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Viaggi enogastronomici

Daumas Gassac e l'Herault

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Un viaggio in Francia a metà settembre per un grande produttore, Mas de Daumas Gassac, e alla scoperta di una regione della Francia un po' trascurata dagli enonauti, l'Herault, nel dipartimento Languedoc Roussillon. Una regione che traspira una storia lontana e prestigiosa, la storia della Narbona romana, centro della via tra l'Italia e la Spagna, cuore dell'Occitania. Storia di grandi eroi, da Carlo Magno in avanti, di grandi cavalieri, di Templari e di Catari fustigatori e del loro sterminio. Una regione che oggi sta crescendo nella qualità dei vini che produce e che inizia a confrontarsi anche con la produzione di oli di oliva extravergine.


Martedì 18 Settembre 2007

Le previsioni del tempo dicono che dovrebbero essere uno o due giorni di piogge e di cielo coperto per una perturbazione in transito sull'Europa. In effetti al mattino il cielo è coperto. Guardo in alto e uno strappo nelle nubi lascia apparire un piccolissimo baffo celeste dietro al grigio prevalente. Meglio infilare in valigia anche un piccolo ombrello pieghevole, non si sa mai!
Alle dieci e trenta lasciamo Brìgnole, con Gianni e Gabriella, verso ponente.
Tom Tom prevede circa sei ore di viaggio.
La nostra meta è Brignac, alla Maison d'Hotes La Missare, trovata nel sito di sawdays.
Fino ad Arenzano c'è un po' di traffico, ma poi la strada si fa più libera e allora comincio ad accorgermi che il cielo si sta aprendo pian piano e ormai le nuvole si sono parecchio diradate e all'orizzonte i monti a ponente sono liberi e nitidi. Un'ultima sosta in Italia, poco prima di Bordighera, per l'ultimo caffé e poi passiamo il confine. È ancora presto per un boccone e proseguiamo oltre Nizza. Pensiamo che si possa arrivare ad Aix per una sosta più lunga, ma poco prima delle due mancano ancora una cinquantina di chilometri e allora il cartello Brignoles, che ci è familiare, ci convince ad uscire dall'autostrada.


La sosta a Brignòles

Solo due chilometri ed entriamo nel centro di questo paesino delizioso, Brignòlo in lingua occitana, come dice un cartello all'inizio del paese.
Parcheggiamo a cinquanta metri dalla piazza principale del paese e ritorniamo verso la piazza, a triangolo, con la stazione delle corriere al centro e due viali alberati che si dirigono in direzioni opposte. Ci sediamo sotto il tendone di una tipica "brasserie" francese, Le Longchamp. I profumi sono buoni e danno ancora da mangiare. Prendiamo il Plat du Jour, un gradevole "Porc rôti avec verdures et pommes de terre au gratin". Gabriella preferisce un omelette al formaggio. Scegliamo un vino della casa e arriva un delizioso vin de pays, a coltivazione biologica. Già dal bicchiere posato al centro del tavolo arrivano gradevoli sentori vinosi. Avvicinandolo al naso emergono lampone, frutti rossi e una lieve nota speziata. In bocca è fresco, pulito, armonico ed equilibrato, con un bel retrogusto fruttato di mirtillo e mora. Veramente un bel vinello che ci fa apprezzare ancora di più le due fette di maiale leggermente pepate che abbiamo ordinato.
Poco prima delle tre ci prendiamo un buon caffé italiano come iniziano a fare anche qui, con macchina e miscela di qualità italiana. Sulla strada una scolaresca silenziosa sta tornando forse verso la scuola e al tavolo vicino al nostro una bella ragazza sta prendendo appunti su un quaderno. L'aria è fresca, si sta d'incanto, ma dobbiamo alzarci e riprendere la strada.
Alla guida Gianni, io sfoglio il giornale e Gabriella si fa un pisolino mentre in lontananza scorrono le basse colline dell'ultima Provenza e accanto a noi sfrecciano alcune auto più veloci.
Un po' di traffico alle porte di Montpellier ci abbassa leggermente la media e poco prima delle sei siamo a Brignac.


La Missare

La nostra Maison d'Hotes è una bella casa di metà '800, con fregi e ornamenti perfettamente conservati. Da un cancello di ferro che dà sulla strada si passa nel cortile esterno, piccolo e raccolto e di qui si entra nella casa. Una dimora elegante con tanti begli oggetti di antiquariato, una piccola mostra di cose di artigianato e manifattura locale in vendita e un arredo ben curato, dannunziano nella ricchezza di particolari. È questo il regno di Jean François, che parla un corretto italiano, e della madre Marie Jo, una signora elegante, raffinata e giovanile nell'aspetto.

