondo vino: Chianti Rufina Riserva DOCG 2009

Al  naso lo sento piacevolmente speziato e giustamente fruttato, ma c’è ancora qualche elemento olfattivo che sento come estraneo e lo rende disarmonico. In bocca lo sento ancora fresco, di buona armonia e complesso con note di pepe bianco e cannella e un retrogusto di prugna matura.

Voto: 84 punti

Rappresenta il 20% della produzione dell’azienda.

Terzo vino: Toscana IGT 2009

Si tratta di un vino sperimentale, da un uvaggio di Sangiovese, Syrah e Merlot.

Ha un naso gradevole e ampio in cui avverti distintamente la nota speziata, quella fruttata e infine una piacevole nota balsamica. In bocca è fresco, piacevole, discretamente persistente, con un retrogusto di lampone e ciliegia. Per essere perfetto gli manca un po’ più di consistenza.

Voto: 85 punti

Rappresenta il 50% della produzione dell’azienda.

La degustazione è guidata dal proprietario, Cesare Coda Nunziante, che presenta con amore, giusto orgoglio e professionalità questi suoi ottimi vini. Solo due dei cinque figli lavorano in azienda, lui, che segue il marketing, e il fratello, che si occupa della vigna e della cantina. L’impegno è notevole perché la proprietà comprende 700 ettari di terreno e 55 di vigna, tra la Rufina e la Toscana.

Assaggio anche qui molto volentieri il loro olio, che trovo assai equilibrato, armonico, con assenza assoluta di difetti, con note di amaro e piccante giustamente presenti ma non aggressive e una bocca finale che sente la piacevolezza del carciofo e, più lieve, quella della mandorla amara. Se fossi in un panel di assaggio gli darei senz’altro un voto attorno agli otto decimi.

 

Castello del Trebbio

Ormai è passato mezzogiorno e scendiamo col piccolo bus fino oltre Pontassieve. A Sieci svoltiamo a destra verso Santa Brigida per circa cinque chilometri finché in una curva a sinistra abbiamo sulla destra un castello antico dalla bella pietra grigia. Siamo arrivati al Castello del Trebbio, da dove ebbe origine la famiglia de’ Pazzi, che nel 1400 si era data da fare per estromettere i Medici da Firenze, ma che mal gliene incolse.

Ci aspetta nel cortile di fronte, dove lasciamo il bus, Alberto Peroni, che qui ha il ruolo di Market Manager. Alberto è un fine e abile confabulatore, con un’ottima padronanza della lingua inglese, della storia fiorentina, della psicologia della gente che arriva, soprattutto dall’estero, per assaggiare le cose buone della terra toscana e per bere questi vini talvolta così ruffiani e spesso sinceri e generosi.

Ci spostiamo all’interno del castello, con arredi molto essenziali ma eleganti e storicamente raffinati, a sentire i racconti di Alberto sulle implicazioni storiche, politiche, economiche tra le famiglie dei Pazzi e dei Medici, con rancori, assassinii, vendette talvolta banali e talvolta raffinatissime.

Non meno affascinante è la storia, raccontata da lui, della famiglia che oggi possiede il castello, di come si conobbero e si innamorarono, della loro vita estremamente romantica, delle tragedie che il destino portò e dell’amore che alla fine sopravvisse e prosperò.

Mentre Alberto racconta, dalla parete di sinistra sento lo sguardo dolce e insistente della bella Giardiniera della Bottega di Raffaello.

Il tempo è sempre più tiranno, visitiamo velocemente le stanze del piano terreno, visto che il castello è la residenza della famiglia, e poi scendiamo nelle cantine. Sull’arco che separa i due corpi principali delle cantine antiche, dove una fila di botti da 20 ettolitri fa bella mostra di sé, c’è una bella scritta in francese:

“Il faut vider le vieux tonneaux

Pour faire place au vin nouveau”.

Un motto che invita al commercio, alla vendita e alla piacevolezza dei vini appena pronti, lasciandoli magari affinare in bottiglia, se occorre.

L’azienda ha deciso di usare solo Sangiovese, al 100%, senza contaminazioni di Cabernet o di Merlot.

Dalla cantina esce un mezzo milione di bottiglie, tra Chianti, unico rosso, e quattro tipologie di bianco: Chardonnay, Trebbiano, Riesling e Pinot Grigio. Alberto ci mostra una nuova sala che ospiterà delle pupitres per la loro prima produzione di vini spumanti.

Risaliamo al piano terra, in un grande salone ancora un po’ freddo, dove hanno acceso un paio di stufe a gas per un primo riscaldamento veloce, che però hanno riempito l’aria di un odore piuttosto sgradevole, che si spera se ne vada in fretta, altrimenti ci saranno problemi per l’assaggio dei loro tre vini:

Primo vino: Bianco di Castignano Toscana IGT 2011, di 12 gradi dal lotto L0212, per metà Chardonnay e per metà Trebbiano.

