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Vini di Francia

Le ragioni di una priorità

di Pierfranco Schiaffino

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La stoccata è pesante.
Spesso accompagnata da una forma, più o meno larvata, di compiaciuta contestazione; quasi sempre seguita da malcelato, ma convinto, senso di sufficienza: "filofrancesismo". Sovente, nel corso delle mie peregrinazioni, volte ad illustrare le indubbie qualità dei vini di trans'alpe di marca francese, emerge questa terribile nota di biasimo, che si traduce in più o meno aperta accusa di trascurare i prodotti nazionali per una sopravalutazione ingiustificata di quelli francesi.

L'abitudine a questo gratuito addebito (chi mi conosce sa quanto apprezzi la bontà dei prodotti enologici nostrani e quanto sia orgoglioso di vantarne le qualità ogni volta che se ne presenti l'occasione, sia in Italia che all'estero) non ne elimina il fastidio e, soprattutto, la necessità di instaurare un immediato chiarimento con chi si presenta d'acchito prevenuto e, pertanto, poco propenso ad un costruttivo confronto.

D'altronde, deve considerarsi che la critica apodittica dei prodotti francesi spesso maschera una sostanziale conoscenza troppo limitata del fenomeno di cui si discute. Ai poco avveduti censori, infatti, non sarebbe male evidenziare il grande merito dei vignerons francesi, che per primi introdussero l'utilizzo dei tappi di sughero (avvalendosi delle esperienze - peraltro embrionali - maturate dai vicini vinificatori spagnoli) per sigillare i contenitori del vino, sostituendo la scomoda (e, tutto sommato, poco efficace) pratica di fare ricorso a cunei di legno avvolti in strisce di canapa e ricoperti di ceralacca.

Non sarebbe, forse, inutile ricordare che i maestri cantinieri della Champagne, nei primi anni del 1600, sperimentarono la " cuvee" per i vini spumanti, introducendo per primi la pratica di spumantizzare miscelando vini provenienti da vitigni diversi, da zone geografiche diverse e da annate diverse, al fine di ottenere il prodotto ottimale, inaugurando, così, una pratica che - pure migliorata dal progresso tecnologico moderno - vige tutt'ora.

Anche l'utilizzo della barrique (la cui pratica è tutt'oggi oggetto di strenue discussioni, ma la cui utilità per il miglioramento di talune qualità del vino è fuori discussione) è indubbiamente frutto dell'enologia francese che ne ha introdotto l'uso fin dalla fine del XVIII secolo.

Anche la rivalutazione del territorio, fino ad arrivare ad una vera e propria classificazione del vino a seconda della zona in cui viene prodotto, introducendo così il concetto di DOC (AOC per i francesi) è indubbiamente merito dei nostri cugini transalpini. A tale proposito non può essere omesso di ricordare che le prime classificazioni della AOC del Bordeaux risalgono al 1853 epoca in cui non era neppure ipotizzabile nelle altre nazioni produttrici di vino un preciso riferimento al terrorir e tanto meno una esatta codificazione legislativa delle denominazioni riferite con esattezza all'estensione geografica.

Proseguendo su tale rigorosa determinazione finalizzata alla salvaguardia della tipicità della produzione vinicola, la Francia ha letteralmente imposto il proprio modello al mondo intero ed infatti oggi tutte le nazioni in cui la produzione enologica emerge sono, senza distinzioni, improntate al modelle francese, sia sotto il profilo delle tecniche di produzione, sia sotto il profilo della commercializzazione, sia, infine, sotto il profilo legislativo.

Voglio chiudere questa breve chiacchierata ricordando la primogenitura francese anche riguardo alla tecnica di degustazione, i cui canoni sono stati oggetto di approfondite trattazioni dai più importanti teorici del sistema, riportando il seguente brano, tratto da un classico della letteratura francese.

"……….ALZAVA PIANO ALL'ALTEZZA DEGLI OCCHI IL BICCHIERE DAL PIEDE SOTTILE E ALLARGATO A CALICE DI GIGLIO, DOVE BRILLAVA SCINTILLANDO IL BIONDO E GENEROSO LIQUORE.
POI, SODDISFATTO IL SENSO DELLA VISTA NELL'AMMIRARE QUEL CALDO COLORE DI TOPAZIO BRUCIATO, PASSAVA ALL'ODORATO, E, AGITANDO IL VINO CON UNA SCOSSA EGUALE CHE GLI IMPRIMEVA UNA SORTA DI ROTAZIONE, NE ASPIRAVA L'AROMA CON LE NARICI DILATATE COME QUELLE DI UN DELFINO ARALDICO.
RESTAVA IL SENSO DEL GUSTO.
LE PAPILLE DEL PALATO, CONVENIENTEMENTE ECCITATE, S'IMPREGNAVANO DI UNA SORSATA DI QUEL NETTARE; LA LINGUA LA FACEVA GIRARE INTORNO ALLE GENGIVE E INFINE LA INVIAVA NELLA GOLA CON UNO SCHIOCCO DI APPROVAZIONE.
COSI' MASTRO GIACOMINO LAMPOURDE, CON UN SOLO BICCHIERE, DILETTAVA TRE DEI CINQUE SENSI CHE L'UOMO POSSIEDE.
ANZI EGLI AFFERMAVA CONVINTO CHE IL TATTO E L'UDITO POSSONO AVERVI LA LORO PARTE DI GODIMENTO: IL TATTO, PER IL LISCIO, LA NETTEZZA E LA FORMA DEL CRISTALLO; L'UDITO, PER LA MUSICA, LA VIBRAZIONE E IL PERFETTO ACCORDO CH'ESSO RENDE QUANDO LO SI BATTE CON IL DORSO DI UNA LAMA O SI GIRA CON IL DITO BAGNATO SULL'ORLO DEL BICCHIERE.

Potrebbe trattarsi della descrizione di una degustazione tenuta dai più autorevoli ed evoluti esperti del settore attualmente in esercizio, ma quanto sopra è tratto dal celebre romanzo "Il Capitan Fracassa" di Teophile Gautier edito a Parigi …………..nel lontano 1863.

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