Attraversiamo il piano terra e oltre il cortile interno, ampio e spazioso, siamo nelle nostre camere, semplici ma molto confortevoli, ampie pulite e profumate di fresco.
Il cortile è pieno di verde, che si arrampica anche sui muri esterni della dependance. Una passiflora con bei frutti a forma di pere, oleandri, altri alberi ornamentali e qualcuno da frutta fanno una bella cornice vegetale. Nel giardino alcuni tavoli e sedie in ferro battuto con le iniziali L e M, un piccolo porticato con un camino e un tavolo per i giorni piovosi e più freddi, attrezzature per il giardinaggio e una infinità di altri piccoli particolari da ammirare e da godersi nella pace che ti mette dentro.
A un certo punto compare anche Selica, una graziosa cagnetta di sette anni, un incrocio tra un fox terrier, uno schnautzer e un bassotto, una razza particolarmente abile nella caccia ai cinghiali, per la determinazione con cui li inseguono e per l'abilità con cui li attaccano.

Dopo la sistemazione in camera e prima di uscire per la cena, Jean François e Marie Jo ci propongono un assaggio di due vini del posto, per valutarne insieme le caratteristiche.
Accettiamo volentieri questa gentilezza, che ci fa calare immediatamente nel ruolo di assaggiatori.
Il primo vino è un Mas Fabregous 2004 Vin de Pays Cuvèe Jardin Gregoire, Vendenges Manuelles, di 13°. I vitigni sono Sirah, Oeillade e Carignan. I produttori sono Philippe et Corinne Gros, a Soubès. Il colore è di un bel rosso rubino carico,con lievissima sfumatura aranciata sull'unghia. Al naso si avverte un vinoso intenso e pulito, con sentori di frutti rossi maturi e con lievi note vegetali e speziate. In bocca si avverte una corretta acidità, con tannini discreti e un corpo lungo, persistente e con ancora spazi di affinamento. Si avverte un intenso retrogusto di frutti rossi maturi e di ciliegia.

Il secondo vino è ancora un Mas Fabregous 2004 Vin de Pays Sentier botanique, Vendenges Manuelles, di 13,5°. I vitigni sono Sirah, Grenache e Carignan. Il vino è stato affinato 15 mesi in barrique di rovere francese, presumibilmente di primo o secondo passaggio. Il colore è di un bel rosso rubino con riflessi granata. Al naso si avvertono sensazioni di finezza e morbidezza, si presenta pulito con note di frutti rossi, di prugna con sfumature vegetali, speziate e di vaniglia. In bocca mostra una complessità di sensazioni piacevoli per armonia, intensità e corpo. Si avverte un retrogusto ancora intenso di frutti rossi e sottobosco.


La cena da Tchepe a Bouzigues

Per la cena abbiamo deciso di tornare a Bouzigues, come due anni fa, a provare ancora le ostriche fresche di laggiù. La strada scorre veloce fino a Montignac e poi la parte verso Mèze sembra una lunga discesa di oltre venti chilometri dal leggero altopiano dove sta Brignac fino al livello del mare, tra boschi verdi e vigneti e campi e piccoli villaggi. Il panorama è bellissimo perché si ha la sensazione come di una lunga planata verso la spiaggia lontanissima. È come essere su un piccolo aeroplano e si sta scendendo lentamente a toccare terra, ma l'orizzonte continua a spostarsi, sempre lentamente, sempre più in basso ed è una sensazione piacevolissima.

I colori del cielo sono di un azzurro molto chiaro, quasi pastello e le piccole nubi che stanno a sud si colorano pian piano di rosa e poi di una sfumatura arancio, che raggiunge il suo massimo splendore quando arriviamo a Bouzigues e passeggiamo sulla spiaggia. Il piccolo porto è in fondo al paese, poco prima del museo dell'Etang de Thau. Decine di piccole barche e cabinati stanno ancorati uno a fianco all'altro, qualcuno solo a motore, altri con gli alberi che reggono le vele. Le punte degli alberi delle barche oscillano lentamente a toccare con la punta le prime stelle della sera. A destra le colline di vigneti di Picpoul, a sinistra le luci delle case di Séte ai piedi della montagnola che la sovrasta e davanti a noi le coltivazioni di ostriche e cozze che spuntano come tanti piccoli peli, sulla superficie del mare di questo stagno di Thau, di un colore tra il grigio della sera, il rosa delle nubi arrossate e l'argento della luce della luna, che si riflette nel suo primo quarto alta sopra l'orizzonte.

Il paese è semideserto, come un piccolo gioiello in disparte, che non ama troppo la folla rumorosa. I ristorantini aperti alle otto di sera non sono più di una mezza dozzina e i clienti a gruppetti di due, tre per tavolo, piluccano i loro coquillages senza curarsi degli sguardi curiosi che vengono dalla strada. Tchepe è aperto. Sulla locandina esterna risalta la presenza del locale nella guida Gault et Millau 2007 e anche nella Guide Routard 2007. Entro per prenotare un tavolo per tre e la Signora tiene a precisarmi che loro servono solo "coquillages crus" e fino alle 21.30.