Il colore è un giallo paglierino vivo e brillante. Al naso prevalgono note floreali e poi quelle balsamiche. In bocca è caldo, pieno, persistente con un retrogusto piacevole di mandorla verde.

Voto: 82

Secondo vino: Castello del Trebbio Chianti Rufina DOCG 2011, di 12,5 gradi dal lotto L1012, Sangiovese più un 5% di Colorino.

Il colore è rosso rubino vivo e caldo. Al naso lo senti pulito, con belle note fruttate e speziate. In bocca è fresco, piacevole, discretamente armonico e con un bel retrogusto di ciliegia.

Voto: 84

Terzo vino: Castello del Trebbio Lastricato Chianti Rufina DOCG Riserva 2008, di 14 gradi dal lotto L05/12, Sangiovese al 100%.

Il colore è rosso rubino pieno e brillante. Al naso lo senti complesso e si alternano l’uno con l’altro speziato, fruttato, con note di tabacco. In bocca è armonico, piacevole, elegante. Al retrogusto avverti la ciliegia e la prugna leggermente appassita.

Voto: 86.

Mentre assaggiamo entra Anna Baj Macario per farci ammirare e odorare il loro zafferano in sottili pistilli rosso scuro, quelli fatti appassire al calore di una stufa, e anche i fiori da cui si ricavano, appena raccolti da lei stessa nel terreno dove crescono.

Prima di andare a pranzo ci fermiamo a visitare il loro frantoio, che è sulla strada per il ristorante. È un piccolo “Mori” che sta proprio macinando una parte delle olive pronte per la molitura. Chiedo di assaggiare il filo verde che scende dal beccuccio finale, ancora torbido ma al naso e in bocca pulito e ben fruttato, con un amaro e piccante direi ottimali per un olio toscano di buona fattura. Del resto basta dare un’occhiata alle olive, sane, sode, ancora più verdi che invaiate, per capire che l’acidità di sicuro non supera lo 0,1%, con un fruttato eccellente e un ottimo equilibrio tra amaro e piccante. Resta in bocca quella sensazione di peperoncino insieme ai sentori di carciofo al retrogusto.

 

La Sosta del Gusto

Si pranza al ristorante annesso al Castello del Trebbio, che si trova sotto la sala di degustazione, una lunga sala con una bella volta ad arco ampia e asciutta.

Si comincia con la mozzarella alla piastra con olive nere, un bel gusto davvero “toscano”.

Delizioso e tutto sommato anche tipico lo sformatino di castagne con purea di cavolfiore e maiale confit.

Lo accompagna il Chianti Castello del Trebbio del 2011.

A seguire il tortello di ricotta su crema di zucca gialla e pestata di cavolo nero, squisito e morbido e saporito.

Ancora delle ottime crepes con patate e porri su fagioli zolfini e poi gli straccetti di spinaci al ragù di cinghiale, niente male. Infine la Crema bruciata alla vaniglia, strepitosa e perfetta.

Lo chef Claudio Vignali è giovane ma davvero bravo perché riesce a coniugare i prodotti di stagione e del territorio in maniera originale senza stravolgere il piatto e mantenendo la saporosità della tradizione.

 

Fattoria Lavacchio

Arriviamo al vecchio mulino ristrutturato che sono quasi le 16.30, con il sole che ormai sta per tramontare. Le luci sono già più fioche. Le pale del mulino si ergono maestose e stanche, con le loro tele stracciate e affaticate dalle rotazioni nel vento, ma il fascino di questa costruzione è sempre unico, anche perché con un po’ di fantasia ti senti trasportato nella Spagna del Don Chisciotte o nell’Olanda dei tulipani, quasi in riva al mare. Basta solo che tiri un po’ di vento e puoi sbizzarrirti a viaggiare col pensiero. Ci accoglie Giuseppe Tedesco, perché Faye è in Cina con la delegazione toscana e Dimitri deve stare a letto per problemi a un piede.

Saliamo all’interno del mulino mentre Giuseppe ce ne racconta la storia e la ristrutturazione che ne fecero i Lottero quando acquisirono la proprietà.

Di fronte al mulino, dall’altra parte della strada, si scende al ristorante, con una bella veranda con vista a ponente. In questo momento il vetro è tutto rosso perché il sole che sta tramontando lo illumina e ti verrebbe voglia di sederti sulle poltroncine e sorbirti una buona bevanda calda.

Risaliamo a piedi la collina e ci spostiamo di trecento metri fino all’agriturismo, dove ci sono 22 appartamenti per i turisti, con una settantina di posti letto. L’ambiente è rustico e caldo, semplice ma confortevole e adatto a tutte le tasche.

