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Viaggi enogastronomici

Nel segno del (vino) verde, Conero, Ancona e dintorni

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Il gemellaggio verdicchio - verdejo è l'obiettivo di questo incontro marchigiano di inizio primavera 2007 che vede la nascita della rete europea dei territori di produzione dei vini a tonalità verde. Personalità di due nazioni che insieme costruiscono un obiettivo di qualità e di territorio legato al turismo enogastronomico per l'avvio di una iniziativa che potrà coinvolgere diverse nazioni europee che hanno qualcosa in comune: un territorio di produzione vinicola di eccellenza che va dal Portogallo alla Spagna, dall'Italia alla Francia, dall'Austria alla Slovenia alla Grecia.


Venerdì 13 Aprile 2007

Stavolta il viaggio da Genova mi porta fino a Voghera dove raccolgo il buon Alfredo Zavanone, decano dei decani dei giornalisti italiani che mi accompagnerà fino a destinazione. Il tempo è bello, è già primavera, anche nella stagione, temperatura media sui 22 gradi centigradi, non troppo traffico e via verso Ancona. Solo un po' di coda sul nodo di Bologna per una serie di maxi tamponamenti in mattinata, per la nebbia, sulla Bologna Padova, che ha fatto chiudere il bivio per Padova e Ferrara. Una breve sosta all'estero (nella Repubblica di San Marino di Garibaldina memoria, ma senza l'ansia della fuga inseguiti dalle truppe nemiche) alle ore 13, per un pieno al serbatoio del carburante e per un breve spuntino al tavolo esterno di un bar di Dogana bevendo un Sangiovese genuino del Monte Titano e una rapida occhiata alle carcasse di aeroplano distese sulle pendici della collina, prima di entrare in San Marino, in corrispondenza del museo dell'aviazione, macchie di colori e di forme sullo sfondo verde del prato.

Alle 15.30 siamo a Portonovo, sotto il Monte Conero, all'Hotel Fortino Napoleonico, un quattro stelle di recente costruzione e ben progettato. Una struttura robusta, solida, costruita in una zona geografica unica, alle pendici del Monte Conero, un pendio che se avesse le viti a terrazza sarebbe la controfigura delle Cinqueterre liguri, un luogo in cui non puoi non rimanere estasiato dalla bellezza naturale che lo caratterizza. Una sosta veloce in camera per rinfrescarsi e alle 16.15 si riparte in pullman per una visita ad Ancona. Ci fa da guida e interprete la dolce Anna Barbadori. Mentre il bus risale lento la collina ripida tra tornanti e piante con i rami che sporgono sulla strada, si staglia nel cielo azzurro un deltaplano blu, un punto che sembra immobile nell'immensità del celeste pastello del cielo e del verde intenso del bosco che lo circonda.


Ancona - Visita della città

Oggi è una giornata dedicata al colore, non solo "Nel segno del verde" e del sole che scalda, ma anche il blu del tessuto dei sedili del bus, con riflessi bianchi e gialli e sfumature di rosso fa festa con noi, come se fosse stato dipinto dal pennello di Van Gogh nello stile dei suoi Iris indimenticabili. Macchie gialle di cespugli prufumati colpiscono l'occhio sul verde chiaro dell'erba dei prati che a primavera cresce ai bordi della strada che scorre sotto le ruote gommate del bus verso Ancona, avvolto in una nube bassa in questo pomeriggio primaverile.
Mentre andiamo mi colpiscono anche i colori di Anna, il vestito nero con pantaloni gessati, una camicia bianca con i polsini slacciati e il colletto appena aperto sulla pelle rosa del collo, pochi gioielli giovanili ai polsi e al collo, non d'oro giallo ma quasi metallici, discreti come la sua personalità.

Anna è una giovane signora con una chioma bionda raccolta dietro la nuca da una spilla d'osso marrone. Gli occhi sono indice di un carattere deciso, aggressivo e dolce nello stesso tempo. Le guance rosse danno un tono di colore vivo alla figura slanciata raccolta nell'abito scuro con bordature bianche. La sua voce calda ci racconta di Numana e Sirolo, di Santa Maria in Portonovo, di San Pietro del Conero, le due chiese benedettine di questi posti, dei frequenti terremoti che hanno scosso nei secoli terre e monumenti, di Ancona, da ankos, gomito, la punta collinare che si protende sul mare al centro del porto.

Arriviamo in fondo alla discesa al monumento dedicato ai caduti della grande guerra, una torre circolare bianca che si staglia sull'azzurro del cielo e del mare alla sommità di una bianca scalinata, che l'architetto ha voluto rendere ancora più slanciata costringendo chi la guarda a vederla solo dal basso verso l'alto. Nonostante gli addobbi di stampo fascista che ancora porta addosso, il monumento ha un suo fascino, che sta proprio nel colore e nella struttura slanciata, rotonda e vuota che lo caratterizza.

Si riparte col bus verso il centro, verso Piazza Cavour, con il bianco palazzone delle Poste e il colonnato al secondo piano della facciata. La statua di Cavour, al centro della Piazza, con la mano destra piegata a indicare la mano sinistra stesa lungo il corpo, come se volesse indicare qualcosa che sta portando agli anconetani, chissà! Più giù la Chiesa del Santissimo Sacramento, con alle spalle l'ingresso del Porto, il bruttissimo palazzo anni '60 tra il mare e il Teatro delle Muse, edificio di primo '800, con un certo fascino classico, anche se rifatto dopo bombardamenti e terremoti.

Ora si va verso Porta Pia e la Mole Vanvitelliana, una rocca esagonale bassa ma ampia e massiccia, ex-lazzaretto e abitazione di mercanti e magazzini di mercanzie. Oggi ospita prevalentemente mostre e spettacoli musicali e rassegne teatrali Un po' più avanti la stazione ferroviaria e poi si torna indietro verso il centro, fino ai piedi del colle Guasco, sopra il quale si staglia il Duomo di San Ciriaco, spesso circondato dalla foschia del Porto, ma non oggi. Il bus affronta la ripida salita e ci porta sul piazzale del Duomo. Visitiamo l'interno, una struttura a croce greca del 1300 su un antico tempio romano del 300 a.C., di cui si vedono ancora le basi delle colonne portanti coperte da lastre di vetro che consentono di guardare sotto. L'interno è liscio ed essenziale, come quello di molte chiese nelle Marche, sullo stile della Pieve Romanica di San Leo, costruita sulla roccia viva. Sono chiese in cui il tempo ha cancellato le pitture murali colorate che caratterizzavano questi luoghi di preghiera, di culto e di ritrovo, e ha lasciato solo i muri portanti, lisci, decorati poveramente, ma che danno un grande senso mistico e religioso, che ti fa venire i brividi quando ci entri a tu per tu con te stesso e la tua coscienza, a tu per tu con quel Dio che ti senti attorno anche se non ci credi.