Il locale sembra una vecchia rimessa di barche, con la volta ad arco ampia in mattoni e calce. All'ingresso ti scegli le ostriche e le altre conchiglie dal banco, quantità e qualità. I prezzi sono indicati a dozzina, oppure singoli per quelle più pregiate. Ordini anche da bere, in genere un vino bianco o rosato dell'Herault se è la prima volta, altrimenti vai sul Picpoul de Pinet se vuoi berci insieme il vino giusto. Il Picpoul sa di salmastro e di erbe aromatiche perché le vigne crescono a ridosso della riva del mare, oltre la strada litorale e respirano quindi l'aria dei boschi della regione ma tengono le radici più profonde a contatto con l'acqua del mare. Quando hai finito la tua scelta ti cerchi un posto tra i tavolini nelle due sale, quella interna oppure quella sulla strada e in pochi minuti ti aprono quei frutti e te li portano in tavola, accompagnati da fette di baguette fresca, burro da spalmarci sopra e qualche spicchio di limone da spruzzare prima di mettere in bocca quelle delizie. Sui tavoli ci sono anche ampolline di vinaigre, ma sinceramente l'aceto è troppo forte e arriva a coprire inesorabilmente la freschezza e la delicatezza di quei frutti che invece due o tre gocce di limone esaltano. E poi un sorso di quel vino fresco, sapido e profumato di anice e che sa di acqua salmastra, ogni due o tre ostriche, ti fa sentire un re.

In aggiunta ai coquillages potete eventualmente provare le tielles sètoise. Sono tortine salate, di origine probabilmente italiana, ripiene di un trito di calamari o di polpo, al leggero sentore di peperoncino, tipiche di Séte, la cittadina che sta proprio di fronte a Bouzigues. Séte è stato dalla fine dell'800 una colonia di italiani che arrivavano qui per lavorare quando da noi c'era la fame. Oggi è gemellato con una città italiana e sono molti i piatti italiani e anche i negozi di alimentari che propongono specialità italiane. Le tielles ricordano le tigelle dell'appennino modenese, ma anche vagamente le torte salate genovesi o liguri, dove però il ripieno è completamente diverso, e vengono servite calde.
Alla fine con quindici, venti euro al massimo, vi siete tolti la voglia delle ostriche e avete passato una serata piacevole in un ambiente tipico della costa del sud.
Da Bouzigues rientriamo alla Missare in una mezz'ora e domani ci aspetta la scoperta di altre meraviglie e delizie.


Mercoledì 19 Settembre 2007.
La colazione alla Missare

Una lama di luce filtra dall'alto del portoncino di legno chiuso sull'esterno e cinguettii di uccellini arrivano dolcemente all'orecchio. Mi alzo adagio e lentamente apro il portoncino ed esco in giardino. L'aria è fresca, saremo attorno ai dieci gradi. In fondo al giardino la piscina con l'acqua pulita increspata dal vento leggero richiamerebbe un tuffo tonificante se non fosse per l'aria troppo fresca, quasi rigida. Mentre medito sulla quiete di questo piccolo Eden un odore di fichi freschi mi arriva alle narici. Alzo lo sguardo e mi trovo coperto da due o tre alberi di fichi, alcuni bianchi, altri neri, come non vedevo da quando ero ragazzino nei campi del Doccio sopra la casa della nonna Caterina. La mano parte da sola a raccogliere un frutto e all'assaggio è delizioso, morbido, perfettamente maturo, con la goccia di miele che scende dal centro della parte posteriore. Assaporo la delizia che ho in bocca e osservo con attenzione il giardino e vedo altri fichi sul lato ovest, una fila di oleandri a sud, e poi tutto intorno palme, peri, meli, susini, cachi e fiori gialli e rossi.

Mi siedo su una poltroncina in legno ai bordi della piscina e mi godo il cielo azzurro della bella giornata. Ascolto il cinguettio degli uccelli che danno una nota campagnola e agreste ai rumori del traffico in lontananza che sorpassano il muro di cinta della casa. Alcuni piccoli cipressi svettano lunghi verso il cielo come colli di giraffe, vicino alla renna di legno che aspetta sotto i fichi neri l'apertura della finestra dell'ospite che ha dormito di fronte. Rientro per la toilette mattutina e quando siamo tutti pronti per la colazione torniamo in giardino per la colazione.

L'eleganza di quel tavolino apparecchiato ci lascia senza parole. Sul piano in ferro stanno tre servizi all'inglese con fiorellini rossi con sopra un ciuffo di foglie verdi appena raccolte da uno degli alberi del giardino e tovaglioli bianchi freschi di bucato, ampi, ricamati con le iniziali degli antichi proprietari. Le stoviglie sono in stile liberty, piatto, piattino e tazza da colazione, di colore beige chiaro, con i bordi decorati e a forma di ottagono. A fianco le posate sono in argentone e al centro del tavolo le marmellate fatte dai nostri ospiti vicine alle fette di pane integrale, morbido e profumato, e alla formina di burro fresco fatto a conchiglia e poi i dolcetti fatti a mano e la spremuta di arancio preparata al momento da Jean François. Ci sediamo su poltroncine in ferro fatte a cuscino morbido, sia sulla seduta che sullo schienale, e ci sentiamo molleggiati da quelle strutture così originali e comodissime, mai viste prima da nessuna parte.