Ancora più su, lungo la collina, andiamo a visitare il Laboratorio di ceramica di Stefano Innocenti. Lui non c’è, in questo momento, ma ci pensa mamma Vittoria a mostrarci i suoi lavori, le sue storie di Pinocchio, vestito di anellini di gesso bianchi e colorati, e poi i suoi vasi, i suoi piatti, le sue belle creazioni. Stefano ha imparato il mestiere da papà Romano e di recente è stato premiato negli Stati Uniti per le sue opere.

Risaliamo ancora un poco fino alla villa per la visita alle cantine. Cemento, acciaio e legno sono gli elementi in cui si affinano e invecchiano i vini di Lavacchio. Nelle grotte più profonde ci sono le botti grosse da 35 ettolitri.

Torniamo nella sala mescita per assaggiare una campionatura preparata da Giuseppe, in cinque vini:

Primo vino: Packar, Toscana IGT 2011 di 13,5 gradi. Si tratta di un uvaggio tra Chardonnay all’80% e Sauvignon e Viognier per il restante 20%

Il colore è un bel giallo paglierino. Al naso è pulito, con note floreali e balsamiche e una piacevolissima sensazione di crema pasticcera. In bocca è armonico, complesso, elegante, di buona persistenza e pieno. Un gran bel vino.

Voto: 88 punti

Secondo vino: Fontegalli, Toscana IGT 2004 di 14,5 gradi. Fatto da Cabernet al 40%, Merlot al 40% e Sangiovese al 20%.

Il colore è rubino con unghia lievemente mattonata. Al naso lo senti pulito, ci avverti la vaniglia, i bei piccoli frutti rossi di mirtillo e lampone e poi anche un filo di tabacco. In bocca è pieno, elegante, intenso e persistente, con un  retrogusto ancora amarognolo, indice di longevità e di buona struttura.

Voto: 87 punti

Terzo vino: Cedro, Chianti Rufina DOCG 2009 di 13,5 gradi. Sangiovese 85% più 15% tra Canaiolo e Cerasuolo.

Il colore è rubino vivo e brillante. Al naso è pulito, con piacevoli note di frutti rossi e lieve speziatura. In bocca è fresco, gradevole, di buona armonia e con retrogusto di amarena.

Voto: 85 punti

Quarto vino: Oro del Cedro, Toscana IGT 2010 di 14,5 gradi. 100% di Traminer aromatico da vendemmia tardiva.

Il colore è paglierino intenso, quasi ambrato. Al naso lo senti intenso e persistente nelle note di miele e di frutta candita, complesso. In bocca è pieno, armonico nei sentori di frutta secca, miele e lieve vaniglia. Il retrogusto di miele di castagno gli conferisce ampia eleganza.

Voto: 88 punti

Quinto vino: Vin Santo Chianti Rufina Riserva DOC 2007 di 15 gradi. 1Trebbiano e Malvasia sono le due uve che lo compongono. Si raccolgono a settembre e si lasciano ad appassire fino a febbraio, quando sono sottoposte a pressatura soffice. Il mosto passa in caratelli di rovere da 50 litri, nella soffitta della fattoria. Nei caratelli matura per cinque anni. Infine si affina in bottiglia almeno tre mesi.

Il colore è un bel giallo ambrato, color dell’oro. Al naso avverti note intense e pulite di miele, albicocca e pesca bianca, di estrema eleganza. In bocca lo senti equilibrato tra acidità e residuo zuccherino, per nulla invadente, dunque armonico e pieno. Ci senti il fico secco, la noce e il miele di castagno. È piacevole, equilibrato e di lunga persistenza. Siamo davvero al topo dei grandi vini di questa bella azienda toscana che Faye e la sua famiglia offrono ai loro tanti estimatori.

Voto: 90 punti

Si rientra a Firenze che sono passate le otto e decido di fare una passeggiata per le strade del centro ad osservare la vita notturna di Firenze, tra bancarelle che stanno smontando, negozi che stanno chiudendo e trattorie e ristoranti e bar tra i quali si muove un flusso pseudo internazionale di turisti e professionisti reduci da qualche convegno. Ogni tanto qualcuno, preso dalla gioia e dall’entusiasmo e in preda a esagerati fumi alcolici, si lascia portare dal suo Es sopra le righe del “buon comportamento”. Dentro di me suscitano tanta simpatia, simili personaggi.

In Via Faenza mi soffermo davanti a una trattoria che mi ispira una visita. Entro e prendo una ribollita, calda, ottima, nella scodella di terracotta, saporita, con un filo di pepe macinato al momento e un filo di extravergine nuovo. Un bicchiere di Chianti e poi un piatto di fagioli toscani conditi con olio e pepe. Esco soddisfatto. Il locale si chiama Antichi Cancelli e fa una buona cucina toscana, anche per quello che ho potuto osservare ai tavoli vicini.

Foto Credit: Gabriella Repetto.

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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