Fuori di San Ciriaco la piazza del Belvedere spazia su tutta la città da sud. Si vede l'Arco di Traiano, del 120 d.C., anch'esso bianco del marmo con cui è stato costruito e pochi metri dietro, verso il mare, l'Arco Clementino, ancora del Vanvitelli e dedicato al papa Clemente XII.
Si scende poi col bus verso Santa Maria della Piazza, una chiesa romanica che ricorda nella facciata il Duomo di Lucca, per le monofore multiple cieche e sovrapposte su quattro livelli, con i tronconi di due archi che denotano l'antica presenza di un pronao spinto verso la piazza e il mare che gli stava, e gli starebbe, davanti se fosse ancora in piedi.

Si prosegue a piedi per un breve giro nel centro di Ancona, di nuovo in Piazza della Repubblica davanti al Teatro delle Muse, dove un cartellone con la procace Sabrina Ferilli pubblicizza lo spettacolo di questi giorni, e attira l'occhio più che il curioso campanile con la cuspide a chiocciola della chiesa del Santissimo Sacramento che sta di fronte, cuspide ispirata al Lanternino del Borromini sopra alla cupola di Sant'Ivo alla Sapienza a Roma. Si va poi lungo Corso Mazzini fino alla Fontana del Calamo, con le tredici cannelle bronzee con volto di satiro e le coppie di piccioni che cercano di abbeverarsi ai bordi delle vasche e si danno i bacini. Sopra alle fontane una lapide del 29 giugno 1898 ricorda il primo centenario della nascita di Giacomo Leopardi cui gli anconetani riconoscenti plaudono, sulla facciata del Conservatorio.

Più avanti, in Piazza Roma, la fontana dei quattro cavalli e del putto alato che li sovrasta è circondata dai platani verdi che decorano la piazza e ricordano la piazzetta di Montmartre a Parigi per via dei quadri appoggiati ai tronchi. L'ultima meta esterna è Piazza del Plebiscito, uno spazio allungato con da una parte una doppia scalinata con al centro la statua di Papa Clemente XII che avrebbe dovuto essere collocata sopra alla Porta Clementina nel Porto. Dietro alla statua la Chiesa di San Domenico, raramente aperta, in cui si potrebbero ammirare i quadri del Tiziano e del Guercino.

Ai lati della piazza la Prefettura e la sua torre campanaria, i bei palazzi settecenteschi, i portali, la piccola fontana, le loggette e i balconcini ti fanno sentire in un altro luogo e in un latro tempo. La piazza è tutta in discesa, sia per il lungo, sia per il corto. Il selciato è ancora in pietra e ricorda proprio il pavè mentre due ragazzine in bicicletta scendono tremolanti e salutano i pochi clienti dei tavolini all'esterno dei bar della piazza.


Ancona - La Conferenza stampa

All'interno della Prefettura, al terzo piano, si sale per la conferenza stampa che sancisce la costituzione della rete europea dei territori produttori di vini a tonalità verde. Questa rete per ora si avvia grazie al contributo di Ancona e Valladolid (si legge vaglia-dolid), ma ben presto dovrebbe aprirsi ad altre nazioni europee che hanno le stesse caratteristiche vitivinicole, Portogallo, Francia, Austria, Slovenia e Grecia.

Provincia e Camera di Commercio delle due città, Ancona e Valladolid, vedono radunati qui i loro rappresentanti per questa firma storica che sancisce un avvenimento importante e unico.
Si mette in risalto l'aspetto turistico alternativo di tipo enogastronomico e l'efficacia politica, territoriale ed economica di questa iniziativa, di cui tutti sono entusiasti, intesa alla valorizzazione dei territori e delle loro produzioni di eccellenza.

Prendono la parola alternativamente il Prefetto di Ancona, Dottor D'Onofrio, poi il Presidente della Provincia di Ancona Enzo Giancarli, poi il Presidente della Camera di Commercio di Ancona Giampaolo Giampaoli e infine i loro equipollenti spagnoli, Presidenti de la Diputaciòn y de la Camara de Valladolid. Il tutto con la traduzione nei due sensi della bella Laurita, una giovane argentina dai capelli neri corvini che ha portato una nota di colore e simpatia in questo pomeriggio così importante che ha messo in evidenza come il Mediterraneo sia una terra di accoglienza, dialogo e cooperazione. Dopo la firma del trattato di collaborazione un ricco buffet bagnato dai rispettivi vini a tonalità verde ha sigillato con la bontà della cucina marchigiana questo avvenimento. I vini delle due regioni hanno mostrato un ottimo corpo ma soprattutto una caratteristica di mineralità e di corpo che ne esalta la personalità.


Portonovo - La cena al Fortino Napoleonico

Si ritorna sul bus che ci riporta all'albergo dove nel ristorante ci aspetta la cena nel ristorante del Fortino. La sala mi ricorda il torrione della Rocca di San Leo dove Cagliostro ha terminato i suoi giorni, imprigionato nelle terre papaline e fatto morire barbaramente. Qui l'ambiente per fortuna è diverso, più rilassante e poi le piccole finestre sui muri esterni fanno vedere il mare che sta qui sotto, anche se stasera tutto è nero e cupo e si gode solo delle luci interne e dei colori pastello dei muri e del rosso giallo arancione della fiamma dei ciocchi che bruciano nel camino acceso, che fa calore e atmosfera.

Si comincia con mazzancolle al vapore su letto di finocchi e arance con olio emulsionato alla lavanda in cui si esalta l'odore del mare per la freschezza della materia prima, accompagnato da un Titulus classico 2006 di Fazi Battaglia, di 12 gradi alcolici.
A seguire i totanelli brasati con patatine, paccasassi (una sorta di verdura a sfondo dolciastro) del Conero e riduzione di aceto balsamico e Macrina Superiore 2006 Garofoli in abbinamento.
Un altro piatto eccellente per sapore di freschezza e di mare e per tenuta della pasta è il successivo Spinosini Omega 3 in salsa di moscioli di Portonovo all'anconetana e basilico fresco, bagnati da un Tralivio Superiore 2005 di Sartarelli per 13,5 gradi.

Il piatto forte successivo il Trancio di dentice dell'Adriatico, arrostito al finocchietto selvatico su tortino di verdure e moscioli di Portonovo con riduzione di Rosso Conero, accompagnato da un eccellente Classico Superiore 2005 Bucci, di ottima stoffa per 13 gradi e anche da un Pietrone Riserva 2004 Bonci di 14 gradi. Per finire una cassata all'italiana con melata del Conero e pinoli tostati, cui ha fatto da contraltare in bocca il Tordiruta Passito 2003 di Moncaro, che con i suoi 13,5 gradi sviluppava un sentore di miele al naso con sfumature di affumicato e fungo e lasciava in bocca una buona base dolce con retrogusto di miele e mandorla matura.

Nel corso della serata sono stati degustati ovviamente solo vini Verdicchio prodotti da aziende che nel 2007 hanno ottenuto i tre bicchieri del Gambero rosso e i cinque grappoli AIS. Oltre a quelli elencati nel menù della cena il Villa Bianchi classico 2006, il Casal di Serra Superiore 2005 e il Plenio Riserva 2004 di Umani Ronchi, il Podium Superiore 2004 e il Serra Fiorese Riserva 2003 di Garofoli, il Via Torre Classico 2005 e il Le Case Superiore 2005 di Bonci.