Siamo circondati da verde e piante di ogni specie, con un bel vaso di limoni alle nostre spalle e una piccola aiuola con lunghe canne di bambù alla nostra destra.
Arrivano in tavola una grande brocca con il caffé fumante e una piccola con il latte caldo e ci serviamo con ingordigia. La marmellata di fichi neri e quella di albicocche sono sublimi.


La spesa a Clermont l'Herault e il Ponte del Diavolo

Da La Missare ci spostiamo per pochi chilometri verso Aniane, dove faremo una prima visita a Daumas Gassac e facciamo una piccola deviazione a Clermont l'Herault, dove Gabriella vuole comprare delle stoffe e tessuti provenzali particolari, come quelli che sono nella nostra camera da letto.
A Clermont è giornata di mercato, un pullulare di gente di ogni specie per le vie del centro. La strada dove si trova il negozio che ci ha suggerito Jean François è leggermente in salita, con palme ai lati del viale, non troppo largo, vecchi lampioni e bei negozi. Solo pedoni e carrozzine con bambini che si esercitano nella lallazione, da me battezzati "lattanti lallanti".
Ai lati della via case d'epoca a due, tre piani con balconcini a ringhiera in ferro battuto.

Un signore trascina un carrellino con dentro una decina di chili di pane in filoni, le grosse baguette del posto, donne con borse di paglia con la spesa, altre con leggeri cesti di vimini con i manici per il trasporto. Pochissime le borsine di plastica, inquinanti e poco ecologiche.
La scelta dei tessuti è più veloce di quanto pensassi e nel giro di una mezz'ora siamo di nuovo in macchina verso Aniane. Alla cantina di Mas de Daumas Gassac non c'è la persona che cercavo quindi torneremo il giorno successivo per ritirare il nostro vino.

Ripartiamo subito per una visita a Saint Guilhem le Desert.
Ci fermiamo lungo la strada per una sosta al ponte del diavolo. Si racconta che i monaci benedettini che lo costruirono, per le difficoltà si fossero fatti aiutare dal diavolo, offrendo in cambio l'anima del primo essere vivente che sarebbe passato sul ponte finito. Quando l'opera fu conclusa il primo a passare di lì fu un cane e il diavolo rimase così scornato.

Il ponte ha due arcate a tutto sesto che uniscono i due lati della montagna e poggiano sulla roccia. Sullo sfondo il fiume, che arriva in pendenza fino al ponte del diavolo con acque quasi impetuose, dopo il passaggio sotto il ponte si allarga a formare una specie di piccolo lago e poi prosegue la sua corsa a valle molto dolcemente perché la pendenza è quasi orizzontale. Ai bordi del lago una piccola spiaggia brulla con cespugli e qualche arbusto e sullo sfondo, più avanti, un bosco. Dei ragazzi e un cane stanno facendo il bagno nelle acque calde del laghetto e poi si asciugano appoggiati su un vecchio tronco di faggio che fa da sedile.

Sopra il ponte un mulinello di vento solleva la polvere mentre stanno passando due escursionisti in bicicletta, che istintivamente alzano il braccio davanti al volto per ripararsi gli occhi e rischiano quasi di cadere. Il parcheggio e la toilette, di quelle a cabina, pulita e con la carta, sono gratuiti e tutto è in ordine.

Risaliamo in macchina per la nostra meta, lungo le gorges de l'Herault, riflettendo sulla differenza dell'accoglienza turistica tra Italia e Francia e sui servizi e sulla pulizia. La valle deve essere ricca di caverne e grotte alcune delle quali si possono anche visitare, come la Grotte de Clamouse. La conformazione della valle che stiamo risalendo lentamente in macchina mi ricorda da vicino quella dove stanno le Grotte di Frasassi nelle Marche. Pochi chilometri più su del ponte del diavolo arriviamo a Saint Guilhem le Desert, un paesino delizioso dove svetta sul colle in alto l'abbazia di Gellone, la più bella della regione e una delle più belle di Francia.

All'ingresso del paese un bel ponticello sul Verdus, il torrente che scende dall'alto e che una volta ogni cento anni riesce anche ad allagare la piazza dell'abbazia: su un portico in alto c'è ancora il segno del livello dell'acqua durante l'alluvione del 26 settembre 1907 e all'interno della chiesa si ricorda quella del primo '800. oggi vicino al ponticello c'è un allevamento di trote per gli amanti della "pesca facile" dalla vasca con il retino oppure con la canna, amo e pastone. Imbocchiamo la stradina centrale del paese che sale gradualmente verso l'abbazia. Percorriamo la Rue Chapelle des Penitents, una stradina stretta ma pulita, ordinata. In basso è carinissima la casa del sindaco, la Mairie, tutta bianca con un portico che copre la scala sulla sinistra, che termina con due vasi di fiori rossi.

Salendo ti attirano i piccoli particolari dei negozietti caratteristici, un Bijoux bianco su fondo rosso, una vecchia insegna "Il etait une fois …" su una tavola di legno incastrata nel muro, un vaso di fiori stilizzato come decoro nel muro di una casa, una fontanella che versa acqua "potable" a fianco de "La Voute Gourmande" che propone piattini per una breve sosta ristoratrice, un'altra insegna con tre merli neri stilizzati e una con "De la vigne à l'Olivier … Producteurs", quella del "Santonnier" che vende statuine da presepe fatte e colorate da lui stesso ed esposte nella vetrina sulla strada, e poi tanti piccoli particolari e scorci anche nelle vie laterali che risalgono verso la montagna, per tanti quadretti tra il romantico e il curioso.

La salita termina con la vista dell'orto botanico dei monaci con lavanda e altre piante aromatiche, alcuni filari di viti e qualche albero da frutta, dietro il muretto di protezione, e poi delle tre absidi dell'abbazia, alla quale, sul lato destro, sono attaccate le case costruite nei secoli passati dai paesani.
Un cartello avverte che il sentiero percorso fa parte dei sentieri della strada verso San Giacomo di Compostela, che fanno parte del patrimonio culturale mondiale dell'Unesco. Dal fondo della stradina tra le case si arriva, scendendo sulla sinistra lungo un viottolo coperto tra le case, sul piazzale dell'abbazia.

L'interno è spoglio come molte vecchie chiese romaniche o del primo medioevo. Qua e là qualche reliquia, un bel quadro in legno che rappresenta i due San Benedetto, il fondatore, Da Norcia e il riformatore francese, D'Aniane, vissuto circa un secolo dopo. Sopra di loro la Santissima Trinità, rappresentata in maniera inconsueta con in alto lo Spirito Santo e più in basso a sinistra il Figlio che porta la croce e a destra il Padre, con un mantello nero sopra un camicione rosso con in mano la Terra e con le sembianze del volto che ricordano il Garibaldi del periodo di Caprera.

Dentro la chiesa anche una breve storia di Saint Guilhem, più noto come Guglielmo d'Orange, o d'Aquitania o di Gellone, dal monastero da lui fondato, cavaliere di Carlo Magno, figlio di Aude, figlia di Carlo Martello che si ritirò qui dopo le battaglie per la difesa della Marca di Spagna, celebrato nelle chansons de gestes, e divenne poi santo.

Si pranza sulla piazza della chiesa, all'esterno, sotto un platano mastodontico, con oltre sei metri di diametro e una cupola di foglie grande come la piazza.
I tavolini sono quelli del Vent du Soleil e la piazza è la Place de la Libertè.
Ho deciso di riprovare il Cassoulet, nella versione Castelnaudary. Buono, ma niente di eccezionale come cassoulet, in confronto a quelli di cui parla Gianni Mura nel suo romanzo Giallo nel giallo sul Tour de France. Dovrei provare qualcuno dei suoi per capire la differenza. Chissà, magari in un prossimo viaggio. Gabriella prende un'Assiette de charcuterie, ricca di affettati misti, formaggi, una bella porzione di patè de campagne, su un letto di insalata e guarnita con cetriolini.
Per finire delle crèpes a la crème de marrons, niente male.


Verso Agde

Dopo una passeggiata per le stradine del paesino per digerire le Cassoulet, riprendiamo l'auto e ci dirigiamo a sud per raggiungere il mare entro l'ora di cena. Pensiamo di sederci ai tavoli del Numéro Vin, nel centro di Agde, con interessante carta dei vini regionali, dai 17 euro in su. Ce la prendiamo comoda e la prima sosta si fa a Pezenas, la città degli antiquari e dei brocantes.

Il centro è carino, con quell'aria di vecchio un po' ben tenuto e un po' decadente. Mentre Gianni e Gabriella girano per "ravattai" io faccio una passeggiata nel centro storico e mi godo un bel palazzo ben conservato soprattutto nella parte interna, a due passi dall'Office de Tourisme e poi scovo un negozietto dove vendono solo caffé e lo fanno anche e lo fanno buono, con diverse possibilità di scelta della miscele, servito nella tazzina come da noi e nella stessa quantità concentrata. Sulla porta sta seduto un ragazzo, che ritengo sia il gestore, ma ha un braccio fasciato al collo per cui il caffé me lo prepara la ragazza che gli tiene compagnia.
Ripartiamo da Pezenas senza che Gabri abbia comprato nulla (per fortuna) e ci dirigiamo verso sud ovest, fino a Beziers, una delle principali cittadine della regione, tra Languedoc e Roussillon. Ha un'aria dimessa, con quartieri un po' decadenti mescolati con quartieri nuovi. La parte più bella è il panorama che si ha dalla cima della collina dove sta la cattedrale di Saint Nazaire, da cui si ha una vista impagabile sulla valle dell'Orb che scorre lento ai piedi del masso erratico rimasto qui dall'ultima glaciazione.