La compagnia durante la cena è sempre piacevole e i discorsi passano dalle molteplici esperienze di Alfredo Zavanone, ai commenti sui vini, alle esperienze di Lella con la "maga" che le ha fatto intravvedere le luci blu che ancora oggi lei non sa spiegarsi. A mezzanotte passata tutti a letto per una notte riposante fino alla partenza di domani verso Jesi e i suoi vini "a tonalità verde"


Sabato 14 Aprile 2007, a Jesi per il Verdicchio

La luce comincia a filtrare dagli scuri non accostati verso le sei e mezza e mi sveglia, ma resto a poltrire e a godermi quest'ora di silenzi e cinguettare di uccelli in un piacevole dormiveglia. Alle otto esco nel padiglione al centro del fortino per la colazione. Faccio un esperimento abbinando succo d'arancia con un 10% di succo d'uva e ottengo una bevanda fresca piacevolissima, del colore del cappuccino, che sorseggio durante l'abbondante colazione. Alle nove o poco più si parte sempre sul bus con Renato alla guida. Un camion che trasporta pietre parte dieci secondi prima di noi e ci rallenta lungo la ripida salita del monte. Renato è molto paziente, poi sulla statale, in un tratto più pianeggiante, ci resta ancora davanti per una decina di chilometri ma a un'andatura più normale. Sulla strada verso Jesi le colline sono dolci, ben curate, molti campi sono verdi, qualcuno appena arato, qualche rara vigna, pochi uliveti e pochi casolari, qualcuno ristrutturato, la maggior parte ancora da riprendere. Al bivio per Montacuto il camion con le pietre ci abbandona al nostro destino di assaggiatori girovaghi, avvolti per un attimo da una rada nube di foschia mattutina.


Cupramontana - Colonnara

La prima meta è Cupramontana per visitare Colonnara, una cooperativa vinicola di Verdicchio. Ci riceve sul piazzale Massimiliano Fico, vicepresidente e con lui andiamo sotto il portico retrostante dove ci aspetta l'altro Massimiliano, Latini, Presidente della Cooperativa. L'enologo, Pigini, che non si chiama Massimiliano, ma Carlo, è solo Direttore. La Cooperativa è nata nel 1959 e comprende oggi 139 soci conferitori per un totale di 190 ettari vitati a Verdicchio. Il Presidente è giustamente fiero della loro produzione di elevata qualità, che esportano per il 30% sui mercati internazionali, ma soprattutto va fiero della loro tradizione spumantistica. Ci racconta infatti che sono state trovate delle carte risalenti alla fine del 1500 in cui un frate benedettino di Fabriano, tale Francesco Stacchi, parla di vini frizzanti prodotti nella zona, quasi un secolo prima che Pierre Perignon in Francia formalizzasse il suo metodo di spumantizzazione. Altre carte del 1843 sono quelle di Ubaldo Rosi che chiede l'esenzione dei dazi per questi tipi di vini. Appesa a una parete, mentre ci trasferiamo nelle cantine, una macchina spumantiera per l'inserimento nelle bottiglie dell'anidride carbonica, di cui ci spiega il funzionamento facendola ruotare sul perno centrale perpendicolare alla parete.

La Cooperativa produce circa un milione di bottiglie, di cui il 50% spumanti e il 50% vini fermi. Per Statuto ogni socio è tenuto a conferire alla Cooperativa tutta la propria produzione e da qualche anno stanno iniziando a fare qualche esperimento con uve biologiche. Hanno una piccola produzione anche di Rosso Conero IGT da uve Montepulciano d'Abruzzo e qualcosa di Rosso Piceno. Tutto il rosso fa una maturazione in barrique di 11 mesi e altrettanta in bottiglia prima di essere avviato alla vendita. Un ultimo assaggio del loro Brut millesimato metodo classico con assaggi di torta di formaggio e salame e ciauscolo o ciabuscolo e poi via di nuovo col bus verso Jesi e l'enoteca Comunale.

È quasi mezzogiorno quando arriviamo sotto le mura del palazzo di Jesi dove ci aspetta l'assaggio comparato dei vini a tonalità verde. Da un varco nel muro di cinta si parte una scala mobile che consente l'accesso al Palazzo della Signoria, dove ha sede l'Enoteca comunale. Qui è previsto l'incontro, presieduto dal Dottor Alberto Mazzoni, da ieri vice presidente nazionale degli enologi, un caro amico di rara competenza e ottimo enologo. Approfitto dei preparativi della degustazione per provare a chiamare un altro jesino che non vedo dal 1973, Giannetto Manoni, compagno d'armi del 70° corso AUC di Sabaudia. Lo chiamo sul cellulare e lo trovo. Gli spiego velocemente che mi trovo a Jesi e mi farebbe molto piacere vederlo per un saluto alla fine della degustazione. Verrà e ci potremo rivedere.

Iniziamo l'assaggio dei vini. Guidano l'assaggio Otello Renzi, Presidente degli enologi delle Marche, e il suo corrispondente di Valladolid, alternandosi nelle degustazioni e nelle lingue di commento. A fare da interprete ancora Anna, la guida bilingue che ci aveva accompagnato ieri nella visita di Ancona. Cominciamo con due zelen sloveni, leggermente ossidati entrambi, poi un verdicchio, di buona fattura, un verdejo eccellente, un altro italiano, ottimo, un secondo verdejo anch'esso molto buono, l'ultimo italiano buono e infine l'ultimo verdejo, proveniente da vigneti che crescono e producono a quote oltre 700 metri sul livello del mare e con otto mesi di fermentazione in botte. L'ultimo vino è purtroppo spento e già andato verso un'ossidazione marcata e un colore ambra scuro piuttosto torbido e senza sentori positivi al naso. Evidentemente una bottiglia sfortunata.


Questa la lista dettagliata degli assaggi

1) Zelen 2006 - 12° - Lanthieri - Vipava
Colore: giallo paglierino carico con note verdognole, brillante
Naso: emergono sentori floreali tendenti al dolce con note di acacia e mela verde, di media persistenza.
Bocca: mostra una discreta armonia tra acidità e alcolicità. Buona la persistenza e un gradevole retrogusto di mandorla ma già troppo matura.

2) Zelen 2004 - 12,5°
Colore: giallo paglierino medio con riflessi verdognoli, luminoso
Naso: si avvertono sentori floreali e minerali, con note di vaniglia. Non molto intenso ma elegante. Lievi sfumature di mela matura e pesca.
Bocca: presenta una buona acidità e una discreta struttura, per una conclusione abbastanza armonica, seppure sporcata da una lieve nota di ossidazione che lo penalizzano in eleganza. Al retrogusto si avverte una eccessiva sensazione di tostato.

3) Verdicchio Sartarelli Classico 2005 - 13°
Colore: giallo paglierino leggermente scarico ma brillante
Naso: si percepiscono sentori freschi di erba di campo, mandorla verde e mela.
Bocca: è fresco, armonico, equilibrato con un bel retrogusto di mandorla verde.