Beziers è l'antica Baeterra romana, famosa fin dai tempi degli imperatori per i vini che arrivavano fino alla capitale dell'Impero. Famosa anche per la strage dei Catari ad opera di Arnaud Amaury per conto di Simon de Monfort, quando il cinismo si mescolava all'odio più spietato. L'ordine era di uccidere tutti gli abitanti, Catari e non, tanto Dio avrebbe riconosciuto i suoi.
Oggi la città e vuota e verso l'ora di cena non rimane per strada più nessuno per cui anche noi decidiamo di scappare verso il mare, verso sud est, sulla punta dell'etang de Thau, ad Agde.

Agde è una città fondata dai Greci. Il nome è bello, in greco significa buona fortuna e si diceva Agathé Tyché. Gli edifici storici più importanti sono tutti scuri, quasi neri. Non perché vi siano o vi siano state miniere di carbone o industrie inquinanti, ma perché le pietre usate per costruirli sono di origine lavica, sgorgata dal vulcano che qui divideva in due la Francia un milione di anni fa.
Parcheggiamo sul lungofiume dell'Herault e poi ci incamminiamo verso il centro alla ricerca di Numéro Vin. Le stradine interne sono strette e un po' cupe, aperte al traffico veicolare per cui si passeggia un po' a disagio. Arriviamo all'indirizzo giusto ma il locale ha cambiato aspetto. Oggi è poco più di un bar, vuoto e piuttosto deludente.

Allora prendiamo il lungofiume e con le luci del tramonto davanti a noi cerchiamo tra i cinque - sei ristoranti aperti con veranda sul fiume, quello che ci sembra più invitante, sia come prezzi, sia come servizio, sia come numero di clienti.
Alla fine ci sediamo al Restaurant du Port, specialità mediterranee, come dice l'insegna, sulla riva del Canal du Midi. È gestito dall'ultima famiglia di pescatori della città, che ogni giorno escono in mare aperto con il loro barcone e propongono ai clienti il pescato del giorno.

Il Cassoulet di oggi mi fa propendere per una semplice soupe de poissons, saporita e gustosa. Gabri e Gianni invece si lasciano tentare dalla Bouillebaisse, che è veramente sontuosa. Alla fine in tre non saremo riusciti a finirla. Anche la zarzuela deve essere fatta molto bene, come si vede dal tavolo dei nostri vicini che l'hanno ordinata. Vediamo passare una abbondante paella e anche un bel vassoio gigante di sardine. Peccato dover partire proprio domani. Per la cena spendiamo ben 20 euro a testa, compreso una bottiglia di vino rosato del posto, che si abbina benissimo per i suoi profumi di frutti freschi e fiori al sapore del piatto di pesce. Torniamo verso Brignac alla luce del primo quarto di luna e delle stelle che le fanno da contorno. Jean François e Marie Jo sono ancora alzati, in compagnia di un'altra signora, a degustare l'ultimo bicchiere di sangria.


Giovedì 20 Settembre 2007
Mas de Daumas Gassac

Anche oggi è una giornata splendida. Sole, aria fresca. La colazione alla Missare è ancora meglio di ieri. Ovviamente Jean François ha messo delle tovagliette diverse dal giorno prima, rosse, tinta unita e la torta è una crostata di fichi neri colti freschi dagli alberi in fondo al giardino, sopra la piscina. Solo la colazione vale l'intero soggiorno in questa piccola e graziosa dimora occitana.
Prima di lasciarli Gabriella compra due bei teli di lino antichi con iniziali ricamate, sei tovaglioli grandi, come quelli che usavamo per la colazione, e un piccolo set di posate placcate in argento marchiate "Boulenger 84", tutti pezzi veramente raffinati.

Lasciamo Jean François e Marie Jo con la promessa di rivederci il prossimo anno per un'altra visita nell'Herault e partiamo verso Aniane per la visita alle cantine di Mas de Daumas Gassac. Lungo il percorso, per le stradine secondarie di questa parte di Linguadoca, ogni tanto qualche cartello avvisa che la strada, in caso di forti piogge, potrebbe allagarsi. Arriviamo all'azienda verso le dieci e trenta. Oggi ci sono alcune macchine sul piazzale, qualche visitatore, qualche fornitore, alcuni operai che sistemano dei tubi all'esterno.

Entriamo e chiedo di Carole, la gentile signora che avevo incontrato l'anno scorso al Salon Gourmande di Cagnes sur mer. Arriva mentre ci aggiriamo tra le scatole e le stampe alle pareti con la descrizione delle varie annate e ci propone prima una degustazione e poi una visita all'azienda.

Daumas Gassac è un grande vino che solo gli addetti ai lavori conoscono, ma la sua giovane storia è ricca di premi e riconoscimenti. Gault et Millau lo hanno paragonato a Château Lafite nelle annate 1982 e 1990, Times lo ha messo a fianco di Château Latour nel 1983 e 1985, il Journal du Dimanche ritiene che il 1985 eguagli un Petrus. In fin dei conti è un Vin de Pays per la burocrazia francese, ma Hugh Johnson lo ha definito l'unico "Grand Cru du Midi", per Oz Clarke è un "Grand Cru Majeur", Michael Broadbent lo ritiene uno dei migliori vini del mondo, secondo Parker è "Exceptionnel", Wine Spectator lo giudica "Outstanding". È un vino che in giovinezza ricorda un grande Médoc e nella maturità rievoca i sentori del sottobosco e del tartufo come i grandi Borgogna.

Guidati da Carole tra scalette e corridoi si giunge nel salone delle degustazioni, ampio e luminoso. Cominciamo con un bianco 2006, poi un rosso 2006, un rosso 2005 e infine un rosso 2001. si avverte il diverso livello di maturità e di affinamento tra i rossi. Le differenze sia al naso, sia in bocca, sono evidenti e stupisce la maggiore pienezza delle annate più vecchie. Veramente un bell'assaggio.
Passiamo poi a visitare le cantine, ricavate in un vecchio mulino di origine gallo romana, iniziando dalla barricaia dove due ragazzi stanno portando a livello il vino dentro i fusti di rovere allineati sul pavimento in cinque o sei lunghe file. Ci sono circa 400 barrique e ogni anno un settimo viene rinnovato in modo da avere un equilibrio costante anno per anno nel gusto del vino ed evitare l'impatto delle barrique nuove sulla produzione. Sotto il lastrico della cantina scorre una sorgente di acqua fredda che garantisce una climatizzazione naturale e una fermentazione alcolica lenta per un periodo di 8 - 10 giorni. Questo consente la conservazione degli aromi complessi, che non si ottiene con le fermentazioni rapide delle tecniche moderne. La vinificazione si fa ancora con le regole suggerite da Emile Peynaud: fermentazione lunga, fino a tre settimane, maturazione in legno, chiarifica leggera con bianco d'uovo e nessuna filtrazione.

Dall'alto vediamo i cilindri in acciaio dove sta fermentando l'ultima annata, quella appena raccolta. Carole ci fa osservare le feritoie nel tetto, sopra le nostre teste, da cui si fa scendere l'uva direttamente nelle pigiatrici per avere il mosto che passa poi alla fermentazione. I serbatoi sono in un locale completamente sottoterra quindi la temperatura rimane costantemente tra i dieci e i quindici gradi in modo naturale, grazie alla sorgente di acqua fredda che scorre sotto il pavimento.

In un altro locale vediamo dei cilindri posati in orizzontale sul terreno. Sono i recipienti dove ogni cinque o sei mesi si fa coinvolgere tutto il vino che sta nelle barrique in modo che si mescoli in maniera uniforme prima di tornare, per passaggio naturale per gravità, nelle barrique. Questo si fa perché ogni botte dà una propria caratteristica al vino e allora per uniformarne le caratteristiche è opportuno questo travaso di rimescolamento.

Ormai è quasi mezzogiorno e lasciamo Carole ai suoi impegni in azienda per avviarci verso Bouzigues dove ci aspetta un'altra sosta alla Tchepe per l'ultimo piatto di ostriche e Picpoul.


Mas de Daumas Gassac - Un po' di storia

Prima di partire Carole ci tiene a mostrarci la prima vigna dell'azienda, quella messa nel 1972 nella sponda della collina che si chiama, in occitano, Pierre a fioc, o forse pierre a foc, pietra di fuoco. I ceppi sono effettivamente robusti e i suoi trentacinque anni li dimostra tutti.
Poi ci descrive l'azienda, sommariamente, raccontandoci da quando monsieur Aimé Guibert de la Vaissière ha avuto l'idea di dedicarsi al vino e del perché ha scelto proprio questa parte della Francia, così poco considerata nella tradizione vinicola nazionale. Era un suo amico Henry Enjalbert, geologo e titolare della cattedra di geografia presso l'università di Bordeaux, che sembrava convintissimo che quelle colline al centro del massiccio dell'Arboussas fossero adatte per ottenere grandi vini. Sotto agli arbusti della garrigue esistevano una quarantina di ettari di suolo profondo perfettamente drenato e povero di humus e materiali vegetali, mentre era ricco di minerali, ossidi di ferro, rame, oro e altri.
Questo terroir di origine glaciale accumulato dai venti del nord fornisce i tre elementi che sono essenziali per la produzione di un "grand cru":

  • il suolo profondo dove le radici della vite possono scendere per alimentarsi in profondità
     
  • un suolo perfettamente drenato dove le radici della vite non incontrano mai umidità
     
  • un suolo povero che richiede alla vite una sofferenza e uno sforzo continuo per ottenere gli aromi particolari dei grandi vini.