4) Verdejo Aura 2006 - 13,5°
Colore: giallo paglierino medio, vivace, limpido e brillante.
Naso: risulta pulito, con sentori di frutta fresca e mela verde, con sfumature di limone e anice. Evidenti e di lunga persistenza e intensità le note minerali di pietra focaia.
Bocca: si presenta fresco, di buona acidità, persistente, con una leggera nota amarognola che lo caratterizza e un retrogusto di mela verde e agrumi.

5) Verdicchio Fazi Battaglia Classico Superiore Massaccio 2004 - 14°
Colore: brillante con tonalità giallo paglierino e riflessi di oro verde.
Naso: si percepisce nettamente la frutta matura, con evidenti note di pesca e nespola. Si avvertono note floreali di ginestra e un lievissimo sentore di miele finale.
Bocca: l'elevato grado alcolico lo gratifica di un buona morbidezza, ha una buona persistenza e un gradevole fondo amarognolo. Pur essendo già pronto ha una ottima struttura che gli consentirà una lunga vita. Al retrogusto rimane la mandorla fresca.

6) Verdejo Mocen 2006 - 13°.
Colore: giallo paglierino scarico con riflessi dorati tendenti al verde, limpido e brillante
Naso: emerge il sentore minerale, netta la pietra focaia, dietro cui si avvertono note di frutta fresca, mela verde e agrumi.
Bocca: si rivela fresco, persistente ed equilibrato con un buon corpo di media persistenza e un gradevole retrogusto di agrumi e mandorla verde.

7) Verdicchio Villa Bucci Classico Riserva 2004 - 13,5°.
Colore: giallo paglierino dorato, limpido e brillante.
Naso: risulta evidente la pietra focaia al primo impatto, con successive note di fieno e camomilla e tiglio, di media persistenza.
Bocca: mostra una buona morbidezza e sapidità per un equilibrio finale che lo porta a un buon livello di finezza e armonia. Al retrogusto si avvertono sentori di nocciola e una lieve nota di caffè.

8) Verdejo Mocen 2002 - 13°.
Colore: giallo ambrato molto scuro, quasi grigio. Si mostra torbido alla vista e non ha riflessi luminosi.
Naso: i sentori fruttati sono pressochè assenti e si percepisce una decisa nota di ossidazione, che fa presagire un deciso invecchiamento anzitempo.
Bocca: risulta evidentemente spento, ha perso ogni struttura e si avverte solamente un lievissimo sentore dolciastro, come di liquirizia forse per i tannini del legno.

Alberto conclude l'incontro elogiando le territorialità e le buone capacità dei vignaioli, ringraziando anche il Buon Dio per la natura che ci ha lasciato in eredità e per le caratteristiche del clima e del microclima che contribuiscono, insieme alle fatiche di sta sulla vigna, a creare e costruire questi prodotti di eccellenza che abbiamo appena degustato. Un grazie particolare all'Enoteca comunale di Jesi che ci ha ospitato e agli ospiti spagnoli che hanno contribuito all'iniziativa.
Alla fine del discorso di Alberto mi chiama Giannetto sul cellulare. Salgo all'ingresso dell'enoteca e lo rivedo tale quale trent'anni fa. Ha ancora tutti i capelli neri, forse solo un po' più radi di allora e mi sembra anche un po' dimagrito da come lo ricordavo. Ci facciamo festa, ci abbracciamo e stiamo a raccontarci la sintesi di questi anni nei cinque minuti che riusciamo a rubare al programma della giornata. Ciao Giannetto, a presto.

Risaliamo la collina da Jesi verso questo paesino di poche anime dove si produce uno dei verdicchio più premiati al mondo, il Balciana di Sartarelli.
Ci aspetta nei locali della Proloco il sindaco, insieme a una giovane signora, anche lei sindaco di un piccolo paese della Toscana, Trequanda, in provincia di Siena, con cui Poggio San Marcello è gemellato. Un piccolo spuntino in questa vecchia cantina con il soffitto a volta in mattoni rossi e un'ampia vista sulla vallata sottostante. Il locale fa parte dell'edificio del Comune davanti al quale è stato creato un piccolo prato verde con una esposizione di piante di ogni tipo nei loro vasi.

Una breve passeggiata nel borgo tra le bancarelle che espongono prodotti del territorio e per la campagna. Alfredo adocchia un omino che vende piante da semina e contratta delle piante di pomodoro e peperone che si fa impacchettare per bene per portarsele nel giardino di casa dove proverà a interrarle per farle crescere e produrre. Si pranza sotto la tenda in piazza, sulle panche di legno, uno fianco all'altro, la tipica cucina marchigiana di qui, antipasti di salumi e formaggi, poi vincisgrassi, in bianco e al sugo rosso, poi una splendida tagliata cotta alla brace e vini del posto, stavolta anche Rosso Conero, oltre al Verdicchio iniziale. Il tempo è sempre magnifico, anzi fa un po' caldo ma la brezza fresca arriva ogni tanto a mitigare il tepore primaverile.

Risaliamo sul bus per un altro tratto di strada fino alle Grotte di Frasassi, questa meraviglia della natura, uno scrigno di gioielli naturali all'interno del monte omonimo, nei pressi di Genga Stazione lungo il letto del torrente Sentino che scorre a fianco della strada provinciale di Frasassi.
La mia visita precedente è abbastanza recente, ma ritorno volentieri a rivivere lo stupore e la meraviglia che ti prendono quando entri nella Grotta grande del Vento e poi nella Sala Duecento fino alla Grotta delle Candeline. In questa visita ci accompagna Federica, una giovane appassionata di speleologia che ci racconta tutti i particolari della scoperta della grotta nel dicembre del 1971 e delle successive discese per le ricognizioni successive. Per i più coraggiosi esiste la possibilità di visitare la parte che ancora non è stata attrezzata con camminamenti artificiali. La gestione delle grotte fornisce l'attrezzatura necessaria e l'accompagnamento di una o due guide esperte e con lampade ad acetilene e caschetti da miniera, con faro incorporato, ci si avventura nel ventre della terra.


Fabriano, il museo della filigrana


Quando usciamo dalle grotte c'è ancora tempo per una visita a Fabriano. Si vanno a scoprire i misteri della fabbricazione della carta, nel museo della carta e della filigrana. Siamo in effetti un po' in ritardo sull'ora di arrivo, ma l'assessore Fabio Mariani, che è anche direttore del Museo, ci accoglie con un sorriso e ci presenta Ilaria, che ci accompagnerà nella visita.

Il museo è stato voluto dal Comune e dalle Cartiere Miliani e si raccoglie intorno a un cortile con porticato di questo bel palazzo trecentesco, antico convento dei Domenicani. Ai lati del cortile, dalla parte opposta all'ingresso, sono in mostra antiche macchine e strumenti per la lavorazione della carta, che poi Ilaria ci illustrerà.

La visita comincia nella grande sala a piano terra, dove ci sono ancora gli attrezzi medievali usati dai cartai, tuttora funzionanti e utilizzati da Ilaria stessa per una breve dimostrazione.
Fabriano inizia a fabbricare carta tra il 1100 e il 1200, riprendendo un processo cinese che consentiva di ottenere carta di qualità elevata, più complesso di quello usato dagli arabi, che dava un prodotto più comune e meno pregiato perché meno duraturo nel tempo.

Il processo di fabbricazione inizia con la raccolta degli stracci e la loro selezione per tipologia di tessuto, si fa cioè la "capatura" o cernita e qui mi ricordo che in Romagna si dice "capa" quando si invita una persona a scegliere ad esempio un frutto tra tanti presentati in un cesto o su un vassoio. Successivamente gli stracci si lavano e si passano in calce viva per la disinfezione e poi si sminuzzano a strisce prima e poi si riducono in poltiglia. Inizialmente questo sminuzzamento si faceva a mano, poi i fabrianesi inventarono la gualchiera o follatrice, una grossa e potente macchina di legno, mossa da una ruota idraulica, detta anche pila idraulica. La macchina è dotata di alcuni grossi martelli multipli a magli, di legno, con la testa chiodata in modo che pestando in continuazione sui residui dei tessuti li potessero ridurre in minuscole parti, fino a creare quella poltiglia che poteva essere fatta seccare per ottenere il "pisto".

Si passa poi nella Sala dei Moduli, nota anche come Sala dei Fornari. Il pisto si poteva riutilizzare successivamente al momento della preparazione vera e propria della carta. Si immergeva il pane di pisto in una grande vasca con acqua, dove si scioglieva e il mastro cartaio immergendo un telaio rettangolare di legno con rete fitta, tipo setaccio da farina, detto "modulo", in questa massa liquida lo estraeva portandosi dietro un paio di millimetri di materia biancastra che veniva messa ad asciugare tra due feltri. Poi i fogli si mettevano sotto un torchio per comprimerli e infine si completava l'asciugatura all'aria aperta, su telai di legno con mollettiere fitte in modo che ogni foglio potesse asciugare senza toccare quello vicino.

La fase successiva è la collatura, che serve a fare in modo che sulla faccia del foglio si possa depositare inchiostro senza che questo lo assorba. Anche qui l'estro dei fabrianesi ideò l'utilizzo della colla animale anzichè quella vegetale che era usata precedentemente, raccogliendo dalle concerie di pelli di animali, di cui la zona era ricca, gli scarti della lavorazione delle pelli. La bollitura riduceva le cartilagini animali a una soluzione liquida, dentro alla quale si immergevano uno per uno i fogli. Questo lavoro andava fatto però finchè la colla era bollente e quindi tutti quelli che facevano questo lavoro avevano le mani scottate.

Si andò avanti per centinaia di anni con questo procedimento manuale, finchè nel 1700, con la fabbricazione dei primi telai, non si inventò una specie di telaio a nastro che trascinava il foglio dentro una vasca con il liquido collante senza la necessità di immergervi le mani. Dopo la stesura della colla sul foglio si fa la calandratura o cialandratura, cioè la lisciatura del foglio singolo, sulle due facce, passandovi sopra una sorta di tampone di legno di forma circolare con i bordi in rilievo. Il procedimento di collatura a macchina era seguito dall'asciugatura mediante il cilindro essiccatore, una grossa ruota metallica girevole e a temperatura elevata. Sulla faccia esterna della ruota cilindrica passano i fogli, che vengono così sia asciugati, sia pressati ed escono pronti per essere impilati e utilizzati. Questa macchina è ancora oggi utilizzata, sia per dimostrazione, sia per utilizzo effettivo, dal museo.

La terza invenzione dei fabrianesi è la filigrana in chiaro, quella che si vede sui fogli da disegno messi in controluce, che si otteneva inizialmente cucendo un sottilissimo filo metallico sulla trama del modulo in modo che formasse una specie di marchio di identificazione. Nel punto dove era cucito il filo lo spessore della carta si riduceva e restava così impresso il disegno o motivo che identificava l'artigiano cartaio che aveva fabbricato il foglio. La marchiatura del singolo foglio con la filigrana era una specie di garanzia che quel foglio di carta era di Fabriano, quindi di qualità elevata e non era una copia scadente.

La visita prosegue nella sala Zonghi al secondo piano del museo, dove sono esposte le antiche filigrane in chiaro dal 1290 al 1600, dalle più semplici e grezze dei primi decenni, fino alle più elaborate e complesse degli ultimi anni. Una forma successiva di filigrana, molto più raffinata è quella cosiddetta in Chiaro-scuro, in cui interviene l'opera di veri e propri artigiani artisti della grafica e della scultura in bassorilievo. Si parte in questo caso da un foglio di cera che viene scolpito con l'immagine che poi si vuole trasferire sul foglio in filigrana. Il foglio così scolpito si immerge in un bagno galvanico per ottenere un primo calco in rame che rappresenta il punzone, complementare del foglio di cera. Dopo il punzone si fa il contropunzone. L'unione di queste due parti permette di costruire una tela che costituisce l'immagine da riprodurre e con questa tela si ottiene il modulo per la fabbricazione dei fogli.

Ancora oggi queste immagini si devono costruire manualmente a partire dalla iniziale scultura del foglio di cera e in Fabriano esistono ancora un paio di persone che sono in grado di eseguire questi piccoli capolavori, sono Anna e Franco Librari. Nel museo sono conservati tutta una sala di moduli storici di queste filigrane in chiaro-scuro. Prima di lasciare il museo ci viene offerto un piccolo spuntino con i prodotti del territorio, gli stessi che potremo assaggiare nella nostra prossima destinazione:


Fabriano - L'agriturismo Il Gelso

Risaliamo sul bus che sta per imbrunire. Ci dobbiamo spostare per la cena verso la frazione Melano di Fabriano in Località Chigne Basse, all'agriturismo Il Gelso, una struttura agreste ben inserita nel territorio, in gran parte ricostruita ex novo da una precedente casa contadina. Arriviamo alla casa che è già calato il sole da un po' ma si riescono a intravvedere gli animali al pascolo sulla collina. Scendiamo dal bus e ci incamminiamo per un sentiero ghiaioso fino alla tettoia che protegge i vitelli. Si sente un muggire discreto dai recinti e si sente un afrore deciso di letame vicino alla tettoia.

Ci raggiunge il proprietario, che conduce la fattoria con la sua famiglia. È partito da una proprietà di 12 ettari e pian piano si è allargato fino agli attuali 400, quasi tutti presi in affitto. Per scelta non coltiva vite ma produce cereali, granaglie, orzo, girasole. Inoltre gran parte della sua attività è assorbita dall'allevamento delle vacche marchigiane, da latte e da carne. Ne ha una settantina, che lascia libere sulla collina a pascolare estate e inverno. Sotto una tettoia aperta ha ricavato la stalla per i vitelli. Le mucche si riproducono per inseminazione naturale e garantiscono una buona riproduzione, anche quantitativa. Parte degli animali sono macellati e venduti ai privati in quarti o ottavi. Ormai si è fatto una buona clientela soprattutto per la qualità elevata della carne che proviene dai suoi allevamenti. Mentre cala la sera si chiacchiera di campagna, di nuove coltivazioni, di nuove forme di inseminazione del terreno senza aratura e di esperimenti di grande interesse che l'università di Ancona sta portando avanti in collaborazione con la Provincia.
L'agriturismo è stato potenziato anche per l'ospitalità, che può accogliere gli ospiti in undici camere di nuova costruzione.