Monsieur Guibert si consigliò allora con un altro grande enologo Emile Peynaud, anche lui professore a Bordeaux, per la scelta dei vitigni e per la vinificazione. Dopo i primissimi anni di sperimentazione, nel 1978 il primo vino era pronto per la commercializzazione. Divenne subito famoso, al livello di grandi Château, come il Lafite e il Latour.

I vigneti crescono tra i 200 e i 300 metri ma le colline, ancora dense di boschi e macchie, hanno un microclima ideale perché il calore intenso del giorno è mitigato dai venti freddi del nord che investono le colline e dalla temperatura più bassa delle ore notturne. È come se fossero tra i 500 e i 600 metri, grazie a quest'aria fresca che scende dagli 850 metri del Larzac. E nelle macchie, le garrigues, crescono molte erbe selvatiche aromatiche timo, rosmarino, lavanda, mentuccia e altre.

È questo micro clima che rallenta la fioritura di circa tre settimane rispetto alla media della regione e che ritarda i vitigni rossi fino all'inizio di ottobre. È questo micro clima che fornisce l'equilibrio tra alcolicità, contenuto di polifenoli e acidità che caratterizza i crus eccezionali.

Il vitigno prevalente è il cabernet sauvignon, affiancato per piccole quantità da altri vitigni francesi come merlot, cabernet franc, syrah, pinot nero, tannat e malbec e anche italiani: nebbiolo, dolcetto e barbera. Qualcosa viene anche dal medio oriente e dal Caucaso. Qui si fa una buona ricerca per migliorare la produzione anche con tentativi di assembramenti mai tentati prima.

La vinificazione dei rossi è tradizionale, alla bordolese. I mosti fermentano separatamente in acciaio per circa tre settimane, si fa l'assemblaggio prima della fermentazione malolattica e l'affinamento in vecchie botti di rovere. Si fanno alcuni travasi di riassemblaggio durante la fase di affinamento con spostamento del vino dalle barrique a cilindri in acciaio orizzontali, "remuage" morbido e ritorno nelle barrique. Il vino di punta è adatto ad un invecchiamento anche di alcuni decenni. Già dopo un paio d'anni di bottiglia sono eccellenti, vale a dire tra il terzo e il quarto anno dalla vendemmia, ma raggiungono la loro massima espressività in media tra i sette e i vent'anni e nelle annate migliori molto di più, anche fino a cinquanta. Le più grandi annate del secolo scorso sono state 1980-1982-1985-1986-1988-1990-1994-1995-1998.

Alla fine degli anni '80 monsieur Guibert ha iniziato a produrre anche vini bianchi da vitigni viognier, chardonnay e piccole aggiunte di altre varietà bianche.
Le uve bianche sono coltivate ad alta densità, circa 6.000 piante per ettaro, e bassa resa, circa 35 ettolitri per ettaro. L'uvaggio subisce la macerazione sulle bucce a 5-6 °C per un periodo da 5 a 7 giorni, poi fermenta in acciaio inox a 20-25 °C per tre settimane e si affina in pièces borgognotte di legno nuovo da quattro a otto settimane. Una filtrazione con sabbia fossile e una sterile precedono l'affinamento finale in bottiglia da uno a tre anni, a seconda dell'annata.

Dal settembre 2003 monsieur Guibert propone un vino rosso speciale, la Cuveé Emile Peynaud, da cabernet sauvignon in purezza con le uve della vigna "Pierre a fioc", la prima piantata nel 1972.
Insieme ad altri produttori locali che gli forniscono le loro uve, produce i vini Moulin de Gassac, fatti con l'uva proveniente dalle vigne vecchie dei contadini che non hanno voluto accettare le sovvenzioni di Bruxelles per sostituire le vigne vecchie con ceppi nuovi. Questi vini hanno la freschezza dei vini di una volta, una certa personalità e un prezzo sotto i dieci euro. In tabella giudizio e prezzi "in enoteca" (in azienda il prezzo è circa la metà) di alcuni vini di monsieur Guibert:


Vino | Prezzo | Giudizio

Cuveé Emile Peynaud - Mas de Daumas Gassac 2001 - rosso Sopra i 76 Euro 16/20
Mas de Daumas Gassac 2003 - rosso Da 31 a 46 Euro 17/20
Mas de Daumas Gassac 2004 - bianco Da 31 a 46 Euro 16/20
Mas de Daumas Gassac 2005 - bianco Da 31 a 46 Euro 18/20
Sol de Landoc - Moulin de Gassac 2004 - rosso Da 10 a 15 Euro 16/20

Carichiamo il vino, sistemiamo i bagagli e gli altri regali che abbiamo raccolto nel viaggio e partiamo verso sud. Ci sollazziamo a Bouzigues con altre portate di ostriche fresche e poi una passeggiata sotto il sole fresco di inizio autunno davanti all'Etang de Thau e infine via in macchina verso l'Italia e Genova dove arriviamo prima di sera, giusto in tempo per vedere la luna che sovrasta la punta della Lanterna mentre ci avviciniamo alla sopraelevata.

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Luigi Bellucci

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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