Torniamo a piedi dalla stalla verso la casa che è già buio. Il cielo stellato e la luna d'aprile illuminano la ghiaia bianca del sentiero e qua e là spunta qualche macchiolina più scura che cerco di non calpestare, anche se possono essere solo ciuffi d'erba. Risaliamo la collina con un leggero affanno per la camminata imprevista, più faticosa del solito.

La cena è stata preparata in una della tre sale a piano terra che possono accogliere gli ospiti, nella tradizione e semplicità contadina. I tavoli di legno e i soffitti a cassettoni e il pavimento di cotto danno alla stanza quel calore che, anche se nuova, ti fa sentire come se ci fossi sempre vissuto. Il nostro tavolo è disposto a ferro di cavallo. Siamo una trentina. Vicino a noi un paio di famigliole, una coppia di giovani e un gruppo di signore allegre che festeggiano qualcosa.
Iniziamo la cena con antipasti misti del posto e cicoria verde. Il ciauscolo, il crudo, la coppa e il salame sono saporitissimi e la lonza di maiale è magrissima e dolce. In abbinamento un verdicchio classico superiore DOC 2004 S.Maria d'Arco. A seguire delle fettuccine fatte in casa con ragù bianco di cinghiale, delizioso accompagnato da un rosso Conero DOC di Serenelli, ancora un po' acerbo.

Alla carne alla brace cotta a puntino, con salsicce, braciole, agnello e poi patate fritte e al forno e insalata mista con un ottimo olio locale, accompagniamo un Lacrima di Morro d'Alba di Cesaroni, un DOC 2005 di media struttura e di buona beva. Infine arriva una crostata casalinga di lamponi con una torta al limone e dei biscotti secchi fatti in casa che mandiamo giù con l'aiuto di un buon bicchiere di Visner di Pergola del 2006, il vino con le visciole che fa Corrado Tonelli in provincia di Pesaro, un nettare che va giù come l'acqua, nonostante i suoi 14 gradi.

La giornata è stata intensissima e ripartiamo dall'agriturismo che sono le undici e mezzo. ci aspettano quasi due ore di bus per tornare al Fortino Napoleonico, ma una parte della dormita la anticipiamo prima dell'arrivo direttamente sulle confortevoli poltroncine con schienale e poggia testa.


Domenica 15 Aprile 2007
Castelfidardo - il Museo della Fisarmonica … e non solo

Di nuovo sveglia alle sette e mezzo per una doccia rinfrescante, la prepaqreazione dei bagagli e poi una buona colazione con prosciutto crudo, brioche, caffè d'orzo, un po' di latte e cereali, un biscotto secco, tre prugne cotte, una spremuta d'arancia e uno yoghurt. Si parte alle nove per Castelfidardo, il paese della fisarmonica.
È domenica mattina ma le strade sono già affollate di gente che prende il sole dai giardini della piazza davanti alle mura del castello. Entriamo in paese dalla porta che si apre nelle mura e percorriamo i duecento metri del corso principale fino alla piazza del Comune. Nei sotterranei del palazzo Comunale sono esposti, dal 1981, i cimeli del museo della Fisarmonica, dove ci accompagna il Direttore del Museo, Beniamino Bugiolacchi. Sono oltre 150 gli esemplari raccolti nelle bacheche, dalle fisarmoniche di artisti famosi, come le quattro di Astor Piazzolla, quella di Gorni Kramer, di Beltrami. E poi le scatole musicali del 1700, ancora funzionanti e un Harmoniflute del 1855. Pezzi meravigliosi, tutti costruiti a mano dagli artigiani del paese.

Ci vogliono 5600 pezzi per fare una fisarmonica e tutti sono assemblati a mano dagli operai, orgogliosi della loro produzione. Ogni fisarmonica è un pezzo unico perché ognuna ha un suono dioverso dall'altra, proprio per la complessità dello strumento e la molteplicità dei pezzi che la compongono. La fisarmonica come strumento musicale vero e proprio nasce in Germania ma viene migliorata e perfezionata da Paolo Soprani che a metà ottocento ne ideò la produzione industriale. In quel secolo non esisteva la musica popolare che conosciamo oggi. Gli strumenti musicali erano piuttosto cari e la maggior parte delle famiglie non poteva permetterseli. Con la fisarmonica è iniziata la diffusione della cultura musicale popolare, allegra, di facile aggregazione, da festa paesana vera e genuina e con la musica sono nati i balli popolari, a cominciare dal saltarello o salterello, diffusisi poi in tutte le regioni.

La prima azienda di Soprani nacque nel 1863 e dopo trent'anni erano già diventate 22. All'inizio del '900 Castelfidardo aveva 10.000 abitanti e nelle fabbriche delle fisarmoniche lavoravano più di 12.000 persone, molte delle quali venivano dai paesi vicini. Un ulteriore vantaggio di questa forma di artigianato era dato dalla valuta pregiata che ogni anno arrivava in paese grazie alle esportazioni di questi strumenti verso i paesi dell'area dollaro. La crisi degli anni '70 e '80 ha spinto alcune aziende alla chiusura ma chi è stato in grado di trasformarsi ha potuto sopravvivere e svilupparsi ulteriormente. Oggi le aziende del settore sono ancora una trentina, di cui molte specializzate in chitarre, elettriche e non, e in pianole.

Anche l'economia cittadina si è sviluppata in quanto la fisarmonica ha un fatturato che pesa per il 10% del fatturato complessivo, ma il restante 90% è nato dall'indotto creato dalla fisarmonica stessa. Nel museo sono esposti i manufatti e i nomi dei primi artigiani del paese, alcuni "autoctoni" come lo stesso Soprani o Sante Crucianelli, altri provenienti dalle regioni limitrofe, come Pasquale Ficosecco, o Mariano Dallapè.

Dal 1992 la fisarmonica è stata accolta nel gotha della musica in quanto la si insegna al Conservatorio, insieme al violino e al pianoforte.
Beniamino ci fa sentire un po' di musica dal vivo con l'aiuto di Francesco, un giovane molisano di Larino, nero di capelli, tutti ricci, con una maglietta a maniche corte e le lenti spesse che prende il suo strumento, si siede in mezzo alla sala e intona un brano tipico della sua terra, sul malinconico e nostalgico, che parla di amore, di terra amara, di odore di sale e di cuore, struggente e accorato. Poi si riscalda e si esercita in un saltarello, che fa venire voglia di ballare, mentre è arrivato Aldo con in mano un tamburello che gli fa da accompagnamento. Infine ancora un valzer con la fisarmonica e tamburello. Basta veramente poco per arrivare alla commozione e al ballo in sala tra le bacheche, per chi se la sente. Si chiude lo spettacolo con Romagna mia, su gentile richiesta della frizzante Valeria o Vicki.

Mentre giriamo tra i cimeli raccolti nelle bacheche delle due o tre sale del museo un video a una parete trasmette un pezzo di Gorni Kramer suonato dal maestro con quel suo viso simpatico e sorridente sotto i baffetti neri, cui segue una struggente milonga di Astor Piazzolla e poi altri pezzi. In un'altra sala possiamo provare ad azionare le scatole musicali del '700 e guardare la collezione musicale che il Signor Giuseppe Panini di Modena, sì proprio quello delle figurine, ha donato al museo, quale grande appassionato dello strumento.

Alla fine della visita Beniamino, che oltre che Direttore del Museo è anche assessore in Comune ci fa salire al secondo piano del palazzo Comunale per ammirare la sala degli stemmi.

La sala raccoglie attorno alle pareti gli stemmi e gli stendardi di tutti i comuni che hanno contribuito al finanziamento del Monumento Nazionale delle Marche, in ricordo della vittoria del Generale Cialdini sull'esercito pontificio guidato dal Generale De Lamoricière proprio qui a Castelfidardo il 18 settembre 1870. Ritorniamo verso il bus per ammirare dal giardino pubblico di fronte alle mura medievali della città, che è un po' la piazza del paese, le valli dell'Aspio e del Musone.

Mentre scendiamo verso il fondo valle riusciamo a dare un'occhiata veloce al Monumento che commemora la battaglia e alla cancella oltre la quale sale una stradina contornata da cipressi che porta al monumento in bronzo di Vito Pardo, contornato dal parco di pini, abeti e cipressi.


Loreto - Visita a Garofoli

Il bus riguadagna la pianura e dopo poche curve si accosta a una struttura bianca ai piedi di Castelfidardo, ma già in comune di Loreto, entra nel cortile di questa costruzione. L'aria di mezzogiorno inoltrato, il sole a picco caldo ma non torrido, la casa bassa e larga, con le finestre chiuse da grate a rombo, le pareti bianche e la fila di coppi rossi in alto, mi hanno fatto ricordare un po' l'Andalusia, o forse sono stato in parte condizionato dalla presenza, in queste due giornate di gemellaggio, della delegazione spagnola.

Ci accolgono i fratelli Garofoli, Carlo e Gianfranco, la quarta generazione di questa famiglia che ha iniziato a fare vino nel 1800 e ha fondato l'azienda nel 1901 dopo una lunga tradizione con il bisnonno. La produzione spazia su tutti i tipi di vino marchigiano: spumanti, vino da tavola, Verdicchio, Rosso Conero e poi passiti e anche grappe con le loro vinacce.
L'atrio dell'Azienda è un piccolo museo di famiglia, con un vecchio torchio che fa bella mostra di sè al centro della parete di fronte.

Il 60% della produzione è destinata al mercato estero, prevalentemente europeo. Il resto viene distribuito in Italia, dove purtroppo, secondo i fratelli, il vino marchigiano ha ancora la nomea di fratello minore o parente povero, rispetto alle tre regioni trainanti, Piemonte, Toscana e Veneto e questo ancora oggi nonostante i passi da gigante che ha fatto la regione in termini di qualità dei suoi prodotti vinicoli, vincendo spesso premi importanti in manifestazioni mondiali di ampio respiro.

Mentre Carlo ci descrive l'azienda e ci esterna le sue impressioni arriva una graziosa rappresentante della quinta generazione della famiglia, Caterina, la comunicante per il ruolo che si è scelta in azienda. Caterina, Gianluca e Beatrice sono la nuova linfa che guiderà l'azienda oltre i due milioni di bottiglie che oggi produce. La superficie vitata è attorno ai 50 ettari e il resto della produzione, per metà vini bianchi e spumanti e per metà vini rossi, è fatta con uve acquistate da fornitori esterni di fiducia. Le vigne sono state rinnovate quasi completamente con una densità di 4000 piante per ettaro per i vitigni a bacca bianca e di 5000 per quelli a bacca rossa, prevalentemente Montepulciano d'Abruzzo.

Passiamo a visitare le cantine dove una quarantina di botti grosse fanno maturare il vino rosso di punta che dal 2004 è diventato Rosso Conero DOCG e che sarà messo in commercio nel prossimo autunno. Vicino alle botti grosse un migliaio di barriques su più livelli fanno invecchiare per 11 mesi e danno struttura al Verdicchio Riserva Serra Fiorese. In un'altra cantina refrigerata a 13 gradi matura e si affina lo spumante metodo classico, circa 150.000 bottiglie in invecchiamento per due-tre anni. Quest'anno è uscito il 2002. Una breve visita di passaggio agli uffici, oggi deserti, e poi si arriva all'ultimo locale, quello dove avviene la fermentazione del mosto nei cilindri in acciaio e dove si fa la sterilizzazione dei recipienti, l'imbottigliamento e l'imballaggio e la spedizione dei colli per i clienti. L'azienda è gestita interamente da 20 persone fisse, di cui 5 di famiglia, e da una serie di stagionali nel momento della vendemmia. La passitura delle uve, ci racconta Gianfranco, avviene nelle vecchie cantine di famiglia a Serra de' Conti ed è fatta tutta con uve Verdicchio. Le vinacce per la produzione della grappa sono fornite a un produttore piemontese che le trasforma e la imbottiglia per loro conto. Infine la famiglia ha anche una piccola produzione di olio di oliva extravergine.

Ci trasferiamo ora nella sala degustazione. Al muro di fronte lo stemma di famiglia con una breve descrizione delle origini: "Di origine catalana, la casata Garofoli fu chiamata in Sicilia nel 1320 da Pietro II di Aragona. Fissatasi in Palermo e ammessa in quel Senato … fiorì anche a Bologna e nelle Marche …Tra gli attuali rappresentanti il ramo di Castelfidardo nella Provincia di Ancona figura il Signor Gioacchino Garofoli". Attorno a un tavolo di legno sono predisposti una quarantina di bicchieri di tre formati per un assaggio di alcuni vini che Carlo ci propone e un paio di vassoi di salumi del posto, uno squisito salame di fegato, tenerissimo e saporito, oltre al ciauscolo morbido e al salame vero e proprio, con morbide fette di pane casareccio ancora fragrante.

Iniziamo l'assaggio con una bottiglia di Podium 2000 Verdicchio DOC Classico Riserva, di 13,5 gradi, dal Lotto L3349C. Il vino proviene da una produzione limitata e selezionata di 60-70 quintali di uva per ettaro. Il vino si ottiene con una maturazione in acciaio per un anno e poi cinque mesi in bottiglia. Il colore è giallo paglierino carico, dorato e brillante, pieno ma non ambrato. Al naso è pulito, con sentori fruttati delicati, fine e persistente, di estrema franchezza. In bocca è ancora fresco, di buon corpo, estremamente sapido, armonico ed elegante e lascia un retrogusto di crosta di pane e lieve sensazione di miele e di mandorla tostata.

Il secondo vino proposto è un Rosso Conero 2004 DOCG Riserva in pre-etichettatura, di 13,5 gradi. Il vino si chiama Grosso Agontano, in ricordo di una antica moneta. La prima annata prodotta dalla famiglia Garofoli di questo rosso Conero risale al 1984. La produzione è limitata a 50-60 quintali di uva per ettaro e matura in barrique. Il colore è un bel rosso rubino carico e vellutato, brillante. Al naso è armonico, con una nota evidente di vaniglia dovuta alla barrique, equilibrato e abbastanza fine. In bocca riprende la propria personalità che si esprime con un'acidità spiccata che gli dona freschezza, un corpo non esuberante ma ben strutturato, di buona persistenza e un piacevole retrogusto di ciliegia e frutti rossi.

Infine un brindisi conclusivo, che sia di buon auspicio per l'annata che viene, con uno Spumante Extra Brut Riserva 2002 Metodo Classico di 12 gradi dal Lotto L6338A, con uve Verdicchio al 100%. Carlo ci racconta che erano stati tentati anche esperimenti di vinificazione in abbinamento con Pinot Nero, ma che poi sono stati abbandonati perché non hanno riscontrato un apporto significativo al miglioramento del risultato per cui sono tornati al tutto Verdicchio.
Il colore è giallo paglierino brillante, con perlage sottile, fine e continuo. Al naso si presenta con sentori netti di lieviti e crosta di pane con note floreali di buona intensità e persistenza. In bocca è vivace, pieno ed equilibrato, fine e di buona persistenza. Discreto per corpo e sapidità. Al retrogusto prevale la mandorla verde.

Mentre brindiamo Caterina, la comunicante, ci tiene ad informarci che l'azienda fa parte di ANIMA, l'Associazione nazionale italiana Metodo classico autoctono. L'associazione è nata nel 2006 e riunisce i produttori di spumante metodo classico da uve autoctone, in questo caso il Verdicchio di Jesi. Saputo che saremo a pranzo a Sirolo, Caterina ci racconta le meraviglie di una piccolissima trattoria del posto, da Sara, dove potremmo mangiare dell'ottimo pesce. Peccato che il posto sia piccolo per il nostro gruppo e che occorra prenotare con largo anticipo.
Risaliamo dunque sul bus con Renato che ci guiderà alla nostra prossima meta a Sirolo.


Sirolo - da Sara

Sirolo è alle pendici meridionali del Monte Conero, prima di Numana venendo da Nord. È una zona archeologica di origine picena dell'ottavo - nono secolo a.C., forse una derivazione della necropoli di Numana. Il paese esisteva già prima del 1200 e conserva interessanti reperti medioevali e rinascimentali che vale la pena visitare. Arriviamo con il bus nel parcheggio a cento metri dalla piazza dove sta il ristorante che ci aspetta. Sì siamo proprio da Sara, anche se l'insegna è in parte coperta da una impalcatura per i lavori di restauro della facciata.

Si scendono una mezza dozzina di gradini e si plana in questo tempio della buona cucina: una vecchia stanza rettangolare che si apre davanti a noi e prosegue nelle cucine, oltrepassate le quali una porta sul vicolo posteriore consente l'accesso ai servizi esterni. È la tipica trattoria di paese, con persone capaci e gentili, veloci nel servizio e impegnate ad offrire un prodotto di qualità in una quantità sempre più che sufficiente perché la loro filosofia è che il cliente vuole mangiare bene e uscire sazio.

Ci accomodiamo ai lati della lunga tavolata preparata per noi mentre di fronte tre gruppetti di altri clienti stanno portando avanti il loro impegno domenicale con il cibo. Si comincia con acciughe fresche all'agro (forse aceto, anche se il limone sarebbe stato meglio) e prezzemolo, belle cicciose e saporite, poi canocchie e gamberetti freschi, alla stessa maniera. Un incanto. Da bere un Verdicchio Classico Superiore Macrina 2006 di Garofoli, per 13 gradi alcolici, dal Lotto L7064A, ben fresco e giustamente sapido, con una leggerissima nota amarognola che ben si accosta al dolce - agro dei tre piatti. Poi la serie di antipasti a conchiglia conditi con pomodoro e peperoncino: raguse o garuse, lumachine di mare o bombarelle, vongole o poveracce, come le chiamiamo nel riminese (in dialetto puvrazi), e infine Garagoi o crocette.

Il primo è un risotto bianco con frutti di mare, forse un tantino avanzato nella cottura, ma per colpa del nostro ritardo, perché notoriamente il riso continua a cuocere anche dopo che la pentola è stata tolta dal fuoco. In abbinamento un Verdicchio Classico DOC 2005 di Sartarelli, per 13 gradi dal lotto L06117, perfettamente maturo e pronto sia per il riso, sia per la successiva portata di pesce alla griglia e di pesce fritto, entrambi eccellenti e abbondanti, a cui possiamo anche alternare un Verdicchio Classico Superiore DOC 2005 di 14,5 gradi dal lotto L06 della Fattoria Coroncino.

Per finire sorbetto al limone o al caffè e un piccolo assaggio di una strepitosa zuppa inglese, perfetta per sapore e per la giusta quantità di alchermes inzuppato nei biscotti, metà di crema e metà di cioccolato. Anche se non era proprio classica (dovrebbe essere tutta di crema) a me è piaciuta ancora di più perché mi ha fatto tornare in mente quella che mangiavo da piccolo a casa, dalla nonna Caterina e dalla zia Teresa. Bravissimi.

Un pranzo alla vecchia maniera, allietato anche dagli scherzi di Piero e Lella, focalizzati, fin dall'inizio del gemellaggio, sulla mia nevrotica agenda degli appunti di viaggio, con Beppe che faceva loro da spalla. Che dire, una compagnia allegra e sincera in un posto sul mare in una bella giornata di sole a mangiare bene e bere meglio: un Paradiso in terra.

Come sempre tutto ha una fine e anche queste tre giornate di gemellaggio si sono concluse. Gli spagnoli a Valladolid, noi sparsi per l'Italia, Angelo e i suoi, con la Dottoressa Virili e il suo staff qui ad Ancona sul mare Adriatico. Domani inizia una nuova settimana, altri impegni, altri incontri, altri problemi. L'importante è trovare in ogni momento un proprio spazio di gratificazione in cui ripulire le cose che non ci sono piaciute e dimenticare quelle che ci possono avere ferito.
Con la compagnia di Alfredo si risale in macchina e si dirige la vela verso Nord Ovest, con in faccia il sole del pomeriggio inoltrato, verso Voghera e verso Genova, zigzagando tra i vacanzieri padani di ritorno tra l'Emilia e la Lombardia sulla A14 fino a dopo il nodo di Bologna.

Ciao Lanterna, posso dire poco prima delle dieci di sera, uscendo dalla curva che immette sulla sopraelevata.

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Luigi Bellucci